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Una Corte Federale conferma il verdetto da 83 milioni di dollari contro Donald Trump, l’immunità presidenziale non lo salva dalla causa per diffamazione, secondo il New York Times

New York, 8 settembre 2025 — Una corte d’appello federale ha respinto il tentativo dell’ex presidente Donald Trump di ribaltare un verdetto da 83,3 milioni di dollari in favore della scrittrice e giornalista E. Jean Carroll, rigettando l’argomento che una recente decisione della Corte Suprema sull’immunità presidenziale lo proteggerebbe dalla responsabilità per diffamazione. La vicenda ha assunto contorni ancora più significativi, secondo il New York Times, perché coinvolge il delicato equilibrio tra libertà di parola, responsabilità personale e poteri del capo dell’esecutivo.

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Il percorso giudiziario: da Carroll alla Corte d’Appello

E. Jean Carroll ha citato Trump in giudizio affermando che, nel 2019, l’allora presidente aveva diffamato la sua reputazione negando che lei l’avesse accusato di stupro e additandola come una “bugiarda” con motivazioni opportunistiche. In un primo processo, una giuria ha stabilito che Trump era responsabile e ha riconosciuto danni, ma la questione dell’ammontare è stata rimandata a un secondo procedimento. Nel gennaio 2024, la giuria ha assegnato a Carroll 18,3 milioni di dollari per danni compensativi e 65 milioni per danni punitivi (ossia deterrenti), per un totale di 83,3 milioni. CNBC+3CNBC+3The Washington Post+3

Trump ha fatto appello, sostenendo che il recente pronunciamento della Corte Suprema che estende un’ampia immunità presidenziale per gli atti ufficiali  in un caso distinto ma correlato  avrebbe dovuto proteggerlo anche in questa causa civile per diffamazione. Secondo la tesi difensiva, le sue dichiarazioni avrebbero dovuto essere considerate atti inerenti alle sue funzioni istituzionali, e dunque esenti da responsabilità legale.

Ma, con decisione unanime, il Second Circuit Court of Appeals ha respinto l’argomento, confermando che il verdetto e l’ammontare dei danni è “equo e ragionevole”. I giudici hanno affermato che Trump «non ha individuato alcun motivo idoneo a rivedere la nostra precedente decisione sull’immunità presidenziale» e che il tribunale distrettuale «non ha commesso errori nelle decisioni contestate». The New Indian Express+4CNBC+4The Washington Post+4


Il nodo dell’immunità: ufficiale o personale?

Il tema centrale della disputa giuridica è se i commenti diffamatori compiuti da Trump, anche se espressi mentre era in carica, possano essere considerati “atti ufficiali” e quindi coperti da immunità. Nella recente decisione della Corte Suprema, è stato riconosciuto che un presidente in carica gode di protezione da alcune cause penali connesse agli atti ufficiali, ma non necessariamente da ogni forma di responsabilità civile  e non in ogni contesto. Secondo la corte d’appello, l’immunità non è automatica e non si estende a condotte che esulano da un’effettiva funzione governativa o che si manifestino come atti manifestamente personali e non istituzionali.

I giudici del Second Circuit hanno osservato che nel caso in esame vi erano elementi sufficienti per considerare che le affermazioni di Trump fossero condotte personali: attacchi diretti alla credibilità di Carroll, accuse di motivazioni finanziarie, insinuazioni mortificanti riguardo al suo aspetto fisico, e continui attacchi anche durante il processo giudiziario. In tal modo, la corte ha ritenuto che tali dichiarazioni fossero “estranee all’esercizio delle sue funzioni ufficiali” e che il ricorso all’immunità non potesse essere accettato. EL PAÍS English+4Times Union+4The Washington Post+4

Inoltre, la corte d’appello ha rifiutato l’idea che Trump potesse “rinunciare tacitamente” all’immunità semplicemente non sollevandola in una fase preliminare del processo: secondo i giudici, l’immunità presidenziale non è una riserva automatica che può essere ignorata senza conseguenze.


Implicazioni politiche e legali: verso la Corte Suprema?

La conferma del verdetto da parte della corte d’appello non rende automaticamente definitivo l’esito della vicenda. È molto probabile che la questione arrivi alla Corte Suprema, chiamata a risolvere il conflitto tra prerogative presidenziali e limiti alla responsabilità personale in casi di dichiarazioni diffamatorie. Tale decisione avrà impatti potenzialmente di vasta portata  non solo per Trump, ma per il modello di responsabilità civile applicato ai titolari del potere esecutivo negli Stati Uniti.

Da un lato, se la Suprema Corte dovesse espandere ulteriormente l’immunità presidenziale civile, si aprirebbe un precedente per cui dichiarazioni pubbliche potenzialmente diffamatorie, se pronunciate in veste ufficiale, potrebbero sfuggire al controllo giudiziario. Dall’altro, una conferma dei limiti dell’immunità (come già suggerito dal Second Circuit) rafforzerebbe l’idea che nessuno, neppure un presidente, possa sfuggire alle conseguenze legali delle proprie dichiarazioni false e lesive.

Secondo il New York Times, la decisione della corte d’appello rafforza la prospettiva che la recente espansione dell’immunità da parte della Corte Suprema (intesa inizialmente in ambito penale) non sia automaticamente estendibile a contenziosi civili — in particolare in casi di diffamazione personale. Il Times evidenzia che, anche per un ex presidente, ci debbano essere limiti e responsabilità nei confronti della legge.


Le reazioni delle parti

E. Jean Carroll, assistita dall’avvocata Roberta Kaplan, ha salutato la decisione come un trionfo della giustizia: «La corte ha confermato che Carroll stava dicendo la verità e che il presidente Trump non lo stava facendo», ha dichiarato Kaplan, sottolineando come le continue offese pubbliche abbiano esposto la sua cliente a minacce e danni di reputazione. The Washington Post+2Times Union+2

La difesa di Trump, per contro, ha replicato duramente, denunciando quello che definisce un uso politicizzato del sistema giudiziario. In una dichiarazione ufficiale, i suoi avvocati hanno chiesto «la fine dell’arma giudiziaria» usata contro il loro assistito, definendo il processo un “travestimento elettorale” ordito da oppositori politici. AP News+2Times Union+2

Trump e il suo team hanno già annunciato l’intenzione di rivolgersi alla Corte Suprema, sostenendo che la regola dell’immunità presidenziale, come interpretabile in modo coerente, dovrebbe proteggere ogni dichiarazione nell’esercizio del potere esecutivo. Tuttavia, il Second Circuit ha lasciato intendere che non tutte le affermazioni fatte da un presidente, anche durante il mandato, godono automaticamente di protezione. CNBC+2The Washington Post+2


Il significato oltre il caso

Il verdetto confermato ha rilievo che travalica i contorni di un processo individuale. In una democrazia, i leader pubblici esercitano poteri amplificati  potere comunicativo, accesso ai media, influenza sui discorsi pubblici. Ma con questo potere deriva una responsabilità: non si può affermare arbitrariamente che le accuse possano essere sempre protette da immunità.

In questo senso, la decisione del Second Circuit appare come un richiamo a un principio fondamentale del diritto: nessuno è al di sopra della legge. Anche un presidente  attivo o ex  può essere chiamato a rispondere dinanzi a una giuria quando le sue affermazioni superano il confine tra critica legittima e attacco personale fondato su falsità consapevoli.

Se la questione giungerà alla Corte Suprema, gli americani  e non solo  osserveranno con attenzione: la decisione finale potrà ridefinire le contorsioni tra immunità esecutiva, responsabilità civile e tutela della reputazione, con effetti destinati a durare nel tempo.

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