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Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profonda attenzione rispetto ai fatti riportati dalla stampa in merito alla presenza di giovanissimi, alcuni dei quali di appena dodici e tredici anni, coinvolti in episodi di consumo di bevande alcoliche e sostanze stupefacenti in diversi spazi pubblici della città di Manfredonia.

La cronaca restituisce immagini che, se considerate nella loro dimensione più immediata, rischiano di alimentare esclusivamente sentimenti di allarme sociale. È invece necessario compiere uno sforzo interpretativo più ampio, capace di leggere tali comportamenti come manifestazioni di un disagio che si struttura progressivamente all’interno delle trasformazioni culturali, relazionali ed educative che attraversano la società contemporanea.

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L’ingresso sempre più precoce degli adolescenti in esperienze di trasgressione non costituisce soltanto una violazione di norme giuridiche o sociali; esso segnala una crescente difficoltà dei giovani a riconoscere limiti condivisi, ad attribuire significato alle regole e a costruire un rapporto equilibrato con la libertà. Quando il bisogno di appartenenza trova risposta prevalentemente nel gruppo dei pari, in assenza di autorevoli riferimenti educativi, il rischio è che la ricerca di identità venga affidata a pratiche di imitazione, sfida o esposizione a comportamenti che promettono riconoscimento immediato, ma producono isolamento e vulnerabilità.

L’età dei protagonisti impone una riflessione ancora più rigorosa. Dodici o tredici anni rappresentano una fase evolutiva nella quale la personalità è ancora in piena formazione e la costruzione dell’identità richiede la presenza di adulti capaci di esercitare una funzione educativa fondata sulla vicinanza, sulla coerenza e sulla responsabilità. L’assenza di tali riferimenti genera spesso una condizione di smarrimento nella quale il confine tra autonomia e abbandono diviene progressivamente indistinto.

Per questa ragione, il dibattito pubblico non dovrebbe limitarsi alla ricerca di responsabilità individuali. Interrogarsi esclusivamente sul comportamento dei genitori o dei ragazzi rischia di offrire una rappresentazione parziale del fenomeno. Occorre, piuttosto, interrogare la qualità complessiva del patto educativo che lega famiglia, scuola, istituzioni, associazionismo, servizi territoriali e comunità locale.

Una società educa non soltanto attraverso le parole, ma mediante l’organizzazione dei propri spazi, dei propri tempi e delle relazioni che rende possibili. Quartieri privi di presìdi culturali, aree urbane lasciate al degrado, luoghi di aggregazione non accompagnati da figure educative competenti e una progressiva rarefazione delle occasioni di partecipazione favoriscono l’affermarsi di forme di socializzazione costruite attorno al consumo, alla ricerca dell’eccesso e alla deresponsabilizzazione.

Non meno significativa appare la questione relativa alla vendita di bevande alcoliche ai minori. Se la normativa vigente individua con chiarezza obblighi e divieti, la loro concreta efficacia dipende dalla capacità delle istituzioni di garantirne il rispetto attraverso controlli costanti e da una diffusa cultura della legalità condivisa dagli operatori economici. La tutela dei minori non può essere affidata esclusivamente alla sanzione, ma richiede una responsabilità etica che precede quella giuridica.

In questo scenario la scuola assume una funzione che trascende la trasmissione dei saperi disciplinari. Essa rappresenta uno dei pochi luoghi nei quali è ancora possibile promuovere un’autentica educazione alla convivenza democratica, sviluppare il pensiero critico, consolidare competenze emotive e relazionali e restituire valore all’esperienza del limite come condizione necessaria per l’esercizio della libertà. L’educazione ai diritti umani trova qui la propria più concreta espressione: non nell’enunciazione astratta dei principi, ma nella costruzione quotidiana di contesti nei quali ciascun giovane possa sentirsi riconosciuto, ascoltato e responsabilizzato.

È altresì opportuno riflettere sul linguaggio utilizzato nel dibattito pubblico. Definire i ragazzi coinvolti attraverso categorie stigmatizzanti rischia di consolidare processi di esclusione proprio nel momento in cui sarebbe necessario costruire percorsi di ricomposizione del legame sociale. Nessun adolescente può essere identificato con il proprio comportamento problematico. Ogni condotta costituisce piuttosto un messaggio che domanda di essere interpretato, senza indulgere in giustificazioni, ma evitando letture semplificatrici.

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani auspica che quanto accaduto a Manfredonia rappresenti l’occasione per promuovere un’azione condivisa tra amministrazione comunale, istituzioni scolastiche, Azienda Sanitaria Locale, servizi sociali, forze dell’ordine, magistratura minorile, realtà del Terzo Settore e rappresentanze delle famiglie, finalizzata alla costruzione di un Piano territoriale permanente per la prevenzione del disagio adolescenziale.

La prevenzione autentica nasce infatti dalla capacità di una comunità di riconoscere tempestivamente le fragilità prima che esse assumano forme patologiche o devianti. Investire nell’educazione, nella prossimità sociale, nella qualità delle relazioni e nella partecipazione giovanile significa tutelare non soltanto il presente dei nostri ragazzi, ma la tenuta democratica della società futura.

prof. Romano Pesavento

presidente CNDDU

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