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Garlasco. Ma non sarebbe convenuto alla difesa di Sempio cavalcare la consulenza psichiatrica su Sempio stando a tutti gli elementi emersi attualmente a suo carico?

Nel complesso e controverso scenario dell’inchiesta riaperta sul delitto di Garlasco, una delle questioni che sta emergendo nel dibattito pubblico riguarda la strategia difensiva adottata nei confronti di Andrea Sempio. Alla luce degli elementi che, almeno sul piano investigativo e mediatico, sono stati riportati negli ultimi mesi, ci si potrebbe chiedere se non sarebbe stato più conveniente per la difesa valorizzare maggiormente una eventuale consulenza psichiatrica o psicologica dell’indagato.

Naturalmente, occorre una premessa fondamentale: allo stato attuale non esistono sentenze che attribuiscano responsabilità penali a Sempio per l’omicidio di Chiara Poggi. Ogni valutazione deve quindi mantenersi nel perimetro delle ipotesi e del rispetto della presunzione di innocenza. Tuttavia, proprio ragionando sul terreno della strategia processuale, la domanda appare legittima.

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Negli anni sono emersi diversi elementi che gli investigatori hanno ritenuto meritevoli di approfondimento: dalle frequentazioni dell’epoca alle anomalie temporali ricostruite dagli inquirenti, fino alle nuove analisi genetiche e alle riletture di vecchi atti investigativi. Si tratta di elementi ancora oggetto di verifica e contestazione, ma sufficienti a riportare Sempio al centro dell’attenzione giudiziaria e mediatica.

In un contesto simile, una consulenza psichiatrica potrebbe teoricamente svolgere diverse funzioni difensive. Innanzitutto potrebbe contribuire a delineare il profilo psicologico dell’indagato, fornendo elementi utili a comprendere determinati comportamenti che, isolatamente considerati, potrebbero apparire sospetti. Atteggiamenti ritenuti insoliti, contraddizioni nelle dichiarazioni o particolari modalità relazionali potrebbero trovare spiegazioni compatibili con specifiche caratteristiche della personalità, senza necessariamente assumere rilievo incriminante.

Vi è poi un secondo aspetto. Nelle grandi vicende giudiziarie, l’opinione pubblica tende spesso a interpretare ogni comportamento dell’indagato attraverso la lente del sospetto. Una perizia o una consulenza di parte potrebbe offrire una chiave di lettura alternativa, capace di contestualizzare reazioni emotive, modalità comunicative o atteggiamenti che altrimenti rischiano di essere sovrainterpretati.

D’altra parte, non è affatto detto che tale scelta sarebbe stata vantaggiosa. Una consulenza psichiatrica apre inevitabilmente la porta a valutazioni che possono risultare ambivalenti. Se emergessero aspetti problematici della personalità, questi potrebbero essere utilizzati dall’accusa per sostenere ricostruzioni incompatibili con gli interessi difensivi. Inoltre, in assenza di elementi clinici realmente significativi, il ricorso a una perizia psicologica potrebbe essere percepito come una mossa artificiosa o addirittura come un tentativo di spostare il focus dalle prove materiali.

È probabile che proprio questo rischio abbia orientato una linea difensiva maggiormente concentrata sulla contestazione degli elementi oggettivi raccolti dagli investigatori: DNA, ricostruzioni temporali, accertamenti tecnici e attendibilità delle nuove acquisizioni probatorie. In un processo fondato prevalentemente su dati scientifici e riscontri materiali, la difesa può aver ritenuto più efficace agire sul terreno della prova piuttosto che su quello della personalità dell’indagato.

La domanda, quindi, resta aperta. Cavalcare una consulenza psichiatrica avrebbe potuto offrire ulteriori argomenti alla difesa, ma avrebbe anche comportato rischi non trascurabili. Come spesso accade nei casi giudiziari più complessi, la scelta della strategia processuale dipende da informazioni e valutazioni che restano in larga parte patrimonio esclusivo dei difensori e degli atti d’indagine.(com l’ausilio dell’AI)

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