La ricerca come soggetto attivo di bene comune
Si sono svolti gli Stati generali del Public engagement in Italia, se esistesse una espressione linguistica in grado di tradurre efficacemente a impatto l’espressione inglese, che in prima approssimazione indica la capacità della ricerca scientifica di abitare le problematiche del suo contesto e del suo tempo, immettendo valore condiviso. Sostenibilità ambientale, valorizzazione del patrimonio culturale, azioni di cura e cittadinanza consapevole… il cartellone, normalmente, delle ottime intenzioni che qui si traducono anche in buone pratiche. La “Rete italiana degli Atenei ed Enti di Ricerca per il Public Engagement” si è riunita a Napoli il 6 e il 7 novembre dimostrando, al suo settimo appuntamento nazionale, di poter già trasmettere un nutrito ruolino di esperienze da mettere a frutto. Gli enti italiani della ricerca e le università possono produrre una adeguata ricaduta collettiva che un tempo, e con strumenti meno efficaci, si sarebbe forse genericamente definita “impegno civile”. Quello che è certo è che la trasmissione delle conoscenze agisce direttamente sul miglioramento della qualità della vita. Talvolta associare alla didattica e alla ricerca anche temi di intervento legati alla giustizia sociale, ai diritti civili, alle libertà politiche o alla cooperazione internazionale sembra non bucare lo schermo, non incontrare il mercato delle idee, ma è vero piuttosto il contrario: crea il “mercato” delle innovazioni operative più interessanti, diffonde presenza e presidi sui territori, tonifica l’offerta culturale e produttiva in particolare (e non solo) nel settore dei servizi, concorre a edificare standard di valutazione internazionale. Rispetto all’immagine macchiettistica dell’accademico che, se dedica tempo e spazio del proprio vissuto e della propria attività scientifica all’impegno pubblico, appare una sorta di missionario laico o, peggio, un presenzialista delle giuste cause, qui si è toccato in profondità il tema delle competenze professionali che occorrono affinché l’attività della ricerca generi impatto collettivo.
È una delle poche azioni naturalmente sottoposte a monitoraggio, anche quando quel monitoraggio non è formalizzato sul piano dei regolamenti amministrativi, banalmente perché, se lo studioso avviando un progetto di ricaduta sociale non ha la coscienza autocritica di registrare mano a mano ciò che fa e la direzione verso cui si sta spingendo, smette di creare impatto: reitera un copione.
E l’impegno scientificamente orientato sui temi pubblici – questo è il tema pratico e funzionale che si è colto – deve entrare nella valutazione e nella progressione delle carriere. Ché se non lo fa la fissazione di criteri di performance (soprattutto quella ormai legata a una analisi solo quantitativa e lobbistica, per certi versi antistorica se limitata allo spirito di corpo), lo dimostrano sempre di più i bisogni di know how diffuso e le richieste, anche economiche, degli stakeholders.
Una particolare nota di merito, oltre alla perfetta accoglienza nel contesto universitario e marittimo di via Partenope, va certamente tributata al format dei lavori, molto denso e producente, per certi aspetti dal ritmo anche intenso e incalzante. Oltre a sessioni propriamente scientifiche, basate su casi di studio del rapporto tra ricerca e finalità collettive, si sono alternati i gruppi di lavoro dell’associazione Apenet che hanno squadernato i diversi dossier affidati. Duttilità e attitudine rappresentativa del “barometro” (strumento di autovalutazione associativa che è sempre più richiesto ed emulato dal monitoraggio istituzionale), co-creazione e co-progettazione, formazione al public engagement nel quadro intergenerazionale e intergerarchico del personale degli studi e della ricerca nell’odierno sistema italiano.
A ben vedere c’è una cosa che la platea pluridisciplinare e capillarmente rappresentativa di questa assemblea partenope di Apenet dice e non dice (la vive e non pretende di affermarla): l’attività per la consapevolezza comune e la finalità proficua di intervento per la qualità della vita non solo meritano di essere attentamente promosse e premiate, accanto alla didattica e alla ricerca. Piuttosto le interagiscono e migliorano: il saggio di scienza è qualitativamente più rigoroso e raffinato proprio all’atto di fare “azione istituzionale per la crescita sociale e culturale” (testo di presentazione al Manifesto Apenet).
Domenico Bilotti











