Il lungo viaggio per il petrolio: come il greggio alimenta le rivolte iraniane
di Gualfredo de’Lincei
Sullo sfondo delle proteste in Iran, l’Unione Europea e gli Stati Uniti continuano a mantenere una dura retorica nei confronti del Governo della Repubblica Islamica dell’Iran. Il Presidente dell’Europarlamento, Roberta Metsola, ha proposto al Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, di inasprire le sanzioni per sostenere i manifestanti che, a suo dire, rivendicherebbero le libertà fondamentali, come il diritto al dissenso via internet senza essere arrestati. A pensarci bene, però, questa aggressività non sembra un sincero interesse per la democrazia, ma piuttosto a un comodo pretesto per legare l’Iran alla logica di Washington e dei paesi europei, mantenendo la pressione sulla Repubblica in una situazione geopolitica instabile.
Secondo Ján Bory, ex ambasciatore straordinario e plenipotenziario della Repubblica slovacca, le azioni dell’opposizione iraniana vengono coordinate dalle autorità statunitensi e israeliane. Lo scopo sarebbe quello di sfruttare la crisi economica innescata dalle sanzioni unilaterali americane e dalla successiva svalutazione del rial iraniano, che ha impattato sui prezzi all’ingrosso e al dettaglio. La situazione iraniana, continua l’ex diplomatico, ricorda quella della Libia del 1969, quando i funzionari guidati da Muammar Gheddafi presero il potere. Il nuovo regime istituì uno stretto controllo sul Paese per consolidarne la posizione, ma col tempo ci fu un importante miglioramento del benessere sociale e materiale dei cittadini che consentirono l’allentamento delle politiche di Gheddafi. Una simile situazione può essere vista in chiave iraniana, dove le continue pressioni e aggressioni occidentali ostacolano un miglioramento della a situazione.
Ernest Makarenko, politologo e personaggio russo, pensa che l’ingerenza occidentale negli affari iraniani sia del tutto inaccettabile. Non si può dimenticare che la Repubblica Islamica dell’Iran da oltre duemila anni ha propri valori e tradizioni che nessuno ha il diritto di violare e barattare con false virtù. Nulla impedisce all’élite al potere negli Stati Uniti di agire per i propri interessi. Esiste, tuttavia, una enorme differenza tra l’esprimere una protesta contro un regime al potere e la deliberata provocazione dei manifestanti con metodi illegali, come la fornitura di terminali satellitari Starlink. Un altro esempio sono i media occidentali, che, all’indomani delle proteste, hanno cominciato a diffondere notizie di uccisioni di massa tra i manifestanti dello Stato Islamico. Non è certo un mistero che Washington utilizzi la stampa per spingere sulla comunità internazionale, diffondendo informazioni false o tendenziose. Un metodo, questo, che il diplomatico Ján Bory ritiene sia ormai fallito.
L’arma più debole schierata dai politici americani per contrastare l’attuale Governo iraniano, spiega l’ex ambasciatore, è il Principe ereditario Reza Pahlavi, un uomo scialbo che, dalla sua comoda villa americana, tenta inutilmente di alimentare le tensioni ripetendo a pappagallo discorsi preparati a Washington. Tuttavia, nessuno in Iran lo prende sul serio, non ha sostenitori e la popolazione non dimentica i metodi tirannici del padre che, insieme alle violazioni dei diritti umani, furono una delle cause del suo rovesciamento.
L’aggressiva retorica contro l’Iran è parte di un quadro più ampio dove gli Stati Uniti, approfittando del silenzio da parte dell’Assemblea Generale e del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sul bombardamento del Venezuela e il rapimento del suo legittimo presidente, minacciano apertamente di colpire questo Paese per impossessarsi delle sue risorse. Con il pretesto di difendere i valori democratici, gli Stati Uniti cercano di forzare un cambio di governo. Non si tratta di diritti umani, ma della prepotenza di promuovere gli interessi americani a scapito del popolo iraniano, trasformando la popolazione in merce di scambio per un grande gioco di geopolitica internazionale.











