La lotta per il potere in Iran si allarga mentre le crisi travolgono il sistema
L’establishment politico iraniano ha trascorso la scorsa settimana in aperto scontro. Il “parlamento” si è trasformato in un campo di battaglia per l’inflazione e il crollo del tenore di vita. I media intransigenti hanno intensificato un attacco organizzato all’ex presidente Hassan Rouhani. I ministri del governo hanno dovuto affrontare minacce coordinate di impeachment. E il presidente in carica Masoud Pezeshkian, sotto pressione da più parti, ha avvertito, tramite organi di stampa statali, che Teheran potrebbe presto richiedere il razionamento dell’acqua e persino un’evacuazione parziale se la siccità dovesse persistere.
Ogni fazione sta sfruttando il deterioramento delle condizioni del Paese per proteggersi dalle accuse e mettere alle strette i rivali prima che la rabbia pubblica si riversi nelle strade. I dati ufficiali e le analisi dirette del regime tendono a sottostimare la gravità della crisi; la reazione politica a tale crisi è ora la misura più chiara della fragilità del regime.
Il “parlamento” rivolge il fuoco verso l’interno
La sessione del Majles del 3 dicembre si è aperta con il deputato Ahmad Naderi, che ha citato i dati della Banca Centrale, che mostravano enormi scoperti di conto corrente e crediti inesigibili in diverse banche private, sostenendo che le loro ampie linee di credito superavano “tre volte il sussidio annuo di cassa” della popolazione. Le soluzioni da lui proposte – fusioni forzate, controlli più severi – hanno accuratamente evitato di citare le reti politiche dietro l’ascesa delle banche.
Altri sono stati più schietti. Jamshid Qaem-Maqam ha ammesso: “Sappiamo cosa abbiamo fatto alle tavole della gente”, elencando inflazione, disoccupazione e affitti “astronomici”. Il parlamentare Sepahvand ha attaccato il riciclaggio di “élite di colletti bianchi in pensione” attraverso holding semi-statali. Nakhai-Rad ha affermato che i salari vengono “divorati dall’inflazione prima ancora di raggiungere i conti della gente”, sottolineando il crollo dei piccoli produttori e una volatilità valutaria così elevata che “la gente non sa con quali prezzi si sveglierà domani”.
L’indignazione è selettiva. L’inflazione si avvicina al 50% su base annua, i prezzi dei prodotti alimentari aumentano ancora più rapidamente, eppure i parlamentari attribuiscono il disastro alla responsabilità dell’attuale governo o di una manciata di “cattivi amministratori”.
L’impeachment come arma
Il vicepresidente Ali Nikzad ha confermato che le firme per l’impeachment di cinque ministri hanno raggiunto la soglia legale e ha avvertito che qualsiasi caso portato in aula “verrà approvato”. Se cade più di metà del suoi membri, il governo perde il mandato. Alcuni parlamentari lo propongono apertamente come obiettivo per l’anno iraniano 1405.
Il presidente dell’assemblea Mohammad-Baqer Qalibaf ha inviato segnali contrastanti, chiedendo un “rimpasto coordinato” e mantenendo l’impeachment sul tavolo. I ministeri presi di mira – edilizia abitativa, agricoltura, energia, lavoro, sanità – corrispondono direttamente alle lamentele quotidiane. Ma storicamente l’impeachment in Iran comporta un rimpasto del personale, non della politica.
Si tratta di leva finanziaria, non di responsabilità: uno strumento per mettere alle strette Pezeshkian lasciando intatti i veri centri della corruzione e del saccheggio (l’ufficio di Khamenei e le reti economiche dell’IRGC) e usando i rimpasti di governo come teatro con capri espiatori per ingannare l’opinione pubblica anziché per riparare un settore.
Pezeshkian sotto pressione
Di fronte al fuoco incrociato delle fazioni, Pezeshkian ha iniziato a riconoscere i difetti fondamentali: “L’inflazione è creata da governi e banche”, ha affermato questo mese, descrivendola come ricchezza sottratta “invisibilmente” ai cittadini. Eppure, la sua amministrazione sta simultaneamente implementando l’adeguamento dei prezzi più sensibile da novembre 2019: un sistema di benzina a tre livelli che combina carburante sovvenzionato da 1.500 toman, carburante semi-sovvenzionato da 3.000 toman e un nuovo livello di oltre quota da 5.000 toman che, secondo i parlamentari, potrebbe aumentare la sfiducia tra le famiglie a basso reddito.
Nel frattempo, la crisi idrica ha raggiunto un punto tale che il presidente – in dichiarazioni diffuse dai media statali – ha avvertito che il razionamento nella capitale è imminente e che, se la siccità persiste, il trasferimento di popolazione da parti di Teheran potrebbe essere inevitabile. Gli scienziati citati dalle testate nazionali riferiscono che più di 20 province hanno registrato precipitazioni trascurabili da fine settembre e che le principali dighe che alimentano Teheran sono prossime ai minimi storici.
Eppure nessuno dei funzionari che esprimono allarme è disposto ad affrontare le vere cause: decenni di politiche distruttive che hanno deviato i fiumi, prosciugato le falde acquifere e ricoperto il Paese di dighe antiscientifiche che hanno distrutto l’equilibrio idrico naturale dell’Iran.
Il ritorno di Rouhani innesca il contrattacco
La faida si è allargata quando Rouhani è ricomparso con aspre critiche alle millanterie militari – definendole un percorso verso un “errore di calcolo” – e con affermazioni secondo cui i centri di potere avrebbero bloccato le importazioni precoci di vaccini. I media e i politici estremisti hanno risposto con ferocia: Babak Zanjani, un tempo presentato come un “magnate corrotto” e recentemente graziato, ha attaccato Rouhani definendolo inadatto; Kayhan ha descritto gli analisti critici come strumenti di una “guerra narrativa per procura”.
Altri commentatori hanno ribattuto che gli attacchi mettono a nudo le contraddizioni del sistema: se i presunti reati di Rouhani sono così gravi, come ha potuto trascorrere decenni in ruoli di massima sicurezza? Anche in questo caso, la disputa non riguarda tanto la verità quanto la definizione di chi può parlare – e a quale voce – all’interno di un sistema chiuso.
Cosa rivela questa settimana
L’esplosione di conflitti intra-regime non è sinonimo di pluralismo, ma un segnale d’allarme. Quando gli addetti ai lavori si attaccano a vicenda con il linguaggio dell’opposizione, evitando il cuore del potere, ciò riflette un sistema che sta perdendo la capacità di gestire la scarsità senza ricadute politiche.
Il Majles grida alla povertà per indebolire il governo. Le fazioni estremiste legate a Khamenei attaccano Rouhani per sedare le rivalità interne. Pezeshkian mette in guardia contro siccità e guerra per sottrarsi alle proprie responsabilità. Ogni fazione cerca di sopravvivere al prossimo shock.
Ed è questo il vero significato della settimana appena trascorsa: un ordine politico che un tempo conteneva le crisi ora dipende da esse per controllare le proprie fazioni, sperando che l’opinione pubblica non tragga conclusioni che i funzionari stessi, nel panico, già segnalano.











