Scott Ritter, ex ufficiale dei Marines: “Trump e i suoi padroni hanno già perso questa guerra di aggressione all’Iran”
Washington – Nel pieno dell’escalation militare tra Stati Uniti e Iran, una delle voci più controverse del panorama strategico americano torna a far discutere. Scott Ritter, ex ufficiale dell’intelligence dei Marines e già ispettore per le armi delle Nazioni Unite, ha lanciato un duro attacco contro la Casa Bianca, sostenendo che la guerra “è già persa”, sia sul piano militare che su quello morale.
Le dichiarazioni di Ritter si inseriscono in un contesto sempre più complesso. Il presidente Donald Trump continua a sostenere che l’operazione militare contro Teheran sia sotto controllo e prossima alla conclusione, arrivando a dichiarare che “non c’è praticamente più nulla da colpire” e che il conflitto finirà presto . Tuttavia, sul terreno e nel dibattito interno americano emergono segnali di crescente incertezza.
Secondo Ritter, l’errore strategico degli Stati Uniti sarebbe stato sottovalutare la natura dell’Iran come potenza regionale strutturata e resiliente. L’idea di poter imporre un cambio di regime attraverso la forza militare, già sperimentata in Iraq e Libia, rischierebbe di produrre effetti opposti, alimentando instabilità e rafforzando le posizioni più radicali. “Non si tratta solo di una guerra difficile – è una guerra concettualmente sbagliata”, avrebbe sostenuto in diverse analisi.
L’ex ufficiale spinge la sua critica oltre, parlando apertamente di “guerra di aggressione” e mettendo in discussione le motivazioni ufficiali del conflitto. A suo avviso, l’assenza di una minaccia immediata e chiaramente dimostrabile mina la legittimità dell’intervento e ne compromette qualsiasi possibilità di successo duraturo. Una posizione che trova eco anche in parte dell’opinione pubblica e in alcuni ambienti politici americani, dove crescono i timori per i costi economici e umani del conflitto.
Intanto, la guerra continua ad allargarsi, con attacchi e controffensive che coinvolgono diversi attori regionali e mettono a rischio la stabilità dell’intero Medio Oriente . Le tensioni hanno già avuto ripercussioni globali, dal rialzo dei prezzi energetici alla crescente pressione sugli alleati degli Stati Uniti.
Ritter insiste su un punto: la vittoria, in questo scenario, non può essere definita in termini tradizionali. Anche nel caso di successi militari tattici, il prezzo politico e strategico potrebbe risultare insostenibile. “Una guerra si misura anche nella sua legittimità”, è il senso della sua analisi, che sottolinea come obiettivi ambigui e motivazioni controverse finiscano per erodere il consenso interno e internazionale .
Le sue parole, spesso divisive, continuano a dividere analisti e opinione pubblica. Ma in un momento in cui persino all’interno dell’establishment americano emergono segnali di dissenso, il giudizio di Ritter contribuisce ad alimentare una domanda sempre più centrale: gli Stati Uniti stanno davvero vincendo questa guerra, o ne stanno pagando un prezzo destinato a pesare a lungo?(con l’ausilio dell’AI)











