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Antonello Tannoia ritorna al “Cinema Muto”. La comicità geniale di Charlie Chaplin.

 

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Il noto fisarmonicista maestro e organizzatore Antonello Tannoia (organizzatore a Massafra del Festival Internazionale della Fisarmonica) da diverse tempo sta portando l’interessante progetto didattico rigenerativo di musicalizzazione artistico-culturale nelle scuole e varie comunità territoriali il ritorno al “Cinema Muto”

Ma riportiamo con piacere quanto ci ha detto (e scritto) lo stesso artista.

 

Ci sono film che, anche a distanza di anni, costituiscono un esempio perenne di comicità: opere divenute “classici”, perché capaci di parlare a ricchi e poveri, uomini e donne, vecchi e bambini, analfabeti e professori universitari.

Forse l’esempio più clamoroso è quello offertoci da Charlie Chaplin.

“Charlot”, il vagabondo tenero e impacciato, incapace di integrarsi e trovare posto adeguato nell’ambiente che lo circonda, si fece subito conoscere ed amare da tutti.

La sua non era comicità fine a sé stessa, ma una miscela misurata di lievità e gravità, che arriva a toccare le corde più sensibili dell’animo umano, suscitando risate liberatorie, ma anche sorrisi amari e, talvolta, qualche lacrimuccia.

Il genio di Charlie Chaplin è consistito nell’offrire al mondo un cinema che poteva dire tutto, anche in assenza totale della parola.

Tra i capolavori del “cinema muto” va sicuramente menzionato Il circo “the Circus” (1928), un vero e proprio autoritratto d’artista a cui l’attore consegna una delle tante riflessioni sulle dinamiche che sono alla base dei meccanismi della risata.

In principio la comicità parte da un equivoco: rincorso da un poliziotto, il solitario e girovago protagonista Charlot finisce sulla pista di un circo, dove diverte più dei clown che quella sera stanno a svolgere il loro consueto spettacolo.

L’entrata improvvisa di Charlot sul palcoscenico e il successo travolgente che all’istante gli decreta il pubblico (credendolo uno dei clown), sono una variante innovativa alla trovata della risata che veniva suscitata dallo “scambio di persone” utilizzata tradizionalmente nel Teatro dell’Arte.

Dunque, è l’azione comica involontaria a scatenare l’ilarità collettiva: Charlot suscita divertimento tra gli spettatori solo quando combina pasticci, soltanto quando non sa di essere capitato al centro della scena.

La sua abilità nel mettersi nei guai diventa una dote.

Il suo essere un pasticcione lo porta ad inserirsi nel mondo circense, ed è così che riesce a trovare un lavoro.

La comicità di Charlie Chaplin è genuina e istintiva, involontaria: lui non l’ha tratta da un copione.

Il padrone del circo lo scrittura, ma ben presto capisce che quell’individuo non è in grado di recitare mettendo in atto i numeri normali del clown.

Lui funziona soltanto quando si muove per conto suo.

È allora che combina pasticci, spingendosi inconsapevolmente a stravolgere e “rovinare” i numeri degli altri.

Chaplin è veramente straordinario, senza che lui stesso se ne renda conto. Ne è convinto, invece, il padrone del circo, quando rivolge una battuta ad un suo dipendente, attraverso una didascalia: “Tienilo occupato e non fargli capire che è lui il successo dello spettacolo”.

Infatti, l’omino con i baffetti, munito di un solo bastone, nel suo incedere goffo e impacciato, diventa involontariamente

l’intruso, il guastafeste che irrompe e stravolge ogni situazione, creando dovunque scompiglio e comicità.

Prova a mescolarsi agli altri, ma, non riuscendoci o non volendo, porta all’inevitabile collasso il sistema e l’ordine costituito.

Myrna (Merna Kennedy), la cavallerizza di cui Charlot si innamora, mette in scena un universo avvolto dal velo delle illusioni, dai volti malinconici, con lo spettacolo e la tragedia, il riso e il pianto, e fanno rabbia i maltrattamenti che la ragazza subisce da parte del patrigno, persona dura e spietata.

In sostanza, per Chaplin il circo diventa un mezzo per raccontare la vita, una metafora capace di rappresentare la miseria e gli affanni quotidiani, una realtà negativa caratterizzata da sacrifici e sopraffazione: il tutto, però, condito di una comicità veramente salutare.

Attraverso la sua comicità stralunata, Charlot suscita illusione e malinconia perché, perseguitato dalla vita, mostra sempre il tentativo di essere ciò che non è.

Innumerevoli sono le trovate che riflettono questo aspetto: basti pensare alle prime scene ambientate tra i baracconi, in cui si vede Charlot che, per sfuggire al poliziotto, dapprima è costretto a fingersi una sorta di automa, una marionetta meccanica, poi

diventa tanti Charlot nell’esilarante scena degli specchi, in cui il gioco delle false apparenze è portato al parossismo.

Per non parlare poi della bellissima e malinconica sequenza dello sdoppiamento del personaggio, quando Charlot scopre che la cavallerizza, di cui lui si è innamorato, ama un altro, cioè l’equilibrista Rex.

Nella sequenza si vede il fantasma, che si stacca dal resto della persona, per stendere a terra l’acrobata, mentre il vero Charlot, seduto, si rassegna a prendere atto di essere lui il perdente in amore.

L’umanità e la fragilità del personaggio, sempre più lacerato tra ciò che è e ciò che non è, si rivela ancora di più in una delle scene-madri del film, quella in cui Charlot, per riscattarsi agli occhi dell’amata, decide di emulare Rex, camminando pericolosamente sulla corda sospesa nel vuoto.

Ancora una volta Chaplin mette, nella sua arte eccentrica, il nobile tema della vita umana.

Nella sequenza del funambolo, così intrisa di trepidazione e risate, emerge la metafora del circo come luogo in cui l’uomo può misurarsi tanto con l’abisso quanto con l’altezza vertiginosa, nell’incessante ricerca dell’equilibrio, tra la smania di essere ciò che non si è e il rischio di cadere.

Ma emerge anche la parabola dell’artista che si trova sempre sospeso nel vuoto, che deve far ridere comunque, anche quando si porta una grande delusione d’amore dentro l’anima: un Artista che, sempre in bilico, deve fare costantemente i conti con le proprie paure ed incertezze.

Il Film “Il Circo” resta ancora oggi un’opera piena di poesia, comicità e malinconia, come dimostra l’ineguagliabile scena finale in cui, quando la carovana parte, Charlot si ritrova solo in un grande cerchio di erba calpestata, che è tutto quello che miserevolmente rimane di quel gran vociare e di quella rumorosa movimentazione precedente.

Una strada, deserta in cui incamminarsi in assoluta solitudine, è quella che resta al nostro “alieno gentile”, emblema di poetica e fragile marginalità.

 

“Charlot”, il silenzioso omino con i baffetti, che si muove goffamente con un bastone tra le mani, ci racconta la miseria e gli affanni quotidiani, in un cinema in cui è totalmente assente la parola.

Il film “il Circo” resta ancora oggi un’opera piena di poesia, comicità e malinconia, come dimostra l’ineguagliabile scena finale in cui, quando la carovana parte, Charlot si ritrova solo, in un grande cerchio di erba calpestata, che è tutto ciò che miserevolmente rimane di quel gran vociare e di quella rumorosa movimentazione di prima…: una strada deserta, in cui si incammina, in assoluta solitudine, il nostro “alieno gentile”, icona di una umanità, fragile,

marginale e poetica!

Articolo che ho voluto (dice l’autore) Scrivere su n. 158 del periodico culturale NordSud-l’umanità non ha confini – (Associazione fondata nel 1995 nel Trentino Alto Adige – ove continua una sezione a Villa Lagarina – rifondata nel 2019 in Puglia – -si leggono diversi importanti articoli, grazie al prof. Francesco Laterza, già direttore scolastico (presidente dell’omonima Associazione).

 

Per informazionitannoya@alice.it

 

Nelle foto: 1) Il M° Antonello Tannoia. 2) Manifesto “Il Circo”. 3) Manifesto “The Kid” – Charlie Chaplin”.

Informazione equidistante ed imparziale, che offre voce a tutte le fonti di informazione

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