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Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profonda preoccupazione per il grave episodio di violenza avvenuto sulla rete del trasporto pubblico di Milano, che ha coinvolto adolescenti in una dinamica di aggressione capace di trasformare un luogo di transito quotidiano in uno spazio di paura e vulnerabilità.

Quando la violenza si manifesta in età così precoce, essa non può essere interpretata come una deviazione occasionale, ma come il sintomo di un fallimento più ampio nella trasmissione di senso, di limite e di responsabilità. Il gesto violento diventa, in questi casi, una risposta semplificata a un conflitto complesso, l’esito di un vuoto educativo in cui la parola non ha trovato spazio e l’altro non è stato riconosciuto come portatore di pari dignità.

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La continuità dell’aggressione in luoghi diversi della città segnala una perdita di controllo che non nasce all’improvviso. Essa interroga la nostra capacità di leggere i segnali del disagio prima che essi si traducano in pericolo, ma soprattutto la nostra disponibilità a costruire contesti in cui i giovani possano sperimentare il conflitto senza trasformarlo in distruzione. La violenza non è solo un atto, ma una cultura che si insinua quando mancano alternative simboliche credibili.

In questo scenario, la richiesta di sicurezza rischia di ridursi a un riflesso difensivo, affidato esclusivamente alla repressione. Una società che risponde alla violenza giovanile solo con il controllo ammette implicitamente di aver rinunciato alla propria funzione educativa. La sicurezza autentica, invece, si fonda sulla prevenzione del disorientamento, sulla costruzione di legami e sulla capacità di accompagnare i minori verso una responsabilità che non sia solo giuridica, ma anche morale e sociale.

Per questo il CNDDU ritiene necessario un cambio di paradigma: non interventi episodici, ma una presa in carico continuativa del disagio giovanile nei luoghi in cui esso emerge. È urgente immaginare la scuola, i trasporti pubblici e gli spazi urbani come presìdi educativi diffusi, capaci di dialogare tra loro. Occorre che i minori coinvolti in episodi di violenza siano inseriti in percorsi obbligatori di riflessione guidata, confronto con le conseguenze delle proprie azioni e restituzione simbolica alla comunità, affinché la sanzione non si esaurisca nell’isolamento ma diventi occasione di trasformazione. Allo stesso tempo, è necessario garantire alle vittime non solo cure mediche, ma spazi di riconoscimento, ascolto e tutela, perché la ferita sociale non resti invisibile.

Questo episodio chiama in causa una responsabilità collettiva che non può essere delegata né semplificata. Ogni ragazzo che ricorre alla violenza e ogni ragazzo che la subisce ci ricordano che l’educazione non è un fatto privato, ma un investimento pubblico. Educare ai diritti umani significa assumersi il compito di rendere i giovani capaci di abitare il conflitto senza distruggere l’altro, di riconoscere il limite come forma di libertà e di scegliere la parola al posto della lama. È da questa scelta culturale, prima ancora che normativa, che può nascere una sicurezza reale, duratura e condivisa.

prof. Romano Pesavento

presidente CNDDU

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