RENMINBI COMPETITOR
Doppi grovigli nelle terre emerse, tripli e anzi di più in ogni Stato e fra gli Stati, inquieto gira il globo aggrovigliato, suspense ovunque negli umani esseri, in quel leader discusso, pur nei leader glaciali volti maschere, e patiscono le masse dell’una parte e dell’altra. Retroceda ogni altra motivazione, son io la causa – grida Pecunia- valore io do ad ogni cosa, pure al sottosuolo se di risorse gravido. Ad allargar le fiamme mediorientali, già accese, l’uccisione della Guida Spirituale dell’Iran e di altri membri di rilievo: attacchi israeliani congiunti a quelli statunitensi. In riserva, però, personaggi di omologo pensiero e azione, pronti a sostituire. Trump, nonostante si sia autoproclamato paladino della pace, interviene, è sempre dalla parte di Israele, lo era anche nel precedente mandato presidenziale. Ma forse tenta, tra l’altro, con le bombe su Teheran, di sviare l’attenzione dai files di Epstein, artefice di bruttissime storie, possono implicare reti globali, interrogativi inquietanti, per taluni analisti andare oltre pedofilia e denaro. Non si solleva il popolo iraniano, il regime teme mentre dovrebbe essere il regime a temere il popolo (ma il timore da parte del governo può accadere solo nelle democrazie), oppure troppo legato è al suo Islam che i seguaci rende succubi. Intanto bloccato è lo Stretto di Hormuz (sembra ora aprirsi a chi paga) ed è in tilt il mercato petrolifero. Il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi lamenta che nel mentre erano in corso trattative sono iniziati gli attacchi, e anche per il Ministro degli Esteri nipponico Toshimitsu Motegi si è trattato di un atto di aggressione illegale e non provocata, la quale ha portato a restrizione alle imbarcazioni delle nazioni coinvolte in azioni offensive contro l’Iran. Come rintracciare può il leader che per sé vuole il Nobel della pace quell’ exit strategy della guerra iniziata per solidarietà a Israele (c’era già nel suo primo mandato presidenziale), ma non solo? Male vive Israele nella breve terra contesa da nemici cui volentieri chiuderebbe ogni possibilità di esistere lì, nel mentre quelli farebbero per esso altrettanto. Situazione intanto difficile: a rischio le forniture di petrolio, necessarie in ogni campo, persino in quello farmaceutico se pensiamo che lo stesso paracetamolo, al pari di tanti altri prodotti farmaceutici, hanno componenti dal petrolio originate. Bloccata è la crescita economica globale, a rischio l’immagine dell’America first, tanto sbandierata. E sorride la Russia, è dell’Iran da lontano tempo sguardo amico, possiede inoltre forze di terra ragguardevoli e un arsenale nucleare che va sempre più avanti per capacità aeree e tecnologiche complessive, come dimostrano le azioni in Ucraina. E le è amica la Cina. Trump intanto chiede a Xi Jinping di 5-6 settimane il rinvio dell’incontro previsto dal 31 marzo al 2 aprile 2026, e Xi, pur avendo in Medio Oriente l’Iran come più importante partner strategico, rimane vago nella risposta, non mostra toni negativi. Non convengono, la Cina pensa a quell’essere seconda in tutto, nel mentre vorrebbe arrivare a occupare il primo posto sul podio globale. Riconosciuta leader manufatturiero e commerciale, sopporta male il secondo posto dopo gli Usa come economia globale, dato che, prendendo il Pil a parità di potere di acquisto, balza al primo posto, seguita dagli Stati Uniti cui stanno dietro India e Giappone (nella graduatoria del 2023 delle 30 economie mondiali l’Italia è al 13° posto). Nella scena finanziaria globale a dominare in maniera indiscussa è, però, ancora il verdone di zio Paperone, pur se sono balzati, per la ricchezza derivata dall’oro nero, il dinaro kuwaitiano, del Bahrein e di altri Paesi produttori di petrolio. Ma la moneta detenuta in maggior misura dalle banche centrali del globo e quella utilizzata negli scambi globali resta pur sempre il dollaro americano. La vera forza degli Usa è il dollaro. E il renminbi che ha lo yuan come unità monetaria emessa dalla Banca Popolare Cinese? Per quanto riguarda la internazionalizzazione, l’uso del renminbi va sì crescendo, particolarmente negli scambi commerciali bilaterali, ad esempio quelli fra Cina e Brasile, ma si attesta ancora tra le 5 valute globali (dollaro, euro, yen e sterlina), è fortemente distante dal dollaro che domina la scena finanziaria globale. E Xi vuole una “valuta potente”, come ha detto in una intervista a Qiushi, rivista ideologica del Partito comunista cinese, vuole una valuta che possa essere “usata diffusamente nel commercio internazionale e nei mercati finanziari e monetari globali, oltre a ottenere lo status di valuta di riserva”. Da precisare che la Cina nel 2025, raggiungendo la quota di 1200 miliardi di dollari, ha registrato il suo maggiore surplus commerciale di sempre, e ciò a causa di un tasso di cambio molto favorevole. Ma c’è da riflettere che, se tra dollaro e yuan ci fosse parità di potere di acquisto, ovvero se 1 dollaro equivalesse a 3,5 yuan, non a 7, ne risentirebbe la esportazione che calerebbe, cosa non gradita alla Cina. Come si accorda allora la volontà di Xi di fare dello yuan una alternativa al dollaro con il supposto calo? Come si concilia anche il controllo dello Stato che non fa fluttuare liberamente la sua moneta? Lo yuan, seconda valuta al mondo negli scambi commerciali, resta come valuta di riserva lontano dal dollaro 57/% contro meno del 2% dello yuan, e distante anche dall’euro, attestato al 20%. L’importanza della internalizzazione della moneta sta nella estensione oltre i propri confini della influenza dello Stato battente quella moneta, sia sul piano economico e finanziario, sia in quello geopolitico, per questo Xi ambisce alla dedollarizzazione, da cui si è ancora distanti. Sempre stato così, lo era anche il denarius argenteus, piccola moneta d’argento del sistema monetario dell’antica Roma che fu in auge dal II secolo a. C al III secolo d. C., e Firenze poi fu al massimo dello splendore quando era il fiorino a dominare. La dedollarizzazione, voluta da Paesi BRICS (Brasile Russia India Cina Sudafrica) potrebbe portare al multipolarismo monetario, all’ascesa di altre valute, tra cui lo yuan cinese, quindi a un ordine finanziario più frammentato. Se vediamo la dedollarizzazione come spazio da dare a un nuovo inizio, possiamo con Seneca ripetere: “Ogni nuovo inizio proviene da qualche altro inizio fine”. Il mondo è sempre andato avanti così.
Antonietta Benagiano











