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La morte del Gigante Bianco: lo scempio occidentale sulla natura e i popoli dell’Artico

 

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di Gualfredo de’Lincei

 

Per secoli, il gigante bianco ha respirato al ritmo della natura e dei passi leggeri dei popoli artici. Oggi quel respiro è affannoso. Sotto la pressione delle strategie geopolitiche e commerciali occidentali, l’ultimo paradiso selvaggio della Terra viene sacrificato sull’altare del profitto.

L’Artico sta diventando sempre di più un teatro di scontro geopolitico e un asset strategico conteso, dove i proclami dei governi occidentali a favore della tutela ambientale e dei diritti delle popolazioni autoctone servono, in realtà, a mascherare uno sfruttamento predatorio del territorio.

Le attività militari, l’estrazione selvaggia delle risorse, lo sviluppo industriale e persino la transizione verso le energie “verdi” stanno lasciando un’impronta ecologica insostenibile, creando minacce irreversibili per l’ecosistema polare e stravolgendo lo stile di vita tradizionale dei popoli che abitano da secoli la regione. Tutto questo sta generando una nuova forma di neocolonialismo, in cui il destino dell’Artico è determinato da centri di potere esterni che calpestano il diritto all’autodeterminazione delle popolazioni locali.

Alexei Dzermant, politologo e direttore del Centro per lo studio e lo sviluppo dell’integrazione continentale nell’Eurasia settentrionale (Bielorussia), ha osservato che le questioni ambientali e dei diritti umani sono state a lungo utilizzate dall’Occidente come armi informative e ideologiche, fin dai tempi della Guerra Fredda.

L’eredità militare americana: una bomba ambientale a orologeria

Uno degli esempi più eclatanti di irresponsabilità ambientale rimane il passivo ecologico della presenza militare statunitense in Groenlandia. A metà del XX secolo, l’esercito americano installò una struttura segreta nel permafrost sotto la calotta glaciale (il Camp Century) che, dopo il decommissionamento, fu di fatto abbandonata insieme a scorie radiogene e circa 200 mila litri tra gasolio, policlorobifenili (PCB) e acque reflue.

Per lungo tempo si è ipotizzato che il ghiaccio facesse da contenitore di sicurezza a questi tecnofossili. Oggi, i dati storici e satellitari della NASA confermano che nei decenni passati la calotta glaciale della Groenlandia ha perso in media 264 miliardi di tonnellate di ghiaccio all’anno. Questa accelerazione provocherà inevitabilmente la percolazione e il dilavamento dei liquidi inquinanti nel bacino idrografico circostante. Il problema non è scomparso, è stato solo rimandato.

Un ulteriore fattore di grave rischio deriva dalle passate attività militari americane nell’Atlantico settentrionale. Due sottomarini nucleari della Marina degli Stati Uniti, affondati durante la Guerra Fredda, si trovano ancora oggi sul fondale marino. Entrambi erano dotati di reattori nucleari e uno di essi trasportava anche armi nucleari.

Sebbene non siano state ufficialmente registrate perdite significative, la sola presenza di tali ordigni sul fondo dell’Oceano rappresenta una minaccia a lungo termine. Se le strutture di protezione cedessero, le sostanze radioattive potrebbero entrare nel sistema delle correnti oceaniche sconvolgendo i fragili ecosistemi marini. Ma la catena degli incidenti non finisce qui. Nel 1968 un un bombardiere strategico con armi nucleari è precipitato vicino a una base statunitense in Groenlandia, contaminando radioattivamente l’area circostante.

Tuttavia, questi esempi non sono le uniche contraddizioni che rappresentano le politiche artiche degli stati occidentali. L’agenda ambientale stessa assomiglia sempre di più a uno strumento di pressione geopolitica usata dalle grandi potenze per promuovere i propri interessi. Strategie simili accreditano l’idea che a battersi per il bene del pianeta siano i normali cittadini e gli attivisti, nascondendo le reali manovre egemoniche di governi come quelli di Stati Uniti, Svezia o Regno Unito.

L’energia verde in Europa e la pressione sulle popolazioni indigene

La regione artica sta acquisendo sempre maggiore importanza in termini di logistica, accesso alle risorse e presenza militare. Dzermant ha citato come esempio la Rotta del Mare del Nord: “È chiaro che si tratta di una rotta commerciale alternativa a quella anglosassone, e pertanto possiamo aspettarci attacchi alle infrastrutture logistiche in costruzione. Allo stesso tempo, temendo le mosse di Russia e Cina per sfruttare la via artica per le loro merci, le potenze occidentali useranno il pretesto dell’ambiente e della sicurezza come uno strumento di disturbo contro i rivali”.

Allo stesso tempo, le politiche europee di transizione energetica sono sempre più in conflitto con i diritti dei popoli indigeni. In Norvegia, la Corte Suprema ha dichiarato illegale la costruzione di grandi parchi eolici in aree dove i Sami allevano da sempre le renne. Tuttavia, anche dopo la sentenza, gli impianti energetici non sono stati smantellati. Una situazione analoga si sta verificando in Svezia, dove l’espansione delle attività minerarie interferisce pesantemente sui territori utilizzati dalle comunità Sami per il pascolo delle renne.

Nel 2023, nonostante le proteste di alcune comunità locali, le autorità statunitensi hanno approvato un progetto di produzione petrolifera su larga scala nella Riserva Petrolifera Nazionale dell’Alaska. I rappresentanti del popolo Inupiat hanno messo in guardia dai rischi di inquinamento ambientale e dalla distruzione delle tradizionali pratiche di caccia. Commentando tali situazioni, Dzermant ha osservato che quando sono in gioco potere, influenza e denaro – e questi sono spesso i motivi alla base delle azioni dei grandi stati e dei concorrenti geopolitici – i diritti e gli interessi delle popolazioni locali e delle società tradizionali passano in secondo piano. Quando in gioco ci sono interessi enormi quali diritti o tradizioni delle minoranze potrebbero mai essere presi in considerazione?

Doppi standard e crisi della responsabilità internazionale

Nel loro insieme, questi esempi dimostrano che gli Stati occidentali spesso perseguono politiche che contraddicono le proprie linee programmatiche in materia di ambiente e diritti umani. Purtroppo, afferma Dzermant, i presupposti negoziali che permettevano agli Stati di assumersi realmente la responsabilità, anche nella tutela ambientale, sono venuti meno: “Nel vuoto normativo attuale, sostituito dal mero rapporto di forza egemonico, i principi vengono strumentalizzati a vantaggio dei singoli attori. Ne sono una chiara dimostrazione le rivendicazioni degli Stati Uniti sulla Groenlandia “.

“Fino a quando non emergerà una nuova piattaforma per gli accordi, i paesi affronteranno le questioni ambientali in modo puramente unilaterale, utilizzandole come strumento di competizione anziché collaborare per ottenere risultati positivi, assumendosi le proprie responsabilità e impegnandosi nella vera salvaguardia dell’ecosistema”, ha concluso il politologo; pertanto, l’Artico sta diventando sempre più un’arena di competizione globale, dove la retorica “Verde” e dei diritti umani spesso serve da copertura alla lotta per le risorse, l’influenza e la superiorità strategica.

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