Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani richiama l’attenzione su una delle pagine più dolorose della storia recente del nostro Paese, affinché la memoria possa trasformarsi in consapevolezza e responsabilità educativa.
Nella mattina del 2 aprile 1985, a Trapani, si consuma una tragedia che colpisce una famiglia innocente. Barbara Rizzo, 31 anni, si trova alla guida della propria autovettura, una Volkswagen, mentre accompagna a scuola i figli gemelli di sei anni, Salvatore e Giuseppe. I bambini siedono sul sedile posteriore, immersi nella quotidianità di un gesto familiare che appartiene alla normalità di molte famiglie.
La giornata si presenta serena e luminosa; l’autovettura procede a velocità moderata lungo il lungomare, in un contesto paesaggistico caratterizzato dall’azzurro del mare. Barbara Rizzo è una giovane donna che ha costruito precocemente il proprio progetto familiare, sposandosi a diciannove anni con il marito Nunzio. La sua esperienza di vita è segnata anche dalla perdita della madre in tenera età, circostanza che contribuisce a rafforzare il valore attribuito alla dimensione familiare. Viene descritta come una persona attenta, premurosa, dedita alla cura degli altri e di sé stessa. La nascita dei gemelli rappresenta per la coppia un evento inatteso e particolarmente significativo.
Nello stesso arco temporale, lungo il medesimo tratto stradale, transitano altre autovetture: un’Alfa 132 seguita da una Fiat Ritmo. A bordo dell’Alfa 132 si trova il magistrato Carlo Palermo, recentemente trasferito in Sicilia dopo aver svolto attività giudiziaria a Trento. Il magistrato è impegnato in indagini rilevanti relative al traffico di armi e sostanze stupefacenti, nonché a rapporti tra ambienti politici e criminalità organizzata.
Per esigenze di servizio e per ridurre il rischio di possibili azioni ostili, l’autista dell’Alfa 132 aumenta la velocità nel tentativo di raggiungere il palazzo di giustizia e superare il veicolo che precede. Tuttavia, tale manovra non si completa. In corrispondenza della località di Pizzolungo, un’autovettura precedentemente parcheggiata e imbottita di esplosivo viene fatta detonare.
L’esplosione investe l’autovettura condotta da Barbara Rizzo, provocando la morte della donna e dei due bambini.
Le conseguenze dell’attentato risultano devastanti, sia sul piano umano sia su quello materiale. Tra i primi soccorritori giunti sul luogo è presente anche il marito di Barbara Rizzo, Nunzio Asta, che riconosce quanto accaduto attraverso l’identificazione della targa del veicolo. L’uomo, profondamente segnato dalla perdita, morirà nel 1993. Margherita Asta, sorella dei due bambini, si salva poiché, in quella stessa mattina, era stata accompagnata a scuola da una vicina di casa.
L’obiettivo dell’attentato era il magistrato Carlo Palermo, il quale sopravvive anche in ragione della posizione assunta dall’autovettura di Barbara Rizzo, che si interpone tra il veicolo del magistrato e l’ordigno esplosivo.
Le indagini e i successivi procedimenti giudiziari hanno individuato quali responsabili della strage esponenti di vertice della criminalità mafiosa, tra cui Totò Riina, Vincenzo Virga, Balduccio Di Maggio e Nino Madonia.
Margherita Asta ha successivamente intrapreso un percorso di testimonianza e impegno civile, contribuendo alla diffusione della memoria attraverso anche la pubblicazione del volume “Sola con te in un futuro aprile”.
Alla luce di tale vicenda, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani intende promuovere una riflessione approfondita sul valore della memoria e sul ruolo dell’educazione alla legalità. La ricostruzione dei fatti evidenzia come un’azione violenta deliberatamente indirizzata verso un obiettivo specifico possa determinare conseguenze gravissime a carico di soggetti del tutto estranei, coinvolti nello svolgimento di ordinarie attività quotidiane.
In tale prospettiva, si propone l’attivazione di un percorso didattico innovativo che si distingue dalle pratiche commemorative più diffuse, spesso limitate alla fruizione passiva di contenuti o alla partecipazione a eventi celebrativi. L’iniziativa intende promuovere una memoria attiva e consapevole, fondata sul coinvolgimento diretto degli studenti in processi di ricostruzione storica ed elaborazione critica.
Attraverso un lavoro guidato, gli studenti saranno chiamati a ricostruire, con rigore documentale e consapevolezza etica, le ultime ventiquattro ore delle vittime, non solo della famiglia Asta, ma anche di altre vittime innocenti della violenza mafiosa. Tale attività, basata sull’integrazione tra fonti storiche e riflessione personale, mira a restituire piena dignità e dimensione umana alle persone coinvolte, superando rappresentazioni riduttive o distanti.
Il confronto tra le diverse esperienze consentirà di approfondire le dinamiche della violenza mafiosa e le sue ricadute sociali, favorendo lo sviluppo di una coscienza critica orientata alla tutela dei diritti umani. In tal modo, la memoria si configura come strumento educativo concreto, capace di incidere significativamente nella formazione di cittadini responsabili e consapevoli.
prof.ssa Giovanna De Lucia Lumeno
CNDDU










