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Rivolta in Iran, giorno 24: il regime è nel panico mentre le “condizioni di guerra” travolgono le città e si intensificano le lotte intestine

 

Mentre la rivolta nazionale in Iran segna il suo 24° giorno consecutivo, il regime clericale si trova a combattere su due fronti in intensificazione: una popolazione ribelle che ha trasformato le strade delle città in zone di resistenza e una frattura politica sempre più profonda all’interno della sua stessa dirigenza. Nonostante un soffocante blocco digitale che ormai dura più di 280 ore, le notizie trapelate dal Paese rivelano un apparato statale allo sbando, che ricorre a “condizioni di guerra” per mantenere la presa sul potere.

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La cortina di ferro digitale e l’emorragia economica

 

Dall’8 gennaio, il regime ha imposto un blackout quasi totale di Internet, isolando oltre 90 milioni di persone. I dati di Netblocks confermano che l’interruzione ha superato le 280 ore. Sebbene le autorità affermino che si tratti di una necessità di sicurezza, le ricadute economiche sono catastrofiche. I media affiliati allo Stato hanno riferito il 19 gennaio che le piccole e medie imprese hanno subito perdite superiori a 5.000 miliardi di toman in soli dieci giorni. Lo stesso viceministro delle Comunicazioni del regime ha ammesso una perdita giornaliera di 500 miliardi di toman, sebbene stime indipendenti suggeriscano che la cifra sia sei volte superiore.

Il tentativo disperato di controllare la narrazione ha portato a epurazioni all’interno dell’infrastruttura tecnica. L’Agence France-Presse (AFP) ha riportato il licenziamento di Alireza Rafiei, CEO di Irancell, il secondo operatore di telefonia mobile iraniano. Rafiei è stato rimosso per non avere attuato gli ordini governativi di chiusura di internet con sufficiente rapidità e severità. Nel frattempo, i funzionari della commissione “Trasformazione Digitale” hanno dichiarato apertamente che non esiste “alcun piano” per riaprire le piattaforme internazionali a causa delle “nuove condizioni” – un eufemismo per l’incontenibile malcontento.

 

“Condizioni di guerra”: la visione dalle strade

 

Nonostante il blocco dell’informazione, sono emersi dettagli specifici della resistenza, dipingendo il quadro di una popolazione che è andata oltre la protesta passiva. Nel distretto di Saadat Abad a Teheran, un filmato dell’8 gennaio recentemente emerso mostra una scena caotica in cui i manifestanti si scontrano con le forze di sicurezza. Una donna che riprende la scena racconta l’incendio di veicoli di repressione. Il filmato documenta l’enorme volume di forze di sicurezza schierate e l’intensità delle misure difensive messe in atto dalla popolazione.

Rapporti più recenti, risalenti al 18 gennaio, indicano che Via Valiasr a Teheran è stata un focolaio di scontri tra persone fuggitive, con slogan come “Morte a Khamenei” che riecheggiavano per la capitale.

Nelle province, la repressione è diventata letale e indiscriminata. Rapporti da Kerman indicano che il regime sta schierando la divisione “Fatemiyoun” – un’organizzazione paramilitare afghana – per reprimere le proteste, segnalando una potenziale mancanza di fiducia nelle forze di sicurezza locali. A Kermanshah, la sera del 18 gennaio sono stati segnalati continui spari nei pressi di Taq-e Bostan.

Forse i resoconti più agghiaccianti provengono da Shiraz, dove gli ospedali sono stati di fatto sottoposti alla legge marziale. Le forze di sicurezza controllano i centri medici e le famiglie che desiderano reclamare i corpi dei propri cari o ricoverare i feriti sono costrette a compilare dettagliati moduli di intelligence, trasformando gli ospedali in estensioni delle sale interrogatori. Fonti interne alla città descrivono l’atmosfera semplicemente come “di guerra”.

 

Fratture al timone: “Lei non è un uomo di questo campo”

 

La pressione delle strade sta causando crepe visibili all’interno della gerarchia del regime. Fazioni estremiste nel “parlamento” (Majlis) hanno lanciato attacchi feroci contro il presidente del regime, Masoud Pezeshkian. Nonostante l’appoggio della “Guida Suprema” Ali Khamenei a Pezeshkian, il parlamentare Abolfazl Aboutorabi ha pubblicamente rimproverato Pezeshkian, affermando: “Signor Presidente, lei non è un uomo di questo campo; queste sono condizioni di guerra e lei è incapace di governare il Paese. Si assuma la responsabilità dei recenti eventi e si dimetta”.

La retorica si è trasformata in minacce di violenza contro i funzionari. Reza Asheri, consigliere comunale di Rasht, è arrivato al punto di pubblicare una storia su Instagram in cui chiedeva l’assassinio di Pezeshkian, evidenziando la guerra intestina che sta consumando l’élite al potere, mentre si affanna ad attribuire la colpa della rivolta.

 

Il mondo si sveglia: “Violenza allarmante”

 

La comunità internazionale si sta finalmente mobilitando in risposta alle atrocità. Un documento visionato da Reuters conferma che il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite terrà una sessione di emergenza sull’Iran questo venerdì 23 gennaio. La sessione, promossa da Germania e Regno Unito, mira ad affrontare “segnalazioni attendibili di allarmante violenza”.

Mai Sato, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani in Iran, ha affermato che la repressione probabilmente costituisce un crimine contro l’umanità, citando omicidi diffusi, torture e detenzioni arbitrarie.

Contemporaneamente, Meta (la società madre di Instagram e WhatsApp) ha confermato di avere implementato misure di sicurezza speciali per proteggere gli utenti iraniani, tra cui il blocco degli elenchi dei follower all’interno del Paese per impedire alle forze di sicurezza di mappare le reti dei dissidenti.

Con la fine del 24° giorno, la strategia del silenzio e del terrore del regime iraniano sembra fallire. Il riconoscimento delle “condizioni di guerra” da parte dei funzionari del regime è una tacita ammissione che questa rappresenta una sfida fondamentale all’esistenza della teocrazia. Con il sipario calato su Internet che si sfilaccia, l’economia che sanguina e la comunità internazionale che lentamente volge lo sguardo verso l’assunzione di responsabilità, la determinazione del popolo iraniano rimane il fattore più decisivo in questa storia in divenire.

 

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