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Lo studio storico di Luisa Cosi intorno alle contaminazioni cattoliche degli schemi musicali di iatromusica.

 

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di Francesco Laterza

Luisa Cosi, musicologa. È docente al Conservatorio e all’Università del Salento di Lecce, e ha vinto l’edizione del “Premio Umanesimo della Pietra per la Storia”, Edizione

2023.

Si tratta di un prestigioso riconoscimento, assegnato annualmente a Martina Franca, per la ricerca e divulgazione della Storia Pugliese. La dissertazione che la studiosa tenne sul tarantismo al Convegno di Galatina dell’ottobre 1998 1 riguardava principalmente l’esame degli schemi musicali di iatromusica (antica pratica curativa che utilizza la musica e il suono a scopo terapeutico) che furono recuperati e raccolti dai Gesuiti che operavano nel Salento, per farli convogliare, poi, al tavolo del Kirker, “il più completo e meticoloso ordinatore dell’opera barocca”.

Sono più che evidenti – ragiona Cosi – intenzioni controriformistiche in un settore della vita sociale che, se lasciato così com’era, poteva intaccare l’ordine costituito e i modelli di dottrina cristiana che erano stati riaffermati dal Concilio di Trento. Perciò l’operazione complessiva si poneva il compito di indagare

ma anche riordinare e raccordare le varie manifestazioniel fenomeno.

Le terre di Puglia erano considerate come “Indie Italiane”, nel senso che bisognava smuovere e raddrizzare “certe ancestrali pratiche magiche”.

Il programma, perciò, prevedeva soprattutto di <neutralizzare le pratiche tarantate, intese come superstizioni specifiche delle campagne

pugliesi>.

 

Anche Epifanio Ferdinando, filosofo e medico di Mesagne, ipotizzava che il tarantismo fosse un fenomeno essenzialmente pugliese, dal momento che in Puglia si trovava la “massima concentrazione di tarantole e tarantolati”.

  1. Bisogna riconoscere che il comportamento della Chiesa in riguardo non fu di chiusura, ma – anzi – alquanto permissivo e accomodante, e – nello stesso tempo – assorbente e deflettente. Addirittura <in certi ambienti religiosi non esistevano inibizioni a praticare repertori schiettamente popolari>; anzi, è stata proprio <un’istituzione religiosa a tramandarci copia della prima stampa di uno schema ordinario di tarantella di cui si ha notizia>, cioè la tarantella trasmessa dal Pico (“un cantampanca girovago”), all’interno della miscellanea edita a Napoli nel 1608, dal titolo “Nuova scelta di sonate per la chitarra spagnola composte da Foriano Pico”.

3.

Dunque, la Chiesa non aveva mai osteggiato frontalmente

la presenza di arie musicali popolari dentro le attività di dottrina e di liturgia. Anzi, risulta che in Terra d’Otranto, nelle camerate dei Padri venivano ospitati, ed anche stipendiati musicisti e maestri di cappella di estrazione laica.

Furono questi a raccogliere i materiali musicali dalla tradizione popolare, rimaneggiandoli, già prima di inviarli al capo-gesuita tedesco, Atanasio Kirker, che ne avrebbe fatto ulteriore manipolazione.

Così, emersero degli schemi musicali molto vari e molteplici, però tutti funzionali “a sanare il tarantato di turno”.

E l’eccessiva varietà di essi veniva giustificata <dalla natura molteplice delle tarantole e delle affezioni da esse procurate>.

 

Per quanto riguarda la storia del tarantismo, lo stesso Ferdinando ne aveva riconosciuto le radici nella civiltà della Magna Grecia. Anzi, già dal primo Seicento, quello che in realtà era <l’innocuo ragno pugliese, assurge a simbolo dell’etnomusicologia mediterranea>.

Per quanto riguarda la qualità del dovizioso materiale selezionato localmente e poi supervisionato da Kirker, è ovvio che, alla fine, riportò i segni evidenti della compromissione e della contaminazione: non fosse per altro, l’operazione di raccolta capillare e di convergenza, nello studio del Kirker in Germania, fu compiuto con il sistema di gerarchica corrispondenza epistolare, che contribuì, non poco, al danneggiamentodella genuinità originaria del prodotto.

L’effetto della intenzionale mediazione e selezione gesuitica e filippina fu che si pervenne a quello che la Cosi definisce <monomorfismo monosemico: un solo tipo di

tarantella per un [solo] significato ormai dominante, quello del colore caratteristico>,mentre – invece –, dentro il complesso della tradizione popolare, le varianti erano tante, le musiche erano tante e diverse, gli stessi contesti territoriali di provenienza, e le tradizioni, erano più ampi e variegati.

  • In altre parole, la “grande” operazione gesuitica comportò anzitutto un’arbitraria selezione dei tanti schemi coreutici-

musicali che risultavano ampiamente diffusi nel territorio pugliese.

  • In secondo luogo, al restringimento dell’originario corpus della tradizione popolare, seguì anche l’arbitraria trasformazione di alcuni testi, finalizzata a facilitare l’indottrinamento delle plebi.

In questo senso vanno letti e valutati i primi esemplari di tarantelle ufficializzati dalla Chiesa e, quindi, dalla cosiddetta “classe colta”.

– La tarantella del Pico del 1608 presenta qualche tratto di improvvisazione, tipico del repertorio coreutico-musicale di estrazione popolare, affiancato – però – alle “villanesche”, soprattutto alle “moresche” (ispirate alla lotta fra mori e cristiani), strutturate come <una specie di marcia saltellante ritmata da colpi di tallone, che prevedeva figurazioni con spade e pugnali>.

– La seconda tarantella pervenutaci è quella prodotta in chiave dichiaratamente cristiana dal maestro veneziano don Cristoforo Caresana, “autorevole tenore e organista della cappella reale di Napoli”.

Costui si interessò delle arie musicali che circolavano nell’ambito popolare, quelle che lui, rivolgendosi al “lettore amorevole” definiva <trottolerie, che corrono hoggi su le carte musicali,… più capaci di derisione, che d’applauso>.

Ebbene, prendendo spunto proprio da queste “frascherie”, il Caresana nel 1670 elaborò una tarantella cristianizzata, per così dire, dove la tarantola, pur nominata, viene identificata con il demonio.

Il canto, che avviene a più voci, con strumenti e basso continuo, veniva recitato per “la nascita del Verbo”.

Sono tre sestine, tutte introdotte dalla parola “tarantola”: Tarantola d’abisso, empio serpente, or ch’è nato l’agnello innocente, la tua forza t’abbatterà.

Piangi, trema, singhiozza, sospira nel tuo regno d’oscurità.

Viva, viva, l’eternità.

Tarantola ch’in cielo il nido avesti, ma per troppo volare cadesti da quel trono di maestà, or che il Verbo dal Cielo è disceso il tuo dente non ferirà.

La superbia così va!

Tarantola ribelle, fulminata, or che in terra la luce è nata, nova fiamma ti distruggerà.

Si raddoppino a te le catene or che ha l’huomo la libertà: chi pugna col Cielo mai vincerà!

1 Luisa Cosi, Tarantole, folie e antidoti musicali del secolo XVII fra tradizione popolare ed esperienza colta, in AA.VV., Quarant’anni dopo De Martino. Il tarantismo. Atti del convegno. Galatina 24- 25 ottobre 1998, BESA, tomo II, pp. 53-112.

2 Epifanio Ferdinando, De morsu Tarantulae, cap. LXXXI della “Centum historiae…” (1621).

3 La seconda tarantella (a noi pervenuta) è quella che fu composta dal Caresana nel 1670: “Tarantella a cinque voci con violini.

Per la Nascita del Verbo”. Viene riportata alla fine di questo commento.

4 <In tutte le formule edite dal Kirker… si osserva un andamento spiccatamente parabolico di ascesa-discesa…, fino ad assumere una parabola spiraliforme, per la continua alternanza di una nota con la sua superiore o inferiore di passaggio. La singolare

fluidità è sinuosità di questo moto ondoso (per usare termini riferibili all’acqua e all’altalena, altri elementi costantemente associati al tarantismo) ebbe forse derivazione e funzione coreutiche il moto circolante e cullante di cui parla tra i primi Ferdinando>

Su questo <processo di stilizzazione da popolare a culto o semiculto> si espresse anche Carpitella ne <La terra del rimorso…>.

 

° Ai lettori ricordiamo che Francesco Laterza, autore, scrittore e direttore ha scritto questo pezzo sul n.160 del suo giornale NordSud, L’umanità non ha confini. 

Nelle foto: 19 Luisa Cosi. 2) Francesco Laterza.

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