Advertisement

Precarietà, omissioni e giovani vite spezzate: la strage silenziosa sul lavoro

(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

Advertisement

Nel dicembre del 2025 l’Italia torna a fare i conti con una lunga scia di morti sul lavoro, un dramma quotidiano che continua a ripetersi con la stessa meccanica crudele, come se il tempo non riuscisse mai a insegnare abbastanza. Le ultime sei vittime, registrate nei primi giorni del mese, raccontano una realtà in cui precarietà, mancata prevenzione e condizioni lavorative spesso insicure si intrecciano a storie personali spezzate troppo presto. Cinque di loro sono morte sulle strade, due erano autotrasportatori, un’altra vittima viaggiava di ritorno dal lavoro, mentre la sesta ha perso la vita in un incidente aereo durante un intervento tecnico. Quattro avevano meno di quarant’anni e due non erano nate in Italia, a testimonianza di una sinistrosità che colpisce con particolare durezza i lavoratori più giovani e quelli provenienti dall’estero.

Tra queste storie c’è quella di Thomas Diaz Ledesma, 29 anni, colombiano, residente a Valmadrera, impiegato nei lavori acrobatici. È morto il 4 dicembre in un incidente aereo a Lanzada, in Valmalenco, mentre partecipava a un’operazione per la messa in sicurezza di una frana. Quello che inizialmente era sembrato un incidente dall’esito non fatale si è trasformato in una tragedia quando il suo corpo è stato trovato a valle del relitto, gravemente ferito. Portato d’urgenza all’ospedale di Chiuro, non ce l’ha fatta. Nello stesso giorno, il 27enne autotrasportatore G.L. ha perso la vita sulla statale 16 vicino a Cerignola, sbalzato dalla cabina del suo mezzo finito fuori strada complice la pioggia. Poco più a nord, a Romagnano Sesia, A.G., autotrasportatore di 63 anni, è morto per un malore mentre era alla guida; ha avuto la lucidità di fermare il camion evitando altre vittime, ma non ha potuto salvare sé stesso. A Cagliari, Massimo Massa, operaio 49enne, è spirato dopo una settimana di lotta in ospedale: tornando a casa dal lavoro era uscito di strada, riportando ferite troppo gravi. E poi c’è Elisa De Paris, 33 anni, madre di due figli, morta in un frontale sulla statale Alemagna mentre rientrava dal turno in un bar. Infine Costel Ciobotar, 35 anni, romeno, dipendente da oltre un decennio in una cantina del Roero, deceduto sul colpo in un incidente stradale durante una commissione di lavoro.

Nell’arco dello stesso periodo, l’Italia ha pianto anche Mohssine Ghouati, 27 anni, morto schiacciato da un macchinario durante una manutenzione; un incidente che ha suscitato indignazione perché l’azienda non ha ritenuto di sospendere l’attività nemmeno per poche ore. Sono morti anche Nicola Pagan, 58 anni, sepolto da una frana di terreno durante uno scavo; Marco Lomagistro, 31 anni, maresciallo dei carabinieri, suicidatosi nel proprio ufficio, ennesimo caso di burnout non affrontato; il parroco 51enne Antonio Meliante, deceduto dopo tre mesi di agonia in seguito a un incidente stradale; Nazario Pontellato, 61 anni, travolto da un furgone mentre lavorava in autostrada; Susanna Zuffoli, 58 anni, schiacciata da un tir rovesciatosi sulla sua auto; Giovanni Simonotti, 73 anni, morto travolto dal tronco che stava abbattendo; Francesca Scapin, 62 anni, deceduta per un malore mentre era al lavoro in un negozio.

Queste morti non sono episodi isolati, ma tasselli di un quadro più vasto. Nel 2025, dall’inizio dell’anno, le vittime complessive sono state 1.060, di cui 843 sul lavoro e 217 in itinere, con una media di 3,1 decessi al giorno. Dicembre, con 15 morti nei primi giorni, conferma lo stesso andamento. La Lombardia guida la lista con 131 vittime, seguita da Veneto, Campania, Emilia-Romagna e Lazio. Ogni mese, da gennaio a novembre, ha registrato decine di morti, senza alcuna tregua. Questi numeri parlano di un Paese che non riesce a garantire quel livello minimo e imprescindibile di sicurezza che la legge richiede e che il buon senso imporrebbe.

Precarietà e insicurezza si intrecciano in modo evidente. I lavoratori con contratti temporanei o discontinui mostrano un’incidenza di infortuni più alta rispetto a quelli con impiego stabile. Le persone straniere, spesso impiegate nei settori più duri e meno tutelati, risultano sovrarappresentate nelle statistiche. Le donne, invece, pagano un prezzo maggiore negli incidenti in itinere, colpite dal difficile equilibrio tra lavoro e carichi familiari che ancora ricade in modo sproporzionato su di loro. Gli uomini restano i più esposti agli incidenti traumatici perché concentrati in mansioni ad alto rischio, mentre le patologie psicosociali, molto più diffuse tra le donne, continuano a essere invisibili e non riconosciute come lavoro-correlate.

La prevenzione, che dovrebbe essere l’asse portante di ogni sistema di sicurezza, in troppi casi rimane un adempimento formale, un documento compilato per obbligo più che una pratica reale. La cultura della sicurezza non è diffusa, i rischi vengono sottovalutati perché spesso non si presentano con segnali evidenti e perché la loro materializzazione richiede la combinazione di più fattori, dando l’illusione che “tanto non succederà”. L’improvvisazione, l’assenza di procedure chiare, la mancanza di formazione adeguata, lo stress, la stanchezza e l’eccesso di fiducia sono compagni silenziosi di molti incidenti. I rischi psicosociali, dalla tensione al burnout, restano i grandi dimenticati della gestione preventiva, nonostante rappresentino un fattore determinante in molti casi di malore fatale, come infarti e ictus, che continuano a essere tra le prime cause di morte sul lavoro.

Il problema non è nuovo, eppure persiste. L’Italia registra indicatori di rischio altissimi non perché manchino le norme, ma perché mancano applicazione, controlli e soprattutto consapevolezza. La sicurezza sul lavoro non può essere trattata come un costo o un intralcio, ma come una responsabilità sociale e morale. È urgente un cambio di rotta che renda effettivo il diritto fondamentale a un ambiente di lavoro sicuro e sano, che riduca la precarietà e garantisca formazione, sorveglianza sanitaria, pianificazione e protezioni adeguate. Le vittime di questi giorni non sono numeri nelle statistiche, ma persone con una storia, una famiglia, una vita che non doveva spezzarsi. Raccontarle significa ricordare che ciò che chiamiamo “incidenti” spesso non lo sono affatto: sono fallimenti preventivi, evitabili con scelte diverse.

Uno dei mondi che si nasconde deve nascere,
tra le mani vuote lasciate sul ciglio della vita,
non so se dagli uomini tristi sulla riva
o dalla grande corrente che sfocia nel mare

di voci che si alzano per attraversa la stretta via d’uscita
di una risacca rauca di morti che si ripetono,
ombre che tremano e si sollevano ancora
al di là della bestia della produzione.

Si incide nel silenzio il nome di chi resta,
tra la muffa di un sepolcro e l’eco dei passi perduti,
brucia ancora una piccola finestra
che mette in movimento il crepuscolo che giace in agguato.
Ci sono giorni che grondano sangue
sui cancelli delle officine e sui marciapiedi della vita.

I familiari parlano con la lingua spezzata
del lutto che non sa diventare parola,
le madri stringono la notte come un nodo,
i figli apprendono troppo presto la mancanza.
Ma nel buio si accende un lume ostinato,
un soffio che attraversa le catene dei macchinari,
una linfa che corre tra le rughe del tempo
e trasforma il dolore in germoglio di speranza.

Un altro modo di lavorare ancora è possibile,
che renda la vita sacra e il lavoro un canto.

Informazione equidistante ed imparziale, che offre voce a tutte le fonti di informazione

Advertisement
Articolo precedente“LA RIVOLTA DELLA GIOIA”.
Articolo successivoCamera dei Deputati nasce il consorzio della Bella Gente,la giornata costituente dedicata ai valori e al bene comune

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui