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La scena di Sansone e la caduta dei Filistei è una delle più drammatiche e simboliche dell’Antico Testamento, narrata nel Libro dei Giudici (capitolo 16).

Dopo essere stato tradito da Dalila, che gli taglia i capelli (fonte della sua forza consacrata a Dio), Sansone viene catturato dai Filistei. Questi, nemici storici del popolo d’Israele, lo accecano e lo imprigionano, riducendolo a una condizione di totale umiliazione.

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Certo che, a seguito di un tradimento, chi confessera’ qualcosa di decisivo, lo avra’ fatto per due motivi soprattutto: messo alle strette dalle indagini sempre piu’ stringenti ed anche per liberarsi finslmente di un peso immane non sulla coscienza, si capisce, ma in testa, nei pensieri e nelle preoccupazioni costranti durate circa venti anni.

Il momento culminante avviene durante una grande festa in onore del dio Dagon, celebrata in un tempio affollato di nobili e capi filistei. Sansone, ormai prigioniero, viene condotto lì per essere deriso e umiliato davanti alla folla.

Ma accade qualcosa di decisivo: i suoi capelli, nel frattempo, sono ricresciuti. Questo dettaglio simboleggia il ritorno della sua forza, che non è solo fisica ma anche spirituale, legata al suo rapporto con Dio.

Allora il nostro Sansone decidera’ di abbattere la costruzione con tutti i suoi contenuti umani. Sara’ quello il momento di gettare via una maschera ignobile con il coraggio della “fine” oramai prossima.

Chiede allora di essere guidato tra le colonne portanti del tempio. Con un ultimo atto di volontà, prega Dio di restituirgli la forza un’ultima volta per vendicarsi dei suoi nemici. Poi, facendo leva sulle colonne, le spinge con tutta la sua potenza.

Mors tua vita mea. L’epilogo e’ quello della caduta di ogni difesa a vantaggio di una storia infinita macchiata da esagerate difficolta’ ed imprecisioni. Ogni patto,ogni accordo tacito cadra’ inesorabilmente. Chi confessera’ spossato dagli eventi, dalle corse a nascondersi nella speranza di oblii, perdera’ ogni remora inibitoria e parlera’ descrivendo nei particolari una vicenda scabrosa ed indecorosa oltre che essere stata brutale.

Il tempio crolla.

Nel crollo muoiono migliaia di Filistei, insieme allo stesso Sansone. È un gesto finale di sacrificio e vendetta: Sansone perde la vita, ma distrugge i suoi oppressori in un colpo solo.

Il tempio, o castello che dir si voglia messo su in quel di Garlasco, crollera’ e sotto quelle macerie verranno racimolati tutti i partecipanti alla “tragedia” seppellita nel crollo oggettivo delle “attenzioni” di indicare un innocente come il colpevole.

Questa scena è stata spesso interpretata in vari modi:

come un atto eroico di fede e redenzione, come una tragedia segnata dall’orgoglio e dalla vendetta, oppure come simbolo della forza divina che agisce attraverso la debolezza umana.

In Garlasco,vale la terza opzione e veste in pieno l’accaduto con tessuti che hanno resistito venti anni. La resa dei conti sara’ il segno divino che la Giustizia e’ sempre puntuale, implacabile a dispetto di quella terrena imperfetta e contaminata dagli intrighi. Ma confessare sara’ dirompente non solo per attribuire colpe a chi le merita ma rappresentera’ anche un atto di liberazione, di redenzione quasi da parte di chi si abbandona alla narrazione vera del delitto di Chiara Poggi.

Artisticamente, è stata rappresentata da molti pittori (come Peter Paul Rubens) con grande enfasi sul momento della tensione fisica e del crollo imminente, rendendola una delle immagini più potenti della tradizione biblica.(con l’ausilio ddll’AI)

Il Sansone di Garlasco confessera’, pero’, perche’ messo alle strette non per pentimento. Questo e’ certo ed allora crolleranno  tutte le certezze, i fortini e le barricate issate nelle nebbie di racconti suggestivi ma falsi.

Foto: Sansone e Dalila di Peter Paul Rubens

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