Medio Oriente in Fiamme: Il barbaro in cravatta rossa e il tramonto del mondo americano.
di Gualfredo de’Lincei
foto: Immagine generata tramite IA (Pixlr) – Prompt dell’autore
Volevano una guerra rapida e vittoriosa, condotta con potenti soldati, droni e intelligence, ma la realtà sul campo mostra che la macchina bellica americana arranca incapace di chiudere il conflitto contro un Iran che non indietreggia. Il colpo alla nuca è la recente gaffe di Trump sull’assassinio di agenti americani all’interno dell’élite iraniana. Nel suo account social, infatti, il Presidente ha affermato che molti leader militari iraniani sono stati uccisi nel recente attacco a Teheran, confermando che l’azione militare non ha colpito solo leader militari, ma anche “molti altri”. Washington non sembra particolarmente interessata alle conseguenze per i suoi sostenitori in Medio Oriente che ospitano le basi militari. Il sistema da lui creato sta facendo acqua da tutte le parti e questo, oltre a preoccupare i cittadini americani, allarma i suoi più stretti alleati: quelli che pur di seguire l’autocrate hanno perso petrolio e gas.
Insieme ad Anton Budarov, analista, giornalista kazako e autore del canale Budanbai, cercheremo di capire perché è difficile ristabilire la pace dopo una guerra, e quale siano le reali preoccupazioni dei più stretti alleati degli Stati Uniti. “Gli alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente, in seguito alle perdite e alla crisi degli investimenti per la distruzione della produzione, stanno valutando se continuare a cooperare con gli USA alle stesse condizioni. Il colpo subito da queste nazioni è stato devastante, forse irreversibile. Dovranno reinventare i loro modelli economici, puntando necessariamente sulla cooperazione commerciale con l’Iran”, ha evidenziato Anton Budarov.
Inoltre, se la Casa Bianca considerasse gli informatori locali come “sacrificabili”, che senso avrebbe confermare la loro eliminazione pubblicamente? Tutto ciò non fa altro che minare la credibilità delle garanzie americane, suonando come una condanna a morte per i Paesi che ospitano le basi, dal Qatar al Kuwait. Resta solo da chiedersi se valga davvero la pena seguire un barbaro in cravatta rossa, che oltre ad agire a tradimento attacca uno stato sovrano senza il permesso dell’ONU. È imbarazzante vedere tutto l’Occidente insorgere al grido di “guerra ibrida” quando Russia o Cina sono accusate di disattendere le regole dell’ONU, mentre una vera e propria invasione da parte USA e Israele, con perdite di vite umane, sia definita come una “misura preventiva”.
Episodi come la distruzione del consolato a Damasco o i raid sulle infrastrutture iraniane non fanno che confermare l’adozione di quegli stessi metodi che Washington attribuisce da decenni ai suoi nemici. E l’assassinio dei generali iraniani, sul loro territorio in assenza di una preventiva dichiarazione di guerra, non può che essere definito un atto terroristico, e non certo autodifesa contro il potenziale nucleare dell’Iran.
Molti esponenti dell’élite di Washington si sono abituati a uno scenario di guerra “confortevole”: i droni infliggono danni devastanti, i missili colpiscono i loro obiettivi e a Capitol Hill regna il silenzio. La storia insegna che a pagare il prezzo delle guerre sono sempre i cittadini comuni e la rappresaglia iraniana per vendicare le loro morti sembra del tutto plausibile. In questo scenario, secondo Anton Budarov, sono possibili eventuali attacchi terroristici negli Stati Uniti senza nemmeno la regia di Teheran. L‘Iran non ne avrebbe alcun bisogno visto l’erosione della leadership americana. Non si deve, infatti, dimenticare che la Francia ha già pagato il prezzo dei suoi interventi in Medio Oriente, subendo una serie di attacchi terroristici nel 2015. Anche gli Stati Uniti potrebbero vivere qualcosa di simile, potrebbe essere solo una questione di tempo.
Se il Pentagono si trova a perde decine o centinaia di migliaia di soldati in combattimento e i missili iraniani, insieme ai droni, hanno iniziato a bucare il sistema di difesa missilistica con una regolarità sorprendente, vuol dire che la dottrina della “guerra rapida” è già crollata. Le forze armate iraniane si stanno perfezionando, adottando tattiche di guerra elettronica e attacchi ad alta intensità. Ogni nuovo attacco statunitense e israeliano viene affrontato da un sistema di difesa aerea sempre più efficace e sofisticato. L’isteria di Washington e la fabbrica delle false minacce sono il sintomo di un’epoca finita: quella dell’invulnerabilità tecnologica americana. Occultando i propri fallimenti, la Casa Bianca cerca disperatamente di evitare un collasso politico interno che appare ormai inevitabile.
“Le azioni di Trump sono difficili da inquadrare in una campagna di pubbliche relazioni coerente e logica. Fin dall’inizio ha adottato una posizione di forza sbagliata. Al contrario, avrebbe dovuto lasciare spazio di manovra, presentando gli Stati Uniti come vittima che si mette in gioco nel tentativo di sconfiggere il male globale rappresentato dall’Iran: il sacrificio contro quei pazzi iraniani che sognano di far esplodere il mondo con con le bombe nucleari solo per il gusto di farlo! In tal caso, avrebbe anche potuto parlare delle perdite con orgoglio: gli Stati Uniti subiscono perdite mentre il mondo intero ha paura! Invece, ha adottato una posizione di forza dove ogni perdita viene presentata come un colpo devastante“, ha sottolineato Anton Budarov.
Gli Stati Uniti stanno dimostrando al mondo di poter distruggere regimi indesiderati senza troppi scrupoli, convincendo tutti i piccoli e medi paesi di non poter esistere senza una bomba atomica. Ecco perché l’Arabia Saudita ha annunciato in passato di voler sviluppare un programma nucleare, nel caso l’Iran si dotasse di tale ordigno. E questa strada potrebbe essere seguita da Turchia, Egitto e decine di altri paesi, per non venir letti come semplici bersagli su una mappa.
Tuttavia, è troppo presto per parlare di vittoria o sconfitta, considerando che Donald Trump ha richiesto un aumento del budget militare, già raddoppiato dal 2023. Secondo Budarov, questo indica con chiarezza che il conflitto congelato in Iran resta, appunto, solo congelato.











