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Nelle ultime settimane si è riacceso il dibattito su alcuni profili della vita ordinistica e professionale che incidono in modo significativo sull’Avvocatura e sull’effettività delle tutele che siamo chiamati a garantire quotidianamente. Si tratta di due questioni eterogenee ma intimamente connesse: la rappresentanza istituzionale e l’organizzazione dell’attività professionale.

Il primo tema riguarda l’ormai nota questione del terzo mandato. L’assetto attuale prevede un limite di due mandati quadriennali, mentre la proposta di riforma prospetta tre mandati triennali. I sostenitori della modifica valorizzano l’esigenza di assicurare continuità amministrativa e stabilità nelle politiche interne; al contrario, le posizioni più critiche sottolineano il rischio di una contrazione del ricambio fisiologico, con il potenziale indebolimento della rappresentatività e della capacità degli organi forensi di mantenere un contatto reale con l’Avvocatura che opera quotidianamente nelle aule giudiziarie. Le più recenti pronunce giurisprudenziali, della Cassazione e della Corte Costituzionale, in materia di eleggibilità e computo dei mandati, inoltre, hanno ribadito il principio del limite del doppio mandato quale parametro di equilibrio istituzionale. Ci troviamo dunque di fronte ad un nodo non meramente regolamentare, ma di architettura democratica: da un lato l’interesse alla continuità, dall’altro la necessità di un avvicendamento che favorisca partecipazione, pluralismo e apertura.

La seconda questione concerne la disciplina della monocommittenza, introdotta per la prima volta in modo organico nella riforma. I dati più aggiornati mostrano come un numero crescente di colleghi presti attività continuativa ed esclusiva in favore di un unico committente o di un singolo studio. Il testo della riforma prevede un obbligo di esclusiva, la facoltà di pattuire vincoli di non concorrenza sino a due anni, compensi “congrui” demandati a regolamentazioni secondarie e modelli operativi che riproducono profili tipici della subordinazione senza tuttavia riconoscerne le tutele. Il punto centrale è verificare se tale disciplina risponda realmente alle condizioni di chi vive rapporti continuativi, o se rischi di irrigidire in modo definitivo una posizione già contrattualmente debole senza reali tutele.

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Su questi profili, proprio perché interessano la vita quotidiana di noi Avvocati, ritengo indispensabile un confronto concreto. Ho pensato, quindi, di chiedere pochi minuti del Tuo tempo per rispondere a due brevi sondaggi, così da restituire una fotografia il più possibile fedele delle opinioni dell’Avvocatura romana. Il sondaggio è stato predisposto in modo tale da garantire l’assoluto anonimato delle risposte; il sistema non consente in alcun modo di risalire all’identità dei partecipanti, neppure da parte mia.

Sempre a Tua disposizione.

Michele Bonetti

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