Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime viva preoccupazione per la richiesta di rinvio a giudizio avanzata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni dell’Aquila nei confronti di cinque giovani coinvolti nella violenta rissa verificatasi nel centro storico di Sulmona nell’estate del 2025. Un episodio che, secondo la ricostruzione investigativa, ha visto il susseguirsi di minacce, inseguimenti, aggressioni e lancio di sanpietrini in pieno centro cittadino, trasformando un luogo simbolo della socialità in uno scenario di intimidazione e paura.
Nel pieno rispetto dell’autonomia della magistratura, cui spetta l’accertamento delle responsabilità individuali, il CNDDU richiama l’attenzione su un fenomeno che va ben oltre il rilievo penale. La crescente diffusione di comportamenti violenti tra adolescenti rappresenta infatti il sintomo di una fragilità relazionale che attraversa la società contemporanea e che interpella direttamente il sistema educativo.
La violenza giovanile non nasce improvvisamente. Si alimenta nella progressiva normalizzazione dell’aggressività, nell’incapacità di elaborare il dissenso, nella ricerca di riconoscimento attraverso la sopraffazione e nell’influenza di modelli comunicativi che trasformano il conflitto in esibizione e la forza in consenso. In questo scenario, il gruppo rischia di sostituire la coscienza individuale e la logica dell’appartenenza prevale sul senso di responsabilità.
Per il CNDDU è indispensabile rafforzare l’educazione ai diritti umani come pratica quotidiana e non come semplice contenuto disciplinare. La scuola deve poter contare su percorsi permanenti dedicati alla mediazione dei conflitti, all’educazione emotiva, alla cittadinanza democratica e alla prevenzione delle dinamiche di branco, in stretta collaborazione con famiglie, servizi territoriali, enti locali e realtà del terzo settore. Educare ai diritti significa costruire competenze relazionali, sviluppare il pensiero critico e offrire ai giovani strumenti concreti per riconoscere nell’altro una persona e non un avversario.
Il CNDDU invita inoltre a evitare ogni forma di semplificazione narrativa o di stigmatizzazione collettiva: la responsabilità penale è sempre individuale e nessun episodio può diventare occasione per alimentare pregiudizi o contrapposizioni identitarie.
La vera domanda non è perché alcuni ragazzi arrivino a combattersi nelle piazze, ma perché troppo spesso nessuno riesca a intercettare il conflitto prima che esploda. Una società che interviene soltanto quando la violenza diventa cronaca sceglie di inseguire le emergenze invece di costruire il futuro. I diritti umani non rappresentano un ideale astratto da celebrare nelle ricorrenze, ma il più avanzato dispositivo di prevenzione sociale di cui disponiamo: insegnano il valore del limite, della responsabilità e della dignità reciproca. Investire su questa cultura significa ridurre il bisogno stesso della repressione, perché una comunità educata al rispetto genera cittadini capaci di trasformare il conflitto in dialogo e la forza in responsabilità. È questa la sfida educativa che il nostro Paese non può più permettersi di rimandare.
prof. Romano Pesavento
presidente CNDDU











