Pressing di De Pierro non si ferma, Forza Italia ostaggio di derive antidemocratiche e Tajani rompa silenzio o lasci segreteria nazionale
In questa intervista esclusiva il presidente del movimento Italia dei Diritti-De Pierro apre il fuoco contro il quartier generale azzurro a Roma: “Se il diritto di ricorso è sovversione, allora la democrazia liberale è morta. Su frase di Colarossi pretendiamo risposte da Tajani e un passo indietro del partito. Nel frattempo, i nostri riflettori restano accesi su Vicovaro”
Roma, 4 luglio 2026 – La strategia del silenzio adottata dai vertici nazionali di Forza Italia non ha sortito l’effetto sperato di far sgonfiare il caso politico esploso a Vicovaro. Antonello De Pierro, presidente del movimento Italia dei Diritti, lancia un vero e proprio ultimatum al segretario nazionale azzurro e ministro degli Esteri Antonio Tajani, trasformando una contesa locale in un caso di rilevanza istituzionale nazionale. Al centro della durissima presa di posizione restano le parole di Marco Colarossi, ormai ex consigliere regionale di Forza Italia, ma vice segretario romano del partito, che aveva bollato come “atto sovversivo” il ricorso col quale era stata adita la giurisdizione amministrativa, da cui era promanata la sentenza che avevano azzerato la precedente consiliatura di Vicovaro. In questa lunghissima intervista, De Pierro traccia le coordinate di un assedio comunicativo e politico programmato sine die, svelando i dettagli di quello che definisce un “vulnus costituzionale insostenibile”.
Presidente De Pierro, Lei ha aperto un fronte d’attacco durissimo contro la segreteria nazionale di Forza Italia, parlando di un silenzio che equivale ad acquiescenza. Perché ritiene che Antonio Tajani debba rispondere personalmente delle parole di un consigliere regionale?
«Perché in politica, così come nel diritto, esiste una responsabilità oggettiva della catena di comando che non può essere elusa con il silenzio strategico. Marco Colarossi ha rilasciato quelle agghiaccianti dichiarazioni nella sua veste ufficiale di vicecapogruppo di Forza Italia nel Consiglio Regionale del Lazio. Non stava parlando a titolo personale, non era un privato cittadino che esprimeva un’opinione strampalata al bancone di un bar. Ha utilizzato le insegne, il peso specifico e la rappresentanza di un partito che siede al governo del Paese e della Regione. Di fronte a un suo esponente che definisce “atto sovversivo” il ricorso alla giustizia amministrativa, il segretario nazionale Antonio Tajani aveva il dovere categorico di intervenire entro cinque minuti per smentire, rettificare e prendere le distanze. Non averlo fatto per giorni interi significa una cosa sola: quel silenzio è una firma in calce. Significa che Forza Italia ha ufficialmente sdoganato l’idea che la legalità formale e il rispetto delle procedure costituzionali siano una forma di sovversione. Noi questo non lo tolleriamo, ed è per questo che, in mancanza di una netta e immediata abiura, chiederemo formalmente le dimissioni di Antonio Tajani da segretario del partito e da ministro della Repubblica».
All’interno del suo movimento, l’Italia dei Diritti-De Pierro, c’erano componenti che guardavano a Forza Italia con un certo interesse in ottica di alleanze o convergenze liberali. Questo episodio cancella ogni prospettiva?
«Al momento purtroppo sì, ed è un elemento che aumenta la gravità politica della situazione. All’interno dell’Italia dei Diritti non abbiamo mai fatto mistero di conservare anime profondamente legate al garantismo costituzionale e alla tradizione liberale, valori che storicamente Forza Italia ha sbandierato como propri vessilli identitari. Molti dei nostri quadri e simpatizzanti guardavano a quell’area con rispetto, ritenendo che vi fossero i margini per un dialogo basato sul rispetto delle istituzioni. Questo silenzio complice ha provocato un cortocircuito spaventoso, un vero e proprio tradimento delle aspettative. Se la linea ufficiale del partito azzurro è diventata quella di aggredire i ricorsi di chi rileva irregolarità elettorali, allora Forza Italia ha smesso di essere un partito liberale per trasformarsi in una fazione populista che sputa sulle regole dello Stato di diritto. Non possiamo avere alcun dialogo con chi ritiene che la vittoria elettorale dia il diritto di considerarsi al di sopra della legge».
Per spiegare la pericolosità delle parole di Colarossi, Lei ha utilizzato una metafora molto forte, accostando la reazione al ricorso alla denuncia di una violenza. Ritiene che il linguaggio politico sia andato oltre il livello di guardia?
«Ho utilizzato quell’analogia perché la trovo tecnicamente e logicamente impeccabile, per quanto volutamente sferzante. Se accettiamo il principio secondo cui il cittadino o la forza politica che esercita il sacrosanto e costituzionale direito di ricorrere a un giudice amministrativo contro un errore formale compie un “atto sovversivo”, stiamo ribaltando la logica del diritto. È esattamente come sostenere che una donna che subisce uno stupro e si reca in commissariato per denunciare il suo carnefice stia compiendo un atto sovversivo contro l’ordine costituito. È come dire che una vittima di rapina che chiede giustizia stia evertendo il sistema. Il ricorso amministrativo è uno strumento di garanzia democratica previsto dall’articolo 24 della nostra Costituzione. Definire “sovversivo” chi lo promuove significa calpestare l’ABC della democrazia. Colarossi avrebbe dovuto scusarsi con la magistratura e con i cittadini un minuto dopo aver pronunciato quella bestemmia istituzionale».
Nel frattempo, la cronaca ha subito un’accelerazione clamorosa: la Corte d’Appello di Roma ha confermato la decadenza di Marco Colarossi da consigliere regionale, respingendo il suo ricorso per un vizio di ineleggibilità. Come commenta questa coincidenza?
«La chiamo nemesi storica, o se preferisce, giustizia poetica. C’è un paradosso politico monumentale in tutta questa vicenda: Colarossi si è scagliato con ferocia verbale contro chi, attraverso la giustizia amministrativa, aveva fatto decadere Nello Crielesi nel 2025 per via di irregolarità nella presentazione delle liste, urlando al complotto e alla sovversione della volontà popolare. E oggi cosa accade? Accade che lo stesso Colarossi viene cacciato dal Consiglio Regionale del Lazio dalla stessa identica magistratura, per vie giudiziarie, a causa del mancato rispetto dei tempi formali sulle sue dimissioni da dipendente regionale. È lo specchio di un destino comune che unisce Colarossi e Crielesi: entrambi hanno ritenuto che i “tecnicismi” della legge fossero robetta da ignorare in nome del consenso politico, ed entrambi sono stati travolti dal codice stradale della democrazia, che non fa sconti a nessuno. Sul piano formale, per le dimissioni di Colarossi ci ha pensato la magistratura a estrometterlo, sollevando il governatore Rocca, a cui avremmo rivolto un appello, dall’imbarazzo di averlo in maggioranza. Ma sul piano morale, il debito resta intatto: le scuse pubbliche di Colarossi devono arrivare, e noi continueremo a picchiare su questo tasto sine die».
In questa partita si inserisce anche la figura del senatore Claudio Lotito, che aveva tentato una mossa legislativa per sanare la posizione di ineleggibilità di Colarossi tramite una legge interpretativa, poi giudicata non retroattiva dai giudici. Qual è il giudizio dell’Italia dei Diritti-De Pierro su questa manovra?
«Siamo di fronte al tentativo patetico di utilizzare il potere legislativo come un sarto utilizza la stoffa: per cucire un abito su misura, una legge ad personam atta a salvare la poltrona di un singolo esponente di partito a dispetto delle regole valide per tutti gli altri cittadini. La proposta del senatore Lotito rappresentava un insulto al principio di eguaglianza formale sancito dall’Articolo 3 della Costituzione. Fortunatamente, i giudici della Corte d’Appello hanno ristabilito l’ordine giuridico applicando il principio di non retroattività e dichiarando Colarossi decaduto. Questa vicenda dimostra plasticamente come una certa parte di Forza Italia intenda le istituzioni: uno scudo per i propri sodali e una clava da brandire contro gli avversari quando le sentenze non piacciono. Chiameremo in causa anche Marina Berlusconi, che si è spesso dichiarata custode dei valori liberali della famiglia e del movimento fondato da suo padre: ritiene accettabile che il nome di Forza Italia venga infangato da queste manovre di basso cabotaggio e da dichiarazioni anti-costituzionali? La costringeremo a esporsi».
Torniamo a Vicovaro. Nello Crielesi ha incassato una vittoria netta con il 60% dei voti. Voi avete parlato di “volontà popolare sovrana ma anestetizzata”. Cosa intende con questa espressione?
«Intendo che in uno Stato di diritto il voto va sempre rispettato dal punto di vista formale, e noi accettiamo l’esito delle urne senza se e senza ma. Tuttavia, non posso esimermi dall’esercitare il nostro diritto alla critica politica. Una parte significativa del corpo elettorale di Vicovaro si è recata alle urne con la coscienza profondamente anestetizzata da una narrazione fantastica, una favola mitologica costruita ad arte dall’amministrazione uscente, che si è dipinta come vittima di un sopruso burocratico nascondendo le proprie gravissime responsabilità nella compilazione delle liste del 2024. Crielesi non è stato rimosso per un complotto degli alieni, ma perché la sua lista ha violato le norme elettorali. Eppure, la cittadinanza è stata bombardata da una retorica del martirio. Auguriamo buon lavoro al sindaco, sperando sinceramente che inverta una rotta amministrativa che finora è stata disastrosa per le tasche dei vicovaresi, ma sappia che la sua condotta e il suo totale silenzio di fronte alle parole di Colarossi saranno oggetto di una nostra attenta e severissima valutazione».
L’Italia dei Diritti-De Pierro sostiene che il risultato elettorale di Vicovaro sia stato materialmente falsato a causa di quanto avvenuto durante il comizio di chiusura della vostra candidata Maria Celentano. Quali sono i fatti che ritenete così gravi da giustificare la richiesta di annullamento delle elezioni?
«Il risultato è stato palesemente alterato perché ci è stato impedito di esercitare il fondamentale diritto di espressione e di propaganda politica nell’ora più decisiva di tutta la campagna elettorale, ovvero il comizio di chiusura del venerdì sera. Vi era una precisa ordinanza della commissaria prefettizia che inibiva il traffico veicolare e la sosta in piazza San Pietro per permettere lo svolgimento del nostro evento in sicurezza. Quell’ordinanza è stata ridotta a carta straccia da chi doveva farla rispettare. La piazza era satura di automobili in sosta selvaggia e veicoli in transito, creando una situazione di caos totale. Ma l’aspetto più inquietante riguarda la sicurezza fisica degli oratori. Il sottoscritto, per via delle storiche battaglie contro l’illegalità portate avanti con l’Italia dei Diritti, ha una storia personale contrassegnata da gravi aggressioni, insulti e minacce documentate. Espormi su un palco improvvisato in mezzo a una piazza non presidiata e fuori controllo ha configurato un rischio inaccettabile per l’incolumità mia, della candidata Maria Celentano e dei cittadini presenti. Le forze dell’ordine, da noi disperatamente allertate, si sono presentate sul luogo con ben 40 minuti di ritardo. Ho dovuto prendere la dolorosa decisione di interrompere il comizio esclusivamente per ragioni di sicurezza. Questo ha mutilato l’ultimo e più importante messaggio elettorale del nostro movimento, alterando la percezione degli elettori nelle ultime dodici ore prima del voto. Per questo i nostri legali stanno ultimando il ricorso alla magistratura amministrativa per chiedere l’annullamento delle elezioni. Invito ufficialmente anche l’altra lista sconfitta, “Cambia Vicovaro” di Katia Ziantoni, a fare le medesime valutazioni per un’azione congiunta».
Nel frattempo, in attesa dell’esito dei ricorsi, come si strutturerà l’attività dell’Italia dei Diritti-De Pierro sul territorio di Vicovaro?
«Applicheremo in maniera scientifica e assidua il nostro protocollo operativo: il “metodo De Pierro” dell’opposizione ombra. Non abbiamo bisogno di poltrone ufficiali nell’aula consiliare per esercitare le funzioni di controllo. Abbiamo già predisposto la nomina dei nostri consiglieri ombra, figure competenti che avranno deleghe speculari a quelle dei consiglieri eletti. Monitoreremo ogni singola delibera di giunta, ogni determina dirigenziale, ogni bando e ogni capitolo di spesa. Se l’amministrazione opererà in maniera virtuosa ed efficiente nell’interesse esclusivo dei corpi collettivi di Vicovaro, saremo i primi a tributare il nostro plauso e il nostro leale sostegno istituzionale. Ma se i riflettori del nostro movimento rileveranno la minima opacità, la minima gestione allegra del denaro pubblico o favoritismi di sorta, la nostra critica sarà durissima, documentata e totalmente intransigente. Saremo il fiato sul collo che questa giunta non potrà mai scrollarsi di dosso».
Un’ultima questione, presidente. Lei ha espresso profonda meraviglia per il silenzio delle opposizioni regionali e nazionali, a partire dal Movimento 5 Stelle. Cosa dimostra questo scenario?
«Dimostra il deserto ideale in cui naviga la politica italiana contemporanea. Marco Colarossi è stato eletto in Consiglio Regionale proprio nelle file del Movimento 5 Stelle, prima di effettuare il suo disinvolto transito in Forza Italia. Ci si sarebbe aspettati che il movimento di Conte o il Partito Democratico alzassero le barricate di fronte a un esponente della maggioranza di centrodestra che definisce “sovversivo” lo Stato di diritto. Invece, il nulla. Un silenzio di tomba che certifica la totale inerzia e l’inconsistenza politica delle opposizioni tradizionali, incapaci di presidiare i valori fondamentali della nostra democrazia non appena si spegne l’eco dei talk show. Questo scenario consegna ai cittadini una verità inoppugnabile: oggi in Italia, e in particolare nel Lazio, l’unica e solitaria forza politica che presidia realmente, con coraggio e senza guardare in faccia a nessuno, i principi della Costituzione e della democrazia reale è l’Italia dei Diritti-De Pierro. E statene certi, questa battaglia contro il silenzio di Forza Italia la porteremo avanti fino in fondo. Non faremo sconti a nessuno».




