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Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani segue con attenzione e inquietudine quanto accaduto sabato 1° marzo 2026, nel tardo pomeriggio, a Milano, in area Università Bocconi, dove un ragazzo di 13 anni è stato accerchiato e rapinato da un gruppo di coetanei all’incrocio tra via Col Moschin e viale Col Di Lana, intorno alle ore 18. Al giovane sono stati sottratti cellulare, collanina, orologio e felpa; determinante è stato l’intervento di un poliziotto libero dal servizio che ha bloccato un quattordicenne, mentre gli altri componenti del gruppo si sono dati alla fuga. La Polizia di Stato prosegue le indagini per identificare i responsabili.

Non è un episodio marginale né un fatto da comprimere in un’etichetta mediatica. È un evento che interpella simultaneamente la tutela dei diritti fondamentali della vittima, l’assetto giuridico della risposta pubblica quando l’autore è minorenne e la capacità del sistema educativo e sociale di prevenire il consolidarsi di modelli devianti. La rapina, soprattutto quando si consuma attraverso l’accerchiamento e la dinamica del branco, non rappresenta soltanto una sottrazione patrimoniale: incide sulla libertà personale, sulla percezione di sicurezza e sul diritto di ogni minore a vivere lo spazio urbano come luogo di crescita e non di intimidazione.

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Nel dibattito pubblico occorre richiamare con rigore i principi dell’ordinamento. In Italia il minore di 14 anni non è imputabile; tra i 14 e i 18 anni la responsabilità penale sussiste solo previa verifica della capacità di intendere e di volere. Il processo penale minorile è strutturato in modo da coniugare accertamento della responsabilità e finalità educativa, prevedendo strumenti come la sospensione del processo con messa alla prova, che consente un percorso personalizzato di responsabilizzazione sotto la supervisione dei servizi della giustizia minorile. A ciò si affianca la prospettiva della giustizia riparativa, orientata al riconoscimento della vittima, alla presa di coscienza dell’autore e alla ricostruzione del legame sociale.

Ridurre il confronto pubblico a un’alternativa tra “tolleranza zero” e “giustificazionismo” significa eludere la complessità giuridica e costituzionale della questione. L’articolazione della risposta dello Stato deve rimanere coerente con il principio rieducativo della pena e con la centralità della dignità della persona, che vale tanto per chi subisce il reato quanto per chi lo commette.

I dati ufficiali più recenti evidenziano, a livello nazionale, un incremento delle segnalazioni di minori denunciati o arrestati per reati contro il patrimonio, tra cui le rapine, negli ultimi anni. Tale andamento impone un’analisi strutturale e non episodica. La sicurezza non può essere considerata un costo da sostenere solo nella fase repressiva; è, piuttosto, un investimento preventivo che riguarda scuola, servizi sociali, politiche giovanili e presidio del territorio.

La letteratura economica internazionale dimostra che interventi educativi precoci e ben progettati producono ritorni sociali elevati, riducendo nel lungo periodo la probabilità di devianza e i costi associati alla criminalità. Ogni euro investito in prevenzione, supporto psicopedagogico e inclusione rappresenta una riduzione futura di spesa giudiziaria, sanitaria e assistenziale. Trascurare questa evidenza significa adottare una visione miope della finanza pubblica.

L’episodio del 1° marzo 2026, avvenuto in una zona centrale e simbolicamente legata al mondo universitario e alla formazione economica, richiama una responsabilità collettiva. Non è sufficiente affidarsi all’intervento, pur meritorio, di un agente fuori servizio. È necessario strutturare un’alleanza permanente tra istituzioni scolastiche, autorità giudiziaria minorile, forze dell’ordine, enti locali e famiglie, con programmi continuativi di educazione ai Diritti Umani, gestione dei conflitti, alfabetizzazione emotiva e consapevolezza giuridica.

La tutela della vittima deve essere tempestiva e completa, comprendendo anche il sostegno psicologico e la ricostruzione del senso di sicurezza. Parallelamente, la presa in carico del minore autore del reato deve essere effettiva, monitorata e finalizzata alla prevenzione della recidiva, affinché l’esperienza giudiziaria non diventi un passaggio identitario verso la marginalità ma un punto di svolta verso la responsabilità.

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene che la risposta più incisiva non risieda nell’inasprimento simbolico delle pene, bensì nella costruzione di un modello integrato di prevenzione fondato su basi giuridiche solide e su una programmazione economica pluriennale. La dignità umana, principio fondante dell’ordinamento, deve tradursi in politiche pubbliche verificabili, dotate di risorse adeguate e valutate attraverso indicatori di impatto.

Un Paese che intende proteggere davvero i propri adolescenti non si limita a reagire all’evento criminoso. Governa le cause, investe nell’educazione, rafforza la rete territoriale e misura i risultati. Solo così la sicurezza diventa un diritto effettivo e non una promessa retorica, e la città torna a essere spazio condiviso di crescita, legalità e fiducia reciproca.

prof. Romano Pesavento

presidente CNDDU

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