L’ OPUS MAGNUM DI VINCENZO BOLIA ORDINATORE DELL’ALBENGANESE
“Rinunciare al dialetto significa ripudiare secoli di cultura locale, di tradizioni orali, di sapienza gnomica trasmessa dagli antenati. Significa perdere un inestimabile patrimonio di metafore, similitudini, modi di dire, frutto della fantasia popolare che quando crea le sue immagini pittoresche e folgoranti, le crea in dialetto.” Così lo scrittore e giornalista Cesare Marchi (In punta di lingua, 1992) che aveva nel 1984 riscosso gran successo con la grammatica Impariamo l’italiano. Ma già Benedetto Croce in La Critica (1903), a giustificare il diritto della poesia dialettale a esistere, si chiedeva: “Che significa contestare i diritti della poesia dialettale? Come si può impedire il comporre e poetare in dialetto? Molta parte dell’anima nostra è dialetto, come tanta altra parte è fatta di greco, latino, tedesco, francese, o di antico linguaggio italiano”. Da non rinnegare dunque il dialetto: nel tempo in cui sempre più imperversano sofismi della peggiore specie, è salvezza mantenere la lingua in cui si è immediati. Ed il successo della proposta di un’opera frutto di un lungo e appassionato lavoro è conferma del fatto che c’è un generale riconoscimento del valore del dialetto. Posto in bella mostra in libreria accanto a pubblicazioni di personalità molto sul palcoscenico, va a gonfie veleVocabolario del dialetto di Albenga con Grammatica essenziale di Vincenzo Bolia. Giornalista con interessi plurimi (volti anche a cronache sportive), direttore del noto quotidiano online liguria2000news, dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella insignito Commendatore al Merito della Repubblica, Vincenzo Bolia è inoltre poeta di un rinnovato ermetismo con numerose pubblicazioni, anche in albenganese, e con premi significativi. Il libro, edito da philobiblon edizioni (Ventimiglia, ottobre 2025, pp. 326, € 23.00) mostra in copertina la bella tela raffigurante le Torri di Albenga del pittore Giuseppe Ferrando: nulla di più appropriato a rappresentare la Città di Albenga. E c’è poi, a chiusura del vocabolario (p.284), per concessione della Città, una preziosa stampa antica raffigurante la pianta di Albenga. Si coglie in apertura del libro un profumo di tenerezza già nel grazie dell’Autore alla consorte Antonella e al figlio Eugenio, e torna quel profumo nella dedica ai genitori Italo e Dina, a tutti gli albenganesi che hanno conversato e continuano a conversare nella lingua di Albenga, per Enzo è come conversare con il tempo andato e anche con il futuro se le nuove generazioni proseguiranno a parlare albenganese. E non manca il grazie a Comune, Istituzioni, Associazioni, Personalità varie, Professori e Amici che sono stati di valido supporto alla realizzazione della decennale opera. Una risorsa il dialetto, lingua definita “del cuore” in un tempo, qual è il nostro, di scarse risorse, ed è quanto si coglie dal pensiero di coloro che hanno lasciato la loro testimonianza nel libro rimarcando la imprescindibilità del dialetto ed elogiando Vincenzo Bolia che per lunghi decenni alla lingua albenganese si è dedicato prendendo appunti, facendo verifiche, confronti e riscontri, impostando regole e criteri d’uso. Il Prefatore Franco Bampi, Presidente dell’Associazione A Compagna, pone in rilievo quanto dannosa sia la perdita del dialetto ch’egli definisce “patrimonio immateriale”, inoltre la necessità ch’esso non diventi “lingua approssimativa”, che abbia quindi delle regole ben precise, una sintassi da rispettare. Loda pertanto Vincenzo Bolia definendolo “eccellente locutore dell’albenganese” e auspica che le lingue del territorio, ad opera del suo lavoro, vivano non in forma imprecisa ma correttamente parlate e scritte. Preziosità il dialetto anche per il Sindaco di Albenga Riccardo Tomatis, e plaude a Vincenzo Bolia poiché, in un tempo di omologazione culturale, è possibile attraverso la sua opera non perdere le radici, quella diversità che soprattutto le nuove generazioni devono scoprire, fare propria onde evitare la uniformazione appiattente. Ma anche il dialetto, come la lingua nazionale, richiede correttezza, pertanto Giorgio Oddone, Presidente della Consulta Ligure, unica nel panorama italiano a interessarsi del confederativismo delle associazioni, si sofferma anche sul valore della oralità e della correttezza fonica, sulla unicità della grammatica redatta da Vincenzo Bolia, sulle sue precise note fonetiche che tolgono ogni ambiguità alla parlata del territorio. A puntualizzare il concetto di unione nella diversità è Luigi Scola, Presidente dell’Associazione Vecchia Albenga, per il quale sta proprio in un presente che non dimentica le radici la possibilità di rinnovamento per le nuove generazioni, idest poter vivere in un mondo migliore. E da tanti consensi e lodi comprendiamo l’entusiasmo con cui è stata accolta l’opera di Vincenzo Bolia non solo da Ingauni, da Liguri in toto, è infatti un’area territoriale più vasta a far parte dell’albenganese, presente in altri territori della Riviera di Ponente giungendo persino al Cuneese. Facciamo sì tutti parte della Terra, comune domus da salvaguardare, ma ciascuno sente poi un legame particolare con il luogo natio e, pur quando lo abbandona, ne serba immagini e atmosfere, suoni ed espressioni. Prima di sentirci italiani, ci sentiamo quindi del luogo dove abbiamo articolato gli iniziali suoni a comporre pensieri. Suoni familiari, da non sottovalutare, pur se necessaria è la lingua nazionale perché possiamo comprenderci tutti. Il non possesso con relativa incomprensione fra i soldati del primo conflitto mondiale, provenienti da ogni parte d’Italia, pose in rilievo il problema cui si tentò di ovviare attraverso l’alfabetizzazione per la quale molto si prodigò Aldo Moro, ed avrebbero poi dato man forte radio, televisione e gli stili di vita diversi, volti ad orizzonti che non contemplavano la lingua natia. Si voleva far subire al dialetto quasi la medesima sorte da cui sembra segnato oggi l’italiano prevaricato dall’inglese, lingua globale, vale a dire maggiormente adatta alla società tecnologica volta all’essenziale, cui più non interessano sfumature dell’anima, approfondimenti dello spirito. Stiamo cedendo, è speranza che non si ceda. E torniamo al dialetto, lingua del cuore, del sentire autentico e immediato, patrimonio storico regionale e locale, elevato anche ad espressione poetica e canora, nelle quali i dialetti delle varie regioni hanno lasciato significative testimonianze. Per la Liguria basti pensare a Creuza de ma, oppure a Ma se ghe penso, ma anche ad una delle tante poesie in lingua albenganese di Vincenzo Bolia, un ingauno innamorato della terra natia. E deve ogni lingua, quindi anche il dialetto in quanto tale, avere delle norme grammaticali, vale a dire relative a fonologia, morfologia e sintassi, alle quali attenersi, cercando di non seguire uno spontaneismo espressivo che porta inevitabilmente al caos. Alla lingua nazionale è successo, sempre nella esaltazione di quello spontaneismo i cui esiti negativi sono chiaramente in questo tempo evidenti. Il nostro Autore, per il quale “il dialetto non è nostalgia, ma memoria viva che ci unisce e proietta nel tempo”, ha dedicato, come egli stesso rivela, lunghi decenni a raccogliere e verificare gli oltre diciottomila vocaboli riportati nel libro, suddivisi poi, come in ogni vocabolario che si rispetti, nella doppia sezione albenganese-italiano e italiano-albenganese, inoltre a formulare e impostare regole e criteri d’uso, idest una grammatica essenziale ma che delle parti della grammatica nulla trascura, proponendosi chiara e ben articolata. Molte, ovviamente, le difficoltà, e Vincenzo Bolia le annuncia nelle pagine dove parla dell’arbenganese precisando che, in assenza di riferimenti, si è uniformato alle indicazioni del Convegno di Sanremo della Consulta Ligure (1976) e alle norme del Comitato Scientifico presieduto dalla prof.ssa Giulia Petracco Siccardi dell’Istituto di Glottologia dell’Università di Genova. Poi, dopo aver sottolineato l’importanza soprattutto che l’arbenganese venga tenuto in vita, ripercorre la storia documentale dalle prime due testimonianze scritte risalenti al Trecento (1382 e 1384 relative a lavori di muratura) alla preghiera dell’Anonimo arbenganese alla Vergine, Sanctissima Regina Màire de Dè del 1461, dov’è evidente la commistione di latino e arbenganese. L’Autore non rintraccia altri documenti, si presuppone pertanto uno stacco tra l’albenganese antico e quello definito “moderno” con gli scritti di Angioletta Romagnoli, una maestra nata ad Albenga il 1908 che si dilettava di scrivere poesie in dialetto. Si deve proprio a lei l’avvio del nuovo albenganese, e fu seguita da altri autori che iniziarono a pubblicare: tra i nomi Angelo Castaldi e Vincenzo Dagnino e ovviamente Vincenzo Bolia con le sue sillogi poetiche in dialetto. E, soprattutto dopo la nascita dell’Associazione Vecchia Albenga nel 1978, si ebbe tutto un fiorire di iniziative socio-culturali. Nel presente tempo di omologazione globale salvezza è anche il dialetto, da non considerare corruzione o deformazione della lingua nazionale come, a esempio, gli anglosassoni pensano dell’inglese americano, da essi denominato dialect, parola coniata con accezione negativa, dato che il dialetto cui ci riferiamo è altra lingua, sorto pur esso da un patrimonio linguistico anche classico, da onorare quindi con l’uso perché diventi collante generazionale e sociale. Il successo di Vincenzo Bolia, del suo Vocabolario del dialetto di Albenga con Grammatica essenziale è dimostrazione di una positiva attenzione al dialetto e al tempo stesso riconoscimento di un lavoro puntuale in ogni parte. Un lavoro necessario perché, come considera Giacomo Leopardi in una pagina dello Zibaldone, “Due persone che si ponessero a scrivere uno stesso dialetto senza saper l’uno dell’altro, né seguire un metodo già ricevuto, si può scommettere che non iscriverebbero una parola sola nello stesso modo. La più parte dei nostri dialetti hanno un alfabeto di suoni più ricco assai del comune”.
Antonietta Benagiano











