Un direttore illuminato
di Francesco S. Amoroso
L’isola di Santo Stefano, a circa un miglio da Ventotene, nell’arcipelago delle isole Pontine, ha ospitato fino al 1965, anno della sua chiusura, uno dei più terribili carceri per ergastolani.
Ripercorriamone brevemente la storia di questo sito.
Alla fine del Settecento Re Ferdinando IV di Borbone commissionò la realizzazione di un bagno penale sull’isola, incaricando l’architetto Francesco Carpi.
Il progetto risentì, tra i primi al mondo, dell’influenza illuminista e in particolare del Panopticon: la pianta del carcere, a ferro di cavallo, costituì una soluzione architettonica che consentiva da un unico punto una costante sorveglianza delle celle da parte del personale preposto alla custodia dei detenuti.
La sua costruzione iniziò nel 1793 per essere completata nel 1795.
Durante il ventennio del regime fascista la struttura ospitò dissidenti politici come Umberto Terracini, Sandro Pertini e Altiero Spinelli.
Per la sua conformazione ne era quasi impossibile la fuga.
Dal 1952, alla guida del penitenziario per otto anni fino al 1960, fu Eugenio Perucatti (1910 – 1978), un direttore illuminato, cattolico e innovatore, che credeva nella redenzione dei detenuti, e che avviò un’opera di umanizzazione delle condizioni carcerarie che preluse alla successiva riforma dell’ordinamento penitenziario del nostro Paese.
Creò così un nuovo modello carcerario.
Il suo obiettivo fu rendere il carcere un luogo più tollerabile, ma soprattutto umano, dando maggior attenzione ai bisogni dei carcerati, lasciando le celle aperte per farli parlare, mandandoli a lavorare nella vicina fattoria, consentendogli di avere un animale, di giocare a calcio nel cortile o di vedere un film.
Perucatti volle rendere effettivo il dettato costituzionale che statuisce la funzione rieducativa del carcere, rispettando la dignità di ogni uomo.
Va evidenziato il suo lavoro di modernizzazione e civilizzazione del carcere: le opere idrauliche e murarie tutte realizzate in economia.
Uomo di profonda fede credeva che in ogni uomo ci fosse una possibilità di redenzione e di vita oltre il delitto più efferato commesso.
Coltivò un sogno che lo guidava: quello di una definitiva abolizione dell’ergastolo, dedicando parte del suo tempo ad un’opera che resterà fondamentale nella giurisprudenza carceraria italiana intitolata: “Perché la pena dell’ergastolo deve essere attenuata”, che pubblicò nel 1956.
Ma purtroppo al tempo fu considerato un anarchico fuorilegge, e anziché essere premiato per la sua opera meritoria venne allontanato dalla guida di questo istituto penitenziario nel 1960 a causa dell’evasione di due detenuti; l’incidente atteso per chiudere questa esperienza.
E così dopo il suo addio, purtroppo, il carcere tornò a durezze anche peggiori di quelle precedenti alla gestione di Perucatti.
Perucatti fece in tempo, però, ad avere la soddisfazione di vedere approvata nel 1976 la legge Gozzini, che sancì finalmente il principio secondo cui lo Stato poteva dopo 26 anni di carcere, rimettere in libertà condizionale quegli ergastolani che rispondessero agli adeguati presupposti riabilitativi.
Alla sua storia è dedicato il libro “Quel criminale di mio padre. Storie di umana redenzione”, scritto dal figlio Antonio, che bambino arrivò nell’isola al seguito del padre e lì crebbe seguito da un ergastolano.
Dopo più di 50 anni di abbandono, nel 2016 è stato avviato un progetto di riqualificazione dell’ex carcere con l’obiettivo di ristrutturarlo e trasformarlo in un polo culturale multifunzionale.
Oggi l’ex carcere è visitabile.











