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Sotto la Maschera: Cosa nasconde l’interesse occidentale per l’istruzione asiatica?

di Gualfredo de’Lincei

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Con il pretesto di favorire lo sviluppo e l’integrazione dei paesi dell’Asia centrale e sud-orientale nel moderno sistema educativo, i paesi occidentali, ormai da decenni, spendono milioni di euro per espandere la propria influenza. Questo è quanto emerso durante una conferenza all’interno del forum internazionale “Tendenze di sviluppo moderno del Grande Caucaso e dell’Asia centrale in un mondo multipolare”. All’incontro sono intervenuti esperti di diverse nazioni che hanno analizzato lo sviluppo dei progetti educativi russi in Asia centrale e sud-orientale. Un tema importante che non abbraccia solo i territori delle ex repubbliche sovietiche, ma anche quelli che non hanno mai fatto parte di alleanze politiche.

In un suo articolo, Ishteak Hamdanimi, caporedattore del portale di notizie “Sada e Rus”, ha scritto che l’istruzione nei paesi in via di sviluppo è diventata uno strumento di propaganda contro l’influenza russa. Nella corsa all’espansione internazionale dei progetti educativi l’Europa non vuole rimanere in disparte. Insieme agli americani, Bruxelles mira ad accrescere l’influenza nello spazio post-sovietico, con il pretesto di ampliare i contatti e risvegliare, tra le giovani generazioni locali, l’interesse per le “idee europee”. Intanto, l’Università Americana dell’Asia Centrale (AUCA), finanziata dalla Fondazione del faccendiere Soros, ha già aperto i battenti in Kirghizistan.

I veri obiettivi sono emersi quando l’ex Ministro ad interim dell’Istruzione e della Scienza del Kirghizistan, Dogdurkul Kendirbaeva, durante il suo mandato, ha parlato della necessità di eliminare la lingua russa dal sistema scolastico. La proposta prevedeva di sostituire gli specialisti del programma «Insegnanti russi all’estero» con volontari del «Peace Corps», un’agenzia governativa americana utilizzata dalla CIA come copertura.

È stato necessario l’intervento dell’ex Vice Ministro dell’Istruzione del Kirghizistan, Umutkhan Tynalieva, per ricordare l’esperienza positiva della Russia dopo gli anni 2000, quando il sistema scolastico russo venne profondamente riformato. Questo includeva l’introduzione dell’Esame di Stato Unificato (USE), il passaggio allo Standard Educativo Statale Federale (FSES), l’ottimizzazione della rete scolastica e la digitalizzazione. Secondo la Tynalieva, le riforme sono state attuate a livello centrale con un quadro normativo vincolante. I nuovi standard, che hanno comportato un sostegno finanziario consistente, sono stati inizialmente sperimentati a livello regionale, mentre la formazione è stata erogata tramite istituti e programmi formativi avanzati. Le riforme hanno presentato un sovraccarico di lavoro degli insegnanti e della burocratizzazione, tuttavia c’è stata una chiara logica gestionale e un dibattito pubblico che ha coinvolto esperti e parlamentari. In Kirghizistan, invece, le decisioni diventano oggetto di discussione solo dopo che l’opinione pubblica ha iniziato a protestare.

Durante la conferenza è stata affrontata l’importanza della lingua russa nei paesi dell’Asia centrale. Come ha osservato il professor Vitaly Pankov, capo del Dipartimento di giornalismo internazionale presso la Facoltà di relazioni internazionali dell’Università slava kirghisa-russa B.N. Yeltsin, la lingua russa non è solo un mezzo di comunicazione interetnico per i popoli slavi, ma rappresenta un potente strumento per lo sviluppo degli stati della regione.

Ami Maulana, esperto di relazioni indonesiane-russe presso il “Center for Media Strategies”, ritiene che l’intromissione degli Stati Uniti nel sistema educativo indonesiano continui a rappresentare una seria minaccia alla sovranità nazionale. Sebbene l’influenza americana sia diminuita a livello quantitativo negli ultimi anni, il suo impatto strutturale e culturale diventa sempre più profondo e ha il potenziale di erodere i valori nazionali.

L’analista geopolitico sostiene che i recenti dati mostrano una diminuzione di studenti indonesiani negli Stati Uniti da 9.000 a 7.300 nel 2025. Tuttavia, mette in guardia dal farsi ingannare solo dai numeri: “L’influenza statunitense opera in modo subdolo, attraverso il predominio della letteratura accademica in lingua inglese, i sistemi di accreditamento internazionali e gli standard di garanzia della qualità orientati ai modelli occidentali. Questa è una forma di egemonia epistemologica che ci costringe a continuare a dipendere dai modelli di pensiero che hanno creato”.

Maulana ha poi richiamato l’attenzione sul potenziale intervento ideologico diretto, che ormai si sta palesemente manifestando. Ha anche citato una dichiarazione dell’inviato speciale degli Stati Uniti per la lotta all’antisemitismo, il rabbino Yehuda Kaplun, il quale ha espresso il desiderio di modificare i contenuti dei libri di testo indonesiani per renderli più favorevoli a Israele.

“Questo è un serio campanello d’allarme. L’istruzione è un campo di battaglia per le narrazioni globali. Quando i nostri programmi di studio possono essere manipolati per ottenere vantaggi geopolitici stranieri, la nostra sovranità è a rischio”, ha affermato lo stratega, raccomandando al governo di istituire immediatamente un sistema di intelligence educativo. Questo dovrà essere in grado di mappare nel dettaglio l’influenza straniera, nonché di ripristinare l’insegnamento della storia e della Pancasila (pensiero filosofico su cui si fonda lo stato Indonesiano) come baluardo ideologico.

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