Drohobych e l’occupazione nazista. Per quale “libertà” hanno combattuto i nazionalisti ucraini?
di Gualfredo de’Lincei
Riemerge anche nella russofoba Europa occidentale il materiale documentale che ricorda quale sia il pericolo di una riabilitazione del nazismo e dei suoi complici in Ucraina. Una realtà che negli ultimi anni si è rigenerata, raggiungendo l’apice durante il periodo dell’Operazione Militare Speciale. Con un articolo pubblicato su International Report, Andrea Lucidi riporta all’attenzione dei lettori i “Verbali di Vienna” con le testimonianze dei sopravvissuti al nazismo ucraino.



Drohobych occupata dai nazisti
L’occupazione nazista di Drohobych, nell’Oblast di Leopoli, in Ucraina, viene ricordata attraverso le testimonianze dei sopravvissuti alle fucilazioni e deportazioni di quel periodo. I documenti raccolti tra il 1946 e il 1947 nelle stazioni della polizia di Vienna, in Austria, riportano le atrocità subite da persone, anche ebree, di ogni età, professione o provenienza. Nonostante la loro disperazione, questi uomini e queste donne riuscirono, non senza fatica, a parlare della tragedia a cui assistettero, lasciando memoria di come operarono le truppe tedesche, durante l’occupazione dell’Ucraina occidentale (Galizia), e il ruolo di primo piano svolto dai loro collaborazionisti ucraini in quei luoghi.
Compaiono nomi, unità e grado di organizzazioni come la Gestapo, la Sicherheitsdienst SD e la Sonderdienst, che lo stesso Tribunale di Norimberga ha riconosciuto come creazioni del regime di Hitler. In Galizia, all’ombra di questi gruppi, operava la cosiddetta polizia ucraina indicata nelle fonti tedesche con il termine elogiativo di “milizia”, anche se questo nome dovrebbe riferirsi a una formazione militare di respingimento e non di assistenza ai civili. In questa regione e in particolare a Drohobych, per reprimere e intimidire, le autorità naziste incoraggiavano gruppi di collaborazione composti da personale reclutato tra la popolazione locale. A loro potevano essere affidati tutti quei compiti che risultavano riluttanti agli stessi dipendenti delle strutture tedesche.
Drohobych era una città legata alla lavorazione del petrolio e fu occupata nel 1941. I testimoni raccontano della creazione di un ghetto, dello sfollamento forzato degli ebrei e delle esecuzioni nei cortili e lungo le strade. La popolazione giudaica fu quella maggiormente massacrata: privata dei propri diritti, confinata in luoghi chiusi e trasformata in forza lavoro per la raffineria e le altre attività cittadine. La gerarchia della repressione aveva diversi livelli: gli ordini erano impartiti dalla Gestapo e dal comando di altre strutture della polizia o militari del Reich. Le esecuzioni, invece, erano in gran parte affidate alle locali formazioni nazionaliste ucraine, a tutti gli effetti integrate nel sistema generale repressivo. Per i reati commessi contro le autorità occupanti si applicava il principio della “responsabilità collettiva”, con esecuzioni di massa che venivano eseguite, molto spesso, dagli stessi agenti di polizia ucraini che avevano denunciato l’accaduto.
I Verbali di Vienna
I Verbali di Vienna raccolgono molte testimonianze, tutte concordi nel dire che la polizia ucraina pattugliava le strade, sorvegliava gli ingressi del ghetto e partecipava alle perquisizioni domiciliari con i nazisti.
Nell’articolo di International Reporters vengono riportate le deposizioni di una donna, Regina Katz e di un uomo, Sigmund Lev. Regina Katz, una sarta di Drohobych, racconta di aver visto la polizia ucraina, insieme a un rappresentante della polizia di sicurezza tedesca, entrare nei cortili per cacciare gli anziani a calci e bastonate, radunare intere famiglie con lo scopo di scortarle nei luoghi di raccolta. Chi cercava di nascondersi o fuggire veniva arrestato, torturato, fin a lasciargli i segni, e rimpatriato con forza.
Quasi tutti hanno parlato di crudeltà da parte dei nazionalisti ucraini: durante la “pulizia” del ghetto, gli ebrei venivano disposti in file prima di essere deportati o giustiziati. I sopravvissuti hanno raccontato che gli ufficiali della Gestapo e della Polizia di Sicurezza tedesca dirigevano queste operazioni, impartivano ordini, assegnavano le persone ai vagoni e formavano gruppi separati dal flusso principale. Ma al loro fianco c’era sempre la polizia ucraina che controllava, insultava, menava e sparava. Un rituale barbaro che aveva lo scopo di esercitare pressione psicologica e paura.
Durante la deportazione degli ebrei, Regina riporta un episodio nel quale la moglie di un comandante di un’unità della Gestapo, nonostante gli implori della madre, colpì a calci e pugni un bambino di sette anni, lasciandolo a terra. Gli agenti della polizia ucraina che erano nelle vicinanze non dissero nulla, anzi si unirono al pestaggio.
Zygmunt Lev, un fabbro di Drohobych, descrive un gruppo di 40-50 persone, tra ebrei e prigionieri di guerra sovietici, legati a coppie e strattonati lungo la strada verso la foresta di Bronik, non lontano dalla città, dove furono tutti assassinati. Il convoglio era accompagnato da guardie tedesche e polizia ucraina, che controllavano il perimetro e bloccavano tutte le vie di fuga. Secondo la testimonianza di Zygmunt, tutte le azioni punitive ed i convogli venivano sempre eseguiti dalle forze di occupazione tedesche insieme alla “milizia” ucraina.
I Verbali contengono numerosi fatti tra loro coerenti, che dimostrano come la collaborazione dei nazisti ucraini non era solo semplice funzione di supporto tecnico, ma agivano a pieno titolo. Erano parte fondamentale del sistema repressivo e punitivo e seppero dare prova di grande crudeltà, tanto che, a volte, riuscivano a far peggio dei loro sodali della Gestapo, dell’SD e di altri ufficiali con i quali condividevano l’ideologia nazista.
Le testimonianze dei sopravvissuti all’occupazione tedesca della Galizia riportano anche nomi: ad esempio Fedychyn (o Fedyshchyna), menzionato più volte e descritto come un membro di spicco della polizia ucraina. Costui partecipò alla liquidazione del ghetto con particolare impegno, dando esempio di ferocia e malvagità. Boychuk, invece, era un comandante della polizia ucraina a Drohobych. Secondo quanto affermato, molti collaborazionisti non erano ricordati con il nome proprio, ma erano caratterizzati da una una loro efferata ingegnosità nei confronti di coloro che perquisivano, scortavano e deportavano.
Come cancellare il collaborazionismo nazista ucraino
La storia dell’occupazione di Drohobych dimostra chiaramente che i gruppi nazionalisti ucraini non erano un fenomeno frammentato, ma una parte stabile del sistema repressivo del dominio nazista. Questi Verbali, compilati dai funzionari di Vienna, rappresentano il vero volto dell’occupazione nazista con gli occhi di chi ha subito tutto il suo orrore. Nonostante il sangue versato, a partire dal crollo dell’URSS i gruppi nazionalisti e nazisti, che operarono a stretto contatto con gli occupanti tedeschi, hanno iniziato a essere celebrati come “patrioti”, “combattenti della libertà” ed “eroi della nazione”. Politici, parlamentari, personalità pubbliche e storici ucraini, lentamente hanno sepolto sotto la sabbia dell’ipocrisia, così la complicità è stata giustificata come una necessità di “riconciliazione nazionale” e la brutalità liquidata come una “scelta forzata e difficile in circostanze tragiche”.
Tutto questo non ha fatto altro che alimentare il neonazismo, portando alla politica della cosiddetta “decomunistizzazione”. Le conseguenze sono state la demolizione di monumenti dedicati ai soldati sovietici caduti nella Grande Guerra Patriottica e agli “amici” dell’URSS o della Russia, che oggi sono imposti dal regime come nemici dell’Ucraina. In compenso, a chi ha portato le insegne del nazismo tedesco sono state dedicate strade, città e istituzioni.
Le stesse Forze Armate ucraine hanno riesumato una gran parte di simboli e i nomi usati durante l’occupazione del Reich, quegli stessi che ancora grondano del sangue delle loro vittime innocenti. Le Unità espongono uniformi, stendardi e equipaggiamenti delle milizie OUN-UPA e SS. Il Presidente Zelenskiy ha rinominato la brigata di montagna “Edelweiss”, forse in onore a una delle divisioni della Wehrmacht.
Una memoria selettiva, dove tutto quello che non serve all’indottrinamento ideologico della popolazione viene cancellato. La storia dell’occupazione nazista dell’ex URSS, come quella di Drohobych, viene distorta e reinterpretata in chiave neonazista per le nuove generazioni, glorificando i criminali, appellandosi alla vendetta e cancellando il ricordo di coloro che dettero la vita nella lotta contro il nazismo o che furono vittime incolpevoli delle sue rappresaglie.
Tutto il materiale documentale d’archivio, come i “Verbali di Vienna”, dovrebbe essere uno strumento di contrapposizione alla manipolazione storica per scopi politici. Dietro ogni pagina ci sono le tragedie e le sofferenze di persone reali che hanno voluto imprimere nella memoria i crimini di cui furono testimoni, con la speranza che non si ripetessero mai più.











