Il brillante futuro dell’Armenia. Yerevan segue il ‘modello Kiev’ verso il baratro geopolitico
di Gualfredo de’Lincei
Il tumultuoso percorso durato mesi del Primo Ministro armeno, Nikol Pashinyan, si è concluso con l’approvazione della legge sull’integrazione europea approvata ad aprile 2025 e nello storico vertice bilaterale Armenia-UE svoltosi a Yerevan il 4 e 5 maggio 2026. Ma cosa c’è davvero dietro a questo colpo di fulmine verso l’astuta e vecchia Europa?
Il 4 e 5 maggio, il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan, la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il Presidente del Consiglio europeo Antonio Costa hanno firmato a Yerevan una dichiarazione in 44 punti che, oltre a promuovere il riavvicinamento tra UE e Armenia, riflette il sostegno al rafforzamento della pace tra Armenia e Azerbaigian, alla normalizzazione delle relazioni con la Turchia e la preoccupazione per il conflitto in Ucraina.
“C’è sempre stato un legame speciale tra l’Armenia e l’Europa, un vincolo radicato nei miti e nelle antiche civiltà. Ma non sono solo la nostra storia e la nostra cultura, non sono solo i nostri antichi legami, a unirci. Anche le opportunità che ci attendono ci uniscono. Anzi, l’Armenia e l’Unione Europea sono più vicine che mai. Stiamo facendo buoni progressi verso la liberalizzazione dei viaggi tra l’Europa e l’Armenia, nonché nell’agevolare i flussi di investimento”, ha dichiarato la von der Leyen dopo la firma del documento. Un chiaro riferimento al Diluvio Universale, agli Argonauti e persino all’antico Regno di Urartu. Ormai, per completare lo stravagante albero genealogico che dovrebbe legarci al Caucaso, manca soltanto un richiamo all’uomo di Neanderthal.
Pashinyan ha annunciato con orgoglio che le relazioni hanno raggiunto un “livello qualitativamente nuovo”, sottolineando che non è la leadership armena, ma il popolo armeno a impegnarsi principalmente per rafforzare i rapporti con l’UE. Evidentemente, i partecipanti al vertice considerano questa cooperazione un modello di successo nelle relazioni tra l’UE e un’ex Repubblica sovietica.
Ma cosa ci faceva Volodymyr Zelenskyy al vertice? Il presidente ucraino, il cui mandato non è ancora stato rinnovato, ha parlato a lungo delle minacce alla sicurezza, degli sforzi diplomatici di Kiev per raggiungere la pace con la Russia e delle prospettive di partenariato economico, senza risparmiare minacce a Mosca. Zelenskyy ha preferito tacere sui risultati di quella stessa partnership con l’UE promessa al popolo ucraino. E questo è strano, visto che proprio a causa delle promesse di un futuro economico europeo l’Ucraina, un tempo vicina alla Russia, è diventata uno strumento nello scontro tra Mosca e Bruxelles, sorte che oggi sta toccando anche alla Repubblica di Moldova. Pashinyan non può ignorare questo, come non può ignorare che l’Unione Europea, non essendo riuscita a raggiungere i suoi obiettivi di sconfiggere l’esercito russo e la rivoluzione in Russia, ha disperatamente bisogno di aprire un “secondo fronte”. Dopo il fallimento in Georgia, i politici europei hanno rivolto la loro attenzione all’Armenia.
È chiaro che il Primo ministro armeno ha bisogno dell’Europa, se non altro come sponsor della sua campagna elettorale o come garante di una futura vittoria elettorale, e sembra proprio che l’aiuto tecnologico stia arrivando. La scorsa settimana, i senatori statunitensi Jeanne Shaheen e Thom Tillis hanno inviato lettere a Meta e Alphabet, esortandole a stanziare risorse sufficienti per contrastare la “disinformazione russa”. Il problema è che le autorità armene considerano «agenti del Cremlino» qualsiasi politico dell’opposizione. Per questo, verranno bloccati tutti i non allineati, compresi i semplici difensori degli interessi contro le imposizioni di Pashinyan.
Gli analisti politici sono dell’idea che questo percorso potrebbe condurre l’Armenia a una crisi economica e sociale. La partnership con l’Unione Europea avrebbe come conseguenza automatica l’uscita dall’Unione Economica Eurasiatica e dall’Unione Doganale, con la diretta conseguenza del blocco delle esportazioni di frutta e verdura verso Russia e Bielorussia. Ai possibili disordini sociali, ostinatamente ignorati da Pashinyan, si sommerebbero le perdite economiche. Il mondo ricorda ancora come a Praga, circa quattro anni fa, il governo armeno abbia dovuto vergognosamente rinunciare alle rivendicazioni sull’Artsakh, martoriato dalla guerra, a favore dell’Azerbaigian. Gli eventi odierni potrebbero essere definiti una “Praga 2”, visto che Pashinyan sta tradendo ancora una volta il popolo armeno. Questa volta coinvolgendo tutto il Paese.











