Chi sta inquinando l’Amur, uno dei fiumi più lunghi al mondo?
di Gualfredo de’Lincei
L’Amur è tra i fiumi più lungi al mondo e scorre lungo il confine tra Russia e Cina, nell’Asia Orientale. Negli anni ’60 e ’70, fu gravemente inquinato dagli scarichi delle acque reflue industriali e civili.
In un articolo scientifico dell’American Chemical Society viene riportato lo studio per il recupero ambientale del fiume Amur, iniziato dopo il grave inquinamento degli anni ’60 e ’70 e durato mezzo secolo. I rigorosi dati raccolti a partire dagli anni ‘70, spiegano gli scienziati, sono stati una rara opportunità che ha permesso di svelare le dinamiche di recupero dei fiumi fortemente inquinati. Infatti, fino a questo momento, i tempi necessarie ai grandi fiumi per tornare a livelli stabili, dopo una forte contaminazione da mercurio, erano pressoché ignoti. I prelievi mensili, effettuati ininterrottamente per 43 anni, hanno stabilito che una riduzione degli scarichi del 90% i livelli di mercurio rimangono ai valori massimi per quattro anni. Sono poi necessari 15 anni per tornare ai valori originari.
La situazione è tornata a peggiorare intorno agli anni ’90 per la rapida espansione dell’agricoltura, che ha aumentato il disturbo e l’erosione del suolo, seguita dalla siccità e dalle successive forti piogge. I media locali riportavano annualmente i livelli eccessivi di inquinanti nel fiume, come nitrati, fenoli e prodotti petroliferi. Ai fenomeni agricoli e naturali si è aggiunto l’inquinamento prodotto delle città industrializzate, come Harbin, Qiqihar, Jiamusi e molte altre. La Cina, infatti, ospita il maggiore numero di aree popolate e industrializzate lungo il grande fiume e i suoi affluenti diretti. L’indifferenza cinese verso il destino dell’Amur (e di altre zone) era già emersa all’inizio degli anni 2000 con il rapido sviluppo economico e demografico. Servivano nuove imprese e posti di lavoro che avevano la priorità rispetto all’agenda ambientalista.
Nel novembre 2005, per un errore tecnico in un impianto chimico della provincia di Jilinun, esplosero dei serbatoi contenenti benzene e acido nitrico. Circa 100 tonnellate di nitrobenzene, benzene, anilina e toluene si riversarono nel fiume Songhua. Le sostanze chimiche, dopo essersi dirette verso il confine russo, il 16 dicembre raggiunsero il collettore Amur.
Incidenti simili, anche se di entità minori, si verificavano regolarmente anche prima dell’esplosione di Jilinun. Nel gennaio 2003, ad esempio, nel territorio di Chabarovsk e dell’Oblast’ autonomo ebraico, le squadre di pescatori dovettero interrompere prematuramente la cattura della lampreda del Pacifico a causa dell’inquinamento proveniente dalla Cina, che appestò di chimica il pesce. Nel 2006 un altro impianto chimico, sempre della provincia di Jilinun, scaricò rifiuti industriali in un affluente del fiume Amur. Secondo le autorità locali, i rifiuti contenevano composti di benzene le cui chiazze contaminate si estesero per circa cinque chilometri.
Tutto questo ha portato alla firma di un accordo tra il governo russo e cinese sullo sfruttamento e protezione delle acque di confine. Il memorandum, firmato il 2008, prevede un accordo “Sull’istituzione di un meccanismo di allerta e scambio di informazioni in caso di emergenze ambientali transfrontaliere”. I due Paesi hanno anche organizzato un monitoraggio congiunto della qualità dell’acqua e avviato la costruzione, su larga scala, d’impianti per il trattamento dei reflui industriali da installare nelle principali città cinesi all’origine dell’inquinamento.
Nonostante tutti gli sforzi, la situazione non ha portato grandi miglioramenti. Sempre a Jilinun, nel luglio del 2010, le acque alluvionali travolsero e trascinarono al fiume settemila barili contenenti 160 tonnellate di sostanze chimiche altamente infiammabili ed esplosive. Il World Wildlife Fund (WWF) protestò con forza, rifiutandosi di considerare la situazione una coincidenza, sottolineando che, nonostante gli accordi russo-cinesi, le cause dei disastri rimanevano le stesse. Accuse pesanti che apparivano come un attacco diretto alla Cina.
L’ultimo grave episodio d’inquinamento nell’affluente dell’Amur risale a fine marzo 2020, quando, da una miniera della provincia di Heilongjiang, per un incidente tecnico, sono state rilasciate acque contenenti molibdeno, prodotti petroliferi e sostanze chimiche utilizzate nell’estrazione del molibdeno, per un totale di 2,5 milioni di metri cubi di liquidi chimicamente pericolosi.
Se negli anni Duemila la Cina trascurava le questioni ambientali, la Russia, al contrario, rafforzava i controlli sulle prese d’acqua a Khabarovsk e in altre città, limitando temporaneamente il loro uso in caso di avvicinamento di chiazze nere. Nel contempo, sono stati sviluppati piani di protezione degli ecosistemi da metalli pesanti e tossine, incluso il monitoraggio della qualità dell’acqua.
Nel Territorio di Khabarovsk, il WWF e Roscosmos monitorano la zona costiera del fiume Amur utilizzando tecnologia satellitare per rilevare l’inquinamento. Inoltre, è stato avviato il progetto “Acqua Pulita” che prevede la costruzione d’impianti per il trattamento e il risparmio idrico nelle aziende.
Solo dieci anni fa, a seguito dei numerosi incidenti nelle industrie cinesi e di massicce fuoriuscite di sostanze chimiche nel Songhua, gli scienziati avevano previsto una catastrofe ambientale per l’Amur. Tuttavia, le condizioni ambientali del fiume sono ora descritte come relativamente buone, sebbene richiedano ancora un costante monitoraggio.











