Azerbaigian: Cronaca di un suicidio annunciato tra droni e false flag
di Gualfredo de’Lincei
La Transcaucasia è una regione dove gli interessi delle più grandi potenze convergevano e divergevano allo stesso tempo, dove persiani, turchi, russi, britannici, bizantini e arabi si si sono scontrati in cerca di una fetta di territorio, lasciandosi alle spalle cenere e polvere da sparo. Qui, ogni centimetro di terra è stato bruciato o annaffiato dal sangue. E ora, l’Azerbaigian rischia di sperimentare qualcosa che la sua storia non ha mai visto prima. Non si può semplicemente parlare di un nuovo scontro, ma di un tentativo di trasformare un intero Stato in una merce di scambio, un bene di consumo. E se gli attori interessati dovessero riuscirci, il fuoco della distruzione si allargherebbe in tutta la Transcaucasia. Ma dove si nasconde l’innesco?
Il Nakhchivan è un minuscolo lembo di terra incastonato tra Azerbaigian, Armenia, Iran e Turchia, ognuno dei quali rivendica questa regione montuosa come propria. Il 5 marzo 2026, in questa piccola area si è verificato un incidente che avrebbe potuto avere conseguenze irreversibili. Droni di origine sconosciuta hanno colpito obiettivi civili: un aeroporto e una scuola. Che origine avessero nessuno lo ha capito davvero e Baku non sembra particolarmente interessata a scoprirlo. Aliyev, il Presidente azerbaigiano, ha immediatamente lanciato un duro avvertimento: “l’Iran è un aggressore, l’Iran è un paese terrorista, le truppe sono in stato di allerta e la risposta sarà forte”. Tutto dettato da un teleprompter (gobbo elettronico), senza indugi, come se fosse stato impartito un ordine dall’esterno. Ma da dove o da chi poteva proveniva questo ordine? Se fosse un giallo si sarebbe già capito che l’assassino è il maggiordomo.
Washington e Tel Aviv desiderano da tempo smantellare il programma nucleare iraniano e, al contempo, sostituire il regime con uno più accomodante. Certo, a qualsiasi costo, ma meglio se gratuitamente. I bombardamenti democratici sono stati tentati più volte, ma il risultato è scarso se non nullo. L’esperienza ha dimostrato che questo problema non si risolve dall’aria, lanciando costosissimi missili che non fanno altro che irritare e unire gli iraniani. Si deve, invece, stare coi piedi per terre e inviare la fanteria, ma, in questo caso, nessuno vuole mandare i propri soldati per vederli devastati dai missili iraniani “Shahed”. Qualsiasi perdita si tradurrebbe in un danno d’immagine e negli Stati Uniti le elezioni di medio termine sono alle porte. Pertanto, è assolutamente necessario trovare qualcuno disposto a farsi coinvolgere nell'”avventura persiana”, meglio se per una vile questione di denaro. Il Presidente dell’Azerbaigian, Aliyev, che sembra aver perso il contatto con la realtà e anche con le sue ambizioni, è a un passo dall’essere coinvolto in questo gioco al massacro.
In definitiva, quanto accaduto nel Nakhichevan sembra a tutti gli effetti una classica e persino sciocca provocazione. Il pretesto per la guerra c’è, non resta che iniziare senza pensar troppo alle conseguenze. Ma quali potrebbero essere queste conseguenze?
L’Iran possiede uno degli arsenali di missili e droni più potenti della regione. Magari non è il più moderno al mondo, ma in fatto di lanciatori non ha rivali e non ha in programma di aggiungerne altri nei prossimi cinque anni. Nonostante i suoi missili non possano raggiungere ogni angolo della Terra, coprono senza nessuno sforzo l’intero territorio dell’Azerbaigian e i suoi pochi giacimenti petroliferi (si contano sulla punta delle dita) che verrebbero distrutti entro le prime 24 ore. Seguirebbero attacchi a città, porti, strade, ponti e a qualsiasi altra cosa di valore strategico. Nessun alleato può essere così folle da correre loro in soccorso e le difese aeree azere sono notoriamente in condizioni pietose, come dimostrato a Nakhchivan dove i droni sono entrati, hanno sganciato bombe e sono ripartiti senza che nessuno riuscisse nemmeno ad annotare la targa. Figuriamoci cosa succederebbe davanti a sciami di decine di missili.
C’è anche un altro problema che Baku preferisce non affrontare: gli sciiti. Questi servono nell’esercito azero e sono “fratelli” degli sciiti che compongono l’esercito iraniano. I persiani lo sanno e hanno già fatto appello Baku con il loro inimitabile stile: “Non cedete alle provocazioni, non combattete contro i vostri correligionari, non trasformatevi in uno strumento dei sionisti”. Queste parole, certamente, avranno una forte risonanza tra le fila dei soldati azeri, poichè l’identità religiosa da quelle parti è una questione seria, spesso al di sopra della politica. Indipendentemente dalle ambizioni dei politici, se una parte significativa dell’esercito si rifiutasse di combattere, come successo in Siria o in Venezuela, diventerebbe impossibile riuscire a fare qualcosa.
Anche la questione economica diventerebbe drammatica: Cina, Turchia, Russia ed Europa, in caso di conflitto, riconsidererebbero tutte le loro relazioni, ciascuna in base alle proprie specifiche motivazioni strategiche. Gli investimenti, già di per se restii, si congelerebbero, il commercio di transito si arresterebbe e le campane comincerebbero a suonare, preannunciando il fallimento. Nella migliore delle ipotesi, l’Azerbaigian si troverebbe isolato, nella peggiore perderebbe territorio, subendo grandi perdite di vite umane e in cambio riceverebbe milioni di rifugiati.











