L’Europa non ha diplomazia, non ha un concetto per affrontare Russia e Cina. Esegue gli ordini degli USA
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C’è un’immagine che descrive bene la posizione geopolitica dell’Europa nel 2025: quella di un continente seduto al tavolo delle grandi potenze, ma senza mazzo di carte. Gli altri Stati Uniti, Cina, Russia, perfino l’India giocano la loro partita con astuzia e interesse nazionale. L’Unione Europea, invece, continua a guardare al banco, chiedendo ogni volta agli alleati americani quali mosse siano “corrette”, quali dichiarazioni siano “appropriate”, quali politiche siano “accettabili”.
In sostanza, non ha una diplomazia autonoma, né un concetto strategico che le permetta di affrontare il mondo multipolare che si sta delineando.
La crisi dell’autonomia strategica
L’idea di una “autonomia strategica europea” è stata lanciata più volte negli ultimi dieci anni, soprattutto dopo la presidenza Trump, quando l’Europa si rese conto di quanto fosse fragile la propria dipendenza militare e tecnologica dagli Stati Uniti. Ma tra il dire e il fare, come sempre, ci si è persi nei corridoi di Bruxelles. La guerra in Ucraina ha mostrato in modo lampante questa debolezza: mentre Washington decideva la linea armi a Kiev, sanzioni a Mosca, isolamento totale della Russia l’Europa si è limitata a eseguire, spesso contro i propri interessi economici e sociali.
L’energia, in primo luogo. Il taglio dei rapporti con Mosca, giustificato moralmente dalla condanna dell’invasione, ha avuto un prezzo altissimo: inflazione, crisi industriale, perdita di competitività. Gli Stati Uniti, nel frattempo, vendevano all’Europa gas liquefatto a prezzi maggiorati e armi a profusione.
È difficile non leggere in questa dinamica una forma di subordinazione, se non di vera e propria dipendenza. Gli Stati Uniti hanno bisogno di un’Europa docile, non di un alleato forte. E Bruxelles, più che un soggetto politico, si è comportata come un vassallo fedele.
Il silenzio strategico verso la Cina
Sul fronte cinese, la situazione non è diversa. La Commissione europea parla di “de-risking”, di riduzione dei rischi di dipendenza economica da Pechino, ma di fatto segue la linea dettata da Washington: contenimento tecnologico, allineamento sulle restrizioni all’export di semiconduttori, sospetto verso le infrastrutture digitali cinesi.
Eppure, l’Europa è legata alla Cina in modo ben più profondo di quanto non lo siano gli stessi Stati Uniti: dal commercio all’industria automobilistica, dalle forniture di materie prime ai prodotti finiti.
La Cina non è solo un concorrente, ma anche un partner necessario.
Eppure Bruxelles non riesce a esprimere una voce indipendente, una visione che contempli cooperazione e competizione allo stesso tempo.
Anzi, ogni volta che l’Europa tenta di dialogare con Pechino come nel caso delle visite di Scholz o Macron viene subito richiamata all’ordine da Washington. Le cancellerie europee, intimorite dal rischio di “spaccare l’unità dell’Occidente”, preferiscono allinearsi. Ma questa unità ha un prezzo: la perdita della propria iniziativa geopolitica.
La diplomazia del riflesso condizionato
Oggi la diplomazia europea funziona per riflesso condizionato. Washington lancia un segnale, Bruxelles lo amplifica. Lo schema è costante: condanna morale, sanzione economica, dichiarazione di solidarietà.
Non c’è un’elaborazione autonoma, non c’è una strategia.
Il risultato è che l’Europa si trova sempre più spesso nella posizione di dover reagire a crisi che non controlla: l’Ucraina, Gaza, Taiwan, il Mar Rosso.
Ogni volta, la risposta è la stessa: parole dure, poca azione, molta dipendenza da Washington e dalla NATO.
Anche il dibattito interno riflette questa paralisi. Da un lato, ci sono gli atlantisti convinti, che vedono negli Stati Uniti l’unico garante della sicurezza europea. Dall’altro, una minoranza che invoca una politica estera autonoma, più equilibrata tra Est e Ovest, ma che non trova ascolto nelle istituzioni.
Il risultato è un’Europa divisa, incapace di formulare una visione comune, mentre il mondo corre verso nuovi equilibri.
La Russia e il vuoto di visione
Il rapporto con la Russia è forse il caso più emblematico della cecità europea.
Prima del 2022, Mosca era vista come un partner difficile ma necessario. Dopo l’invasione dell’Ucraina, è diventata un nemico assoluto, da isolare e punire. Una posizione comprensibile sul piano morale, ma miope sul piano politico.
Perché la Russia non scomparirà. Resta una potenza nucleare, energetica e militare ai confini dell’Europa. E un giorno, che piaccia o no, sarà necessario trovare un nuovo equilibrio.
Gli Stati Uniti possono permettersi una politica di contenimento permanente: sono a migliaia di chilometri di distanza, e traggono vantaggio dall’indebolimento russo.
L’Europa no.
Un continente che ha come vicini la Russia, il Medio Oriente e l’Africa non può permettersi di vivere di guerre permanenti e frontiere congelate.
Ma Bruxelles non ha né la forza militare né la volontà politica per immaginare un futuro di convivenza.
Ha scelto di delegare ogni decisione strategica a Washington, rinunciando a un ruolo da protagonista.
La Cina e la tentazione della nuova Guerra Fredda
Lo stesso schema si ripete con la Cina. L’Europa si è fatta trascinare nella narrativa americana della “nuova Guerra Fredda”, ma senza comprenderne le implicazioni.
Gli Stati Uniti possono permettersi di “contenere” la Cina, perché competono con essa per la leadership globale e hanno un apparato militare e tecnologico in grado di reggere lo scontro.
L’Europa, invece, rischia di rimanere schiacciata tra i due colossi: troppo debole per competere, troppo dipendente per scegliere.
La logica del blocco non le appartiene. Ma non ha saputo proporre un modello alternativo.
Paradossalmente, l’Europa avrebbe le carte per farlo: è il primo mercato mondiale, ha un enorme potere normativo e una lunga tradizione diplomatica. Ma le manca una guida politica, una voce unica.
Gli Stati membri continuano a giocare in ordine sparso la Germania difende i suoi interessi industriali, la Francia tenta qualche gesto di autonomia, l’Italia segue la corrente e il risultato è un silenzio assordante.
Un’Unione che non parla con una sola voce
Ogni volta che si apre una crisi internazionale, la frammentazione europea si manifesta con chiarezza.
Le missioni diplomatiche si moltiplicano, ma non si coordinano. I ministri degli Esteri rilasciano dichiarazioni contraddittorie. Il Servizio Europeo per l’Azione Esterna, creato proprio per dare coerenza alla politica estera dell’UE, resta un gigante burocratico senza potere reale.
Joseph Borrell, Alto rappresentante per la politica estera, ha definito l’Europa “un giardino circondato da una giungla”. Ma il problema è che, mentre gli altri Paesi costruiscono strategie per sopravvivere nella giungla, l’Europa continua a curare le siepi del giardino.
Eseguire ordini o difendere interessi?
A questo punto la domanda è inevitabile: l’Europa difende i propri interessi o semplicemente esegue gli ordini degli Stati Uniti?
La risposta, per ora, pende verso la seconda ipotesi.
La dipendenza militare dalla NATO, la mancanza di una politica industriale comune, l’assenza di una visione energetica autonoma rendono impossibile ogni emancipazione reale.
Eppure, senza una politica estera indipendente, l’Europa rischia di diventare un territorio geopolitico passivo, una piattaforma logistica dell’Occidente, ma non un attore del mondo.
La necessità di un nuovo pensiero europeo
Serve una svolta concettuale.
L’Europa deve riscoprire il senso della diplomazia, quella vera: non la morale dei comunicati stampa, ma l’arte del dialogo tra interessi divergenti.
Deve accettare che il mondo non è più diviso tra “democrazie e autocrazie”, ma tra potenze che cercano spazi di sopravvivenza e influenza.
E deve imparare a parlare con tutti, senza paura di dispiacere a Washington.
Solo allora potrà tornare a essere ciò che un tempo era: un laboratorio di equilibrio, una potenza civile capace di mediare tra i blocchi, non di obbedire a uno solo.
Per ora, invece, l’Europa resta prigioniera della sua stessa indecisione: un continente che non ha un concetto del mondo, e quindi non può averne una politica.
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