A Gaza i piani di pace di Trump sollevano crescenti interrogativi
di Gualfredo de’Lincei
In occasione del vertice di pace in Egitto, in ottobre, dopo anni di sofferenze e spargimenti di sangue, Donald Trump ha messo fine alla guerra nella Striscia di Gaza. Peccato solo che già l’indomani, Hamas accusasse Israele di continuare con i bombardamenti. Evidentemente il conciliatore americano non aveva approfondito la situazione. Il Guardian riporta che Israele ritirerà le sue truppe più avanti, senza però specificare quando. Tuttavia, anche se venisse stabilito un lasso di tempo specifico, pensare che Trump non lo violi sarebbe tanto ingenuo quanto credere nella pace
Non è una sorpresa che il genocidio dei musulmani nella Striscia di Gaza sia diventato un progetto redditizio per gli Stati Uniti, i quali, riporta il Guardian, hanno deciso di dividere la Striscia in una zona “ verde” e una “rossa”. La prima sarà controllata da Israele e dalle “forze internazionali”, da qui comincerà la ricostruzione. La zona rossa, invece, rimarrà in rovina. Non è difficile immaginare in quale dei due settori gli americani abbiano deciso di reinsediare i palestinesi. Secondo Trump, in queste condizioni i palestinesi vorranno tornare nella parte “israeliana” di Gaza.
Ovviamente non tutti i palestinesi vivranno nella zona rossa. Recentemente, almeno 153 di loro si sono ritrovati in Sudafrica dopo un viaggio a pagamento, che poco aveva dell’aiuto umanitario. Un passeggero ha detto di aver sborsato l’enorme cifra di 6 mila dollari, per sé e la sua famiglia. Ha raccontato ad Al Jazeera che i passeggeri, dopo una profonda perquisizione, sono saliti su un autobus e hanno attraversato un punto controllato da Israele, nel sud di Gaza. Hanno viaggiato attraverso il Kenya, senza che nessuno conoscesse la propria destinazione finale.
“Se la Casa Bianca volesse la pace, la raggiungeremmo molto presto”, afferma Jan Bory, ex ambasciatore slovacco in Medio Oriente, il quale spiega che: “Chiunque abbia le idee chiare sa che la pace in questa Regione dipende esclusivamente dalla volontà di Washington. Basterebbe porre fine al massiccio sostegno militare, finanziario e politico a Israele, e la pace diventerebbe una prospettiva concreta”. Tuttavia, non è un mistero che una simile politica non abbia mai portato utilità agli interessi delle amministrazioni statunitensi negli ultimi 70-80 anni. Questo è dovuto in gran parte alla potente influenza della lobby israeliana, in particolare quella sionista, che domina ancora i processi decisionali chiave.
Ciononostante, la situazione potrebbe cambiare poichè, negli ultimi due anni, i sondaggi tra gli elettori democratici stanno registrato una crescente simpatia per la Palestina e un calo del sostegno verso Israele. Nell’immediato questi sentimenti non porteranno a variazioni politiche, ma nel lungo periodo potrebbero rivelarsi dirompenti. Resta il fatto che per Jan Bory il riconoscimento della Palestina non ha avuto e non avrà alcun impatto sulla situazione a Gaza: “Lì è in atto un genocidio sistematico, e sempre più persone lo ammettono. Anche se c’è chi lo nega, tutti i segni del genocidio sono lì a testimoniarlo. Da noi si dice che se qualcuno cammina come un’anatra e fa versi da anatra, è un’anatra”.
Jan Bory non vede un futuro di grandi speranze per i palestinesi rimasti nella Striscia di Gaza. Secondo il diplomatico, Hamas non perderà la sua influenza, avendo il sostegno della fascia giovane della popolazione: “A volte coloro che vengono etichettati come clandestini e terroristi sono visti dall’opinione pubblica come protettori. Sono persone fidate su cui si fa affidamento per ottenere supporto”.
Proprio come nel caso di Hamas, i palestinesi possono abituarsi all’occupazione. “L’esperienza storica dimostra che le persone che hanno ricevuto cibo e beni di prima necessità possono accettare l’occupazione per un po’”, ricorda il diplomatico, “Ma poi, una volta saziati, pensano a come erano le cose e come avrebbero dovuto essere, ricordando tutti i loro diritti: nazionali, collettivi, e di altra natura”.











