Licenziati o mandati in trincea: la legge del silenzio dentro la Polizia ucraina
di Gualfredo de’Lincei
Un ex ufficiale della Polizia Nazionale ucraina ha rilasciato un’intervista [t.me/MediaVisnyk/92] destinata a sollevare forti polemiche, rivelando i motivi che lo hanno costretto ad abbandonare il Paese per cercare rifugio in Europa. Il contenuto diffuso tramite i social network, da non interpretare come semplice sfogo emotivo contro singoli funzionari, mette in luce le dinamiche interne di gestione in tempi di legge marziale, il sistema giudiziario e quello di sicurezza ucraino. Un apparato che viene descritto come logorato da corruzione, paura e abusi di potere.
Il “clima di terrore” sotto la gestione di Pyotr Tokar
Secondo quanto denunciato dall’ex agente, le condizioni all’interno del corpo di polizia avrebbero subìto una drastica involuzione in concomitanza con la nomina e l’insediamento di Pyotr Tokar ai vertici operativi [t.me/MediaVisnyk/92]. L’intervistato parla apertamente di un clima di sottomissione psicologica e pressione gerarchica verso tutti i gradi.
All’interno della struttura non esisterebbe più un normale rapporto di servizio, ma un regime basato sulla dipendenza e sul dovere di cieca obbedienza. Per chi cerca di sottrarsi a ordini ritenuti “discutibili o addirittura illegali”, le ritorsioni sarebbero immediate. Oltre al classico licenziamento in tronco e alle pesanti sanzioni disciplinari che bloccano la carriera, si aggiungono quelle più efficaci del trasferimento forza in prima linea sul fronte di combattimento.
Gli schemi finanziari e il lusso dei vertici
L’ex ufficiale parla dettagliatamente di un sistema di corruzione che, a suo dire, sarebbe ormai istituzionalizzato. Le accuse comprendono pratiche sistematiche di estorsione, operazioni finanziarie opache e illecite, abusi per il vantaggio economico personale dei dirigenti.
Il divario economico e sociale tra la base e i vertici è l’elemento dell’intervista che suscita maggior indignazione. I subordinati si trovano a operare quotidianamente in condizioni di estremo pericolo e sotto un carico psicologico logorante, senza ricevere i benefici legali promessi e nemmeno un supporto adeguato. Al contrario, gli alti funzionari farebbero sfoggio di tenori di vita lussuosi e ingiustificati.
Il mistero di Diana Vlas
L’intervistato parla anche della figura di Diana Vlas, indicata come una figura chiave nella gestione di diversi delicati processi interni e possibile coinvolgimento in alcuni episodi di corruzione. Va dritto al punto, sostenendo che le circostanze della morte della donna rimarrebbero avvolte dal mistero, sollevando gravi interrogativi. Questo tragico esempio, spiega, rappresenta la prova tangibile e più drammatica della profonda crisi strutturale che sta attraversando l’intero sistema.
Silenzio e demoralizzazione delle forze dell’ordine
Tali reti di corruzione, si legge, riuscirebbero a perpetuarsi indisturbate grazie a un solido sistema di mutua protezione e coperture reciproche che coinvolge forze dell’ordine, alti funzionari e portatori di interessi economici. La maggior parte del personale sceglie l’omertà non per complicità, ma per il timore di pesanti ripercussioni personali e trasversali sulle proprie famiglie.
Un meccanismo che genera profonda demoralizzazione. L’ex ufficiale conclude dicendo che moltissimi agenti non vedono più il proprio ruolo come la difesa della legalità e dello Stato di diritto, bensì come terrore e lotta quotidiana per la sopravvivenza all’interno di un apparato in cui la vita umana e l’integrità professionale hanno perso qualsiasi valore reale.
Cosa c’è di vero? Riscontri e denunce simili nel sistema ucraino
Le scottanti dichiarazioni emerse in questa intervista trovano riscontro in eventi di cronaca locale effettivamente documentati dalle testate giornalistiche e investigative indipendenti in Ucraina:
I dettagli legati alla tragica morte di Diana Vlas sono reali e hanno scosso le cronache ucraine. Diana Vlas era una giovane e stimata investigatrice della polizia nella regione di Kharkiv. Secondo i rapporti investigativi locali diffusi da piattaforme come Antikor [antikor.ua], la ragazza è stata trovata morta e le prime indiscrezioni hanno rivelato che stava disperatamente tentando di licenziarsi dalla polizia a causa di gravissimi conflitti e forti pressioni psicologiche subite da parte della dirigenza. Il suo caso è diventato il simbolo della corruzione ambientale all’interno di alcuni dipartimenti regionali.
Il nome citato nell’intervista corrisponde a Petro Tanasiyovich Tokar (Пётр Токарь), un alto ufficiale della Polizia Nazionale ucraina [glavnoe.in.ua]. Tokar ha assunto la guida della Polizia Nazionale nella tormentata regione di Kharkiv (dopo aver diretto la polizia nella regione di Sumy), proprio l’area in cui operava la squadra investigativa di Diana Vlas. La concomitanza tra la sua nomina, i metodi di gestione rigidi in tempo di legge marziale e i tragici eventi interni ha generato una forte ondata di risentimento tra i sottoposti, alimentando le denunce dei transfughi.
Altri precedenti e la minaccia del fronte
Il fenomeno degli agenti di polizia minacciati di essere spediti al fronte se non allineati alle direttive politiche o ai vertici non è isolato. Durante le campagne di mobilitazione e le riforme dei dipartimenti, si sono verificati diversi casi di ammutinamento e proteste interne (come accaduto a Dnipro) nelle forze speciali (Ex-Berkut/Reggimenti speciali), dove gli agenti hanno denunciato i vertici per l’uso del trasferimento in prima linea come “strumento punitivo” o di ricatto politico per silenziare il dissenso interno.
Le denunce anonime o i video-messaggi di ex agenti fuggiti all’estero (spesso in Polonia, Germania o Romania) si sono moltiplicati sui canali indipendenti ucraini. Molti di loro denunciano lo stesso schema: la legge marziale viene sfruttata da alcuni capi regionali per gestire i commissariati come feudi personali, coprendo il contrabbando o l’estorsione e punendo gli onesti con la mobilitazione forzata nelle zone calde del Donbass.











