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Suicidio assistito. Il teologo Nicola Bux si sbaglia
“Al cristiano non è dato di togliersi la vita o di aiutare alcuno a farlo. È un assunto chiaro. Altrimenti, nell’esempio di chi lo fa, e nel mare di elogi di chi commenta, si rischia di annegare o annacquare la compassione (partecipazione con passione) degli insegnamenti della Chiesa. Sono i concetti che monsignor Nicola Bux, teologo, ha espresso nell’intervista che il ROMA propone ai propri lettori cattolici che si scoprono ora “vacillanti” rispetto al profluvio di elogi indirizzati alle gemelle Alice ed Ellen Kessler per la scelta di troncare la propria vita insieme ricorrendo all’eutanasia-suicidio”. Così scrive la giornalista Rosa Benigno, e poiché non conosce bene il vangelo, prende per vangelo ciò che il prelato afferma, senza fargli obiezioni.
Ma quali inconfutabili argomenti adduce il prelato per affermare che un cristiano non può togliersi la vita, qualora questa diventi per lui insopportabile? Ecco: «Il cristiano si chiama cristiano perché vive a imitazione di Cristo, che non ha rifiutato la sua croce. Si vuole espellere dalla condizione umana la Croce. Ma, quando questa arriva, va accettata, contando anche su chi deve restare accanto con amore, carità e sulla possibilità di ricevere cure palliative. Non si possono chiudere gli occhi sulla realtà della vita, che è anche sofferenza. Per noi la Croce è il simbolo della solidarietà di Dio con l’uomo. La condizione umana non è scindibile dalla sofferenza. E questo è realismo».
La differenza, caro teologo, tra il sacrificio di Cristo e il sacrificio di una persona che ha davanti a sé un tratto di vita insopportabile, è che il sacrificio di Cristo aveva uno scopo bene preciso, la salvezza dell’umanità, mentre il sacrificio della persona che deve accettare la croce è perfettamente inutile. Capisce monsignor Nicola Bux? Ha presente il sacrificio di Massimiliano Kolbe ad Auschwitz? Ecco quel sacrificio, anche se non aveva certo lo stesso scopo del sacrificio di Cristo, fu in qualche modo imitazione di Cristo. L’accettazione di una sofferenza inutile, senza scopo, non ha niente da spartire con l’imitazione di Cristo. Lei è in errore.
Ma c’è anche un’altra osservazione interessante da fare. Gesù anticipò l’ora della sua morte in croce. Avrebbe potuto in mille modi rinviare l’arresto e il processo e la croce, invece disse a Giuda: “Quello che devi fare, fallo subito” (Gv 13,27), versetto che Giuseppe Segalla commentava così: “Il comando che Gesù dà apertamente a Giuda, e che affretta praticamente la sua tragica fine, non viene compreso dagli apostoli” (Giovanni – Edizioni Paoline).
Renato Pierri (scrittore)

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