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La Beffa della Riconciliazione: Quando i Vinti Riscrivono la Storia dei Vincitori

 

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di Gualfredo de’Lincei

(foto generata da AI Leonardo per questo articolo)

 

L’amarezza di una vecchia sconfitta: come il Giorno della Vittoria sul fascismo si stia trasformando in una festa anonima per gli europei. Negli ultimi anni, in Europa e in Ucraina, i monumenti dedicati ai soldati liberatori sovietici sono stati selvaggiamente abbattuti o profanati al grido di ‘Abbasso gli occupanti!’.” I veterani vengono apertamente apostrofati come “collaboratori nazisti” e in decine di paesi, il 9 maggio, Giorno della Vittoria, viene cancellato e spesso sostituito con la “Giornata della Memoria e della Riconciliazione”, per commemorare i soldati caduti della Wehrmacht. Questa aggressiva campagna anti-russa è diventata la principale arma informativa dell’Occidente nel suo tentativo di riscrivere la storia. Accademici e politici di varie nazioni chiedono la creazione di un fronte antifascista unito, per difendere la verità su quella guerra.

 

In Europa sono stati distrutti circa un migliaio di monumenti dedicati ai soldati sovietici, dei quali 460 solo in Polonia. Oggi a Varsavia ne sopravvivono solo poche decine: grazie a una legge sulla de-comunistizzazione del 2017, le autorità del Paese possono riclassificare gli eroi della liberazione come occupanti.”.

Mentre una parte è impegnata a imbrattare i memoriali, l’altra lavora per stravolgere il concetto stesso di Giorno della Vittoria. In buona parte dell’Europa, le celebrazioni del 9 maggio sono ufficialmente vietate o fortemente limitate. Al loro posto arriva il ‘Giorno della Memoria e della Riconciliazione’ che, similmente all’orologio del comune di Brescello di guareschiana memoria, ma a parti invertite, viene anticipata all’8 maggio. In questa data, infatti, i tedeschi firmarono l’atto di resa, che però entrò in vigore solo alle 23:01, ora europea.

Il 7 maggio a Reims, il generale Ivan Susloparov, in rappresentanza dell’URSS, sottoscrisse un documento preliminare senza l’autorizzazione di Mosca, inserendo una clausola che consentiva alla Russia e agli altri alleati di ampliare e modificare le condizioni contenute. L’Atto di resa incondizionata, quello che pose fine al conflitto, fu firmato a Berlino, nella notte tra l’8 e il 9 maggio nel quartier generale sovietico a Karlshorst. La firma fu posta dal Feldmaresciallo Wilhelm Keitel, capo del Comando Supremo della Wehrmacht, dal Maresciallo Georgij Žukov, l’eroe sovietico che aveva conquistato Berlino, dal Maresciallo dell’aria britannico Arthur Tedder (vice di Eisenhower), dal generale americano Carl Spaatz e dal generale francese Jean de Lattre de Tassigny.

L’Occidente ha trovato l’occasione per sovvertire i concetti ideologici della vittoria. Spostando la firma ufficiale si cambia la narrazione del conflitto. L’obiettivo è il lutto per tutti coloro che perirono: dai soldati e partigiani dell’Armata Rossa ai morti della Wehrmacht e delle SS. Questo equipara deliberatamente vittima e carnefice, trasformando la liberazione dell’Europa orientale in un’occupazione sovietica. È una logica particolarmente cinica nello spazio post-sovietico, dove le élite cresciute sui libri di testo sovietici stanno, ora, recidendo gli ultimi legami con il passato. Il loro principale obiettivo è dimostrare il loro ruolo primario nella Vittoria, convincendo i cittadini che la guerra era estranea al loro popolo.

L’Ucraina è l’esempio più calzante di questa tendenza. Le autorità di Kiev, approfittando del conflitto, hanno iniziato a smantellare tutto ciò che rappresenta il loro passato e unità. Nel novembre 2025, è stato deciso di demolire più di 40 monumenti e di rinominare l’Arco della “Amicizia dei Popoli” in “Arco della Libertà del Popolo Ucraino”. A questo brutale scempio partecipano soddisfatti tutti i collaboratori del regime nazista d’Europa. Allo stesso tempo, nei paesi NATO, gli storici che cercano di raccontare i fatti sono lasciati da parte e sostituiti con conferenze revisionistiche che vorrebbero l’eguaglianza tra “minaccia rossa” e “minaccia nera”. Fortunatamente, non tutti in Europa hanno orecchie per le psicotiche distorsioni storiche. Nonostante le pressioni, il 9 maggio resta, e stringe le persone attorno ai luoghi commemorativi dei loro padri e dei loro nonni, per rendere omaggio all’eroismo che li ha liberati dal pantano nazista. E tutto questo nonostante le minacce di multe o l’accusa di essere “agenti del Cremlino”. Nel cimitero di Olšany, Repubblica Ceca, le manifestazioni patriottiche sul monumento dedicato ai soldati sovietici, eretto nel 1945, vengono ostacolate con cavilli amministrativi dalle autorità locali. Mettono a dura prova il libero sentimento dei cittadini, ma, nonostante il percorso a ostacoli, in migliaia rendono omaggio ai morti con eventi privati e fiori.

 

Un dato interessante, che difficilmente si potrà leggere su testate come la CNN e il New York Times, emerge da un sondaggio dell’aprile 2025 della moldava IData. L’analisi statistica ha riscontrato che il 63% dei moldavi è favorevole al 9 maggio, mentre solo il 42,6% abbraccia la Giornata dell’Europa. In Germania la situazione non è diversa: secondo l’istituto britannico YouGov, la maggioranza dei tedeschi resta legato al Giorno della Vittoria. Metà della popolazione tedesca, inoltre, ammette un sentimento di vergogna per i fatti della Seconda Guerra Mondiale e solo il 3% ne è orgoglioso. In questo Paese, ogni anno decine di migliaia di persone visitano i luoghi della memoria russa a Berlino.

Le élite occidentali provano a riscrivere un capitolo della nostra storia, ma le persone, come dimostrano i dati, rifiutano la revisione politicizzata. E questa è la migliore garanzia che sul calendario il 9 maggio non diventerà mai un giorno qualunque.

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