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Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani intende richiamare l’attenzione della comunità scolastica e dell’opinione pubblica su una storia che non può e non deve essere dimenticata: quella di Francesco Scerbo, giovane padre e volontario, vittima innocente della violenza mafiosa.

Ricordare Francesco non significa soltanto ripercorrere una tragica pagina di cronaca, ma rinnovare un impegno educativo e civile: quello di trasmettere alle nuove generazioni il valore della legalità, della giustizia e della responsabilità collettiva. La sua vicenda interpella le coscienze e ci ricorda quanto sia fragile il confine tra la quotidianità e la brutalità criminale.

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Francesco Scerbo, fisico asciutto e capelli scuri, era felicemente sposato, padre di una bambina di cinque anni e in attesa del secondo figlio. Un ragazzo con la testa sulle spalle, quello che si definisce “un bravo ragazzo”, impegnato nel volontariato con l’UNITALSI, sempre disponibile verso chi aveva bisogno.

La sera del 2 marzo 2000 si trovava nella pizzeria “Euro 2000” di Isola di Capo Rizzuto, nel Crotonese, insieme a quattro amici. Una serata semplice, fatta di sorrisi e leggerezza. All’improvviso, però, due uomini armati e incappucciati fecero irruzione nel locale con l’obiettivo di uccidere Franco Arena, capo dell’omonimo clan, ritenuto un ostacolo nel controllo di redditizi traffici di droga. I sicari aprirono il fuoco e i proiettili colpirono anche Francesco Scerbo che, gravemente ferito, morì durante il trasporto verso l’ospedale di Crotone.

La sua unica “colpa” fu quella di trovarsi a poca distanza dal bersaglio dell’agguato. Fu raggiunto dai colpi di arma da fuoco mentre cercava di mettersi al riparo. Nel corso dell’azione rimase ferito alla gamba destra anche Pasquale Arena, dirigente del Comune di Isola di Capo Rizzuto, che – nonostante il cognome – non aveva alcun legame con il clan Arena.

Vito Martino e Salvatore Nicoscia sono stati ritenuti colpevoli del duplice omicidio di Franco Arena e Francesco Scerbo.

La memoria di Francesco Scerbo, tuttavia, non può essere affidata esclusivamente a momenti commemorativi o a percorsi didattici già consolidati, spesso centrati sulla lettura di testimonianze, sulla visione di documentari o sulla partecipazione a giornate simboliche dedicate alle vittime delle mafie. Pur trattandosi di iniziative preziose e diffuse anche sul web, esse rischiano talvolta di collocare la memoria in uno spazio separato dall’esperienza concreta degli studenti.

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani intende invece promuovere una proposta didattica nuova ed esclusiva, fondata sull’elaborazione di un “Patto di responsabilità civile” redatto dagli studenti stessi a partire dallo studio della vicenda di Francesco e di altre vittime innocenti. Non un semplice approfondimento storico o giuridico, ma un percorso che conduca le classi a trasformare la memoria in impegno personale e collettivo, attraverso la scrittura condivisa di un documento che traduca i diritti umani in scelte quotidiane concrete, verificabili nel contesto scolastico e territoriale.

In tal modo la storia di Francesco Scerbo diventa principio generativo di cittadinanza attiva: non solo ricordo, ma assunzione consapevole di responsabilità. È questa la sfida educativa che proponiamo alle scuole, affinché la memoria delle vittime innocenti non rimanga confinata nel passato, ma si traduca in un’etica presente e operante, capace di incidere realmente nella formazione delle coscienze e nella costruzione di una società più giusta.

prof.ssa Giovanna De Lucia Lumeno

CNDDU

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