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EUCLIDE NOIR… UNA MOSTRA DI ADELE CERAUDO

 

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La freschezza di un artista – la duttilità a esprimere un contenuto nel mutamento della forma – dipende essenzialmente da due fattori: la sua ricerca e la sua percezione. Nel primo senso, l’aggettivo possessivo ha carattere attivo: cosa ricerca, che strade percorre, quali soggetti sceglie. Nel secondo, ha semmai valenza riflessiva o passiva: come si viene percepiti, che immagine si trasmette (solo in parte scegliendolo, solo in parte subendolo). Date queste coordinate, Adele Ceraudo è certamente in un momento di grande freschezza artistica. È padrona di una continuità esperienziale, e tuttavia non fa il verso a se stessa in un eterno ping-pong antologico, semmai confeziona e riassembla le tappe di un percorso (creandone perciò di nuove).

È quello che succederà, a partire dall’inaugurazione dell’11 dicembre, negli spazi espositivi dell’ex Museo delle Arti e dei Mestieri nel centro storico di Cosenza, con un’art exhibition che si libera dall’inflazione del termine (una sorta di permanente lounge dell’autocompiacimento) e che invece proietta davvero la dimensione incoativa del processo artistico.

Una delle idee guida che illuminano le opere viste in anteprima consiste nel progressivo ingrandimento di dettagli da ritratti già propri dell’artista. Nell’autoritratto fotografico, utilizzando lo scatto riveduto e corretto come inizio di una performance e non fine di una macchina, Adele Ceraudo sembra per pose strizzare l’occhio a tutto il lavoro dei grandi figurativi plastici.  E questo gioco di rimandi, soprattutto nelle luci e nei cromatismi, intervalla le fonti classiche con sensibilità estetiche provenienti dalla cinematografia, dal fumetto, dal pulp, persino dall’altra grande lezione iconoclasta del Novecento: quel Duchamp che sapeva fare versioni nuove e proprie, talora caricaturali, di capolavori passati per irritare e schernire il kitsch, da un lato, e contemporaneamente dettare partiture inedite, dall’altro.

Senonché, ammirato il gioco della figura e gradita particolarmente la grande capacità adattiva che consente a Ceraudo di (ri)mettere in scena le immagini paradigmatiche della figura umana in pittura, subentra un aspetto in più: ingrandire mano a mano e volta per volta i dettagli dell’opera, in modo che il particolare da ingrandimento al microscopio stravolga invece definitivamente il modo di guardare e concludere il soggetto. Una sorta di fantasioso arazzo colorato, nel quale ci si perde a rintracciare il vincolo di parentela tra il dettaglio cresciuto esponenzialmente e la posa routinaria che lo scatto fotografico si illudeva di aver portato a stasi. Sgranare oltre l’inverosimile? Ingigantire il frammento fino a fargli divorare il mosaico, rendendosi indistinguibili? Manipolare lo sguardo fino all’esplosione della minuzia in tutto ciò che non ha forma, come il punto della geometria euclidea era tutto quello che restava privo di parte? A ben vedere, quel paradossale simbolismo geometrico ha davanti a sé una enorme posta in gioco di tipo politico e culturale: solo negare la fondatezza della dimensione misurata significa istituire e accettare l’indivisibile.

E, in questa mostra, tra parentesi di vita e inquadrature a mezzobusto o a primo piano, uso dell’inchiostro e della celluloide, rappresentazione della donna e scoperta di irrimediabile e inesplorata finitezza dell’umano … davvero l’Artista e la sua Opera praticano e accettano l’esser solo tutt’uno, nell’immagine lavorata, intimamente indivisibili.

 

Domenico Bilotti

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