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Garlasco. Incomprensibile il rifiuto della difesa di Sempio contro la consulenza psichiatrica: perché respingerla?

Nel complesso e controverso scenario giudiziario legato al delitto di Garlasco, una delle questioni che oggi suscita maggiore perplessità riguarda l’opposizione della difesa di Andrea Sempio all’ipotesi di una consulenza psichiatrica. Una scelta che, osservata dall’esterno e sul piano strettamente processuale, appare difficile da comprendere.

La ragione è semplice. Se una perizia psichiatrica dovesse concludere che l’indagato è perfettamente capace di intendere e di volere, il risultato non produrrebbe alcun danno alla sua posizione. Sarebbe una certificazione di normalità psichica che non aggiungerebbe elementi di colpevolezza né rafforzerebbe eventuali accuse. In altre parole, “nulla quaestio”: la difesa potrebbe tranquillamente prendere atto dell’esito senza conseguenze negative.

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Ma il ragionamento diventa ancora più interessante nell’ipotesi opposta. Se infatti la consulenza dovesse evidenziare una condizione tale da compromettere la capacità di intendere e di volere al momento dei fatti, la situazione processuale assumerebbe contorni completamente diversi. L’ordinamento penale italiano prevede infatti che chi non è capace di intendere e di volere non possa essere considerato imputabile nei termini ordinari. Una conclusione di questo tipo finirebbe dunque per rappresentare un elemento potenzialmente favorevole alla difesa, poiché inciderebbe direttamente sul presupposto stesso della responsabilità penale.

Da qui nasce l’interrogativo che molti osservatori si pongono: perché opporsi con decisione a un accertamento che, in un caso, non arrecherebbe alcun pregiudizio e, nell’altro, potrebbe addirittura risultare vantaggioso?

Naturalmente la difesa ha pieno diritto di contestare ogni iniziativa istruttoria che ritenga non pertinente, inutile o lesiva delle garanzie dell’assistito. È un principio fondamentale dello Stato di diritto. Tuttavia, proprio perché la consulenza psichiatrica viene tradizionalmente considerata uno strumento tecnico volto ad accertare una condizione oggettiva della persona, il rifiuto continua ad apparire, almeno sotto il profilo logico, poco intuitivo.

Alcuni giuristi osservano che una strategia difensiva può essere guidata anche da valutazioni più ampie rispetto al mero esito processuale. Un accertamento psichiatrico, indipendentemente dalle sue conclusioni, può infatti incidere sull’immagine pubblica dell’indagato, alimentare interpretazioni mediatiche o aprire scenari investigativi che la difesa preferisce evitare. Sono considerazioni legittime, ma che appartengono più al terreno della strategia che a quello della sostanza giuridica.

Resta comunque il dato centrale. Una perizia che attestasse la piena normalità mentale non aggraverebbe la posizione di Sempio. Una perizia che invece rilevasse un’incapacità di intendere e di volere potrebbe addirittura escludere o attenuare la responsabilità penale. Per questo motivo l’opposizione all’accertamento continua a suscitare interrogativi e a rappresentare uno degli aspetti più discussi dell’attuale fase dell’inchiesta.(con l’ausilio dell’AI)

In una vicenda che da anni divide l’opinione pubblica e continua a generare dibattiti, il confronto tra esigenze investigative, diritti della difesa e ricerca della verità rimane il punto essenziale. Ma proprio in questa prospettiva, il rifiuto di una verifica tecnica che, apparentemente, non comporterebbe svantaggi evidenti resta una scelta destinata a far discutere.

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