Advertisement

L’arte come diritto e la politica dell’inclusione, intervista esclusiva ad Antonello De Pierro

Il giornalista e presidente dell’Italia dei Diritti-De Pierro, ospite al Festival dei Due Mondi di Spoleto: «A Roma vengono chiusi vergognosamente decine di teatri, mentre Spoleto ne difende ben cinque: una certa politica ha rimosso la cultura dalla propria agenda. Con la poesia di Augusta Tomassini ho riaperto i file della memoria: l’arte ha il dovere di dare voce agli invisibili della nostra società»

Advertisement

Spoleto, 14 luglio 2026- In occasione del 69esimo Festival dei Due Mondi di Spoleto, il Caffè Letterario del Sansi ha ospitato una delle tappe più significative del celebre “Salotto dei Due Mondi”, l’evento culturale di punta curato dal professor Luca Filipponi. Ospite d’onore della giornata è stato Antonello De Pierro, giornalista di lungo corso e presidente del movimento politico Italia dei Diritti-De Pierro. Davanti a una platea gremita, e stimolato dalla toccante lettura della poetessa ipovedente Augusta Tomassini, De Pierro ha dato vita a un intervento di altissimo spessore civile. In questa intervista esclusiva, il leader politico traccia un bilancio della trasferta spoletina, che lo ha visto premiato insieme alla straordinaria regista e artista Ilaria Sartini, e apre il cassetto dei ricordi della sua ultratrentennale carriera, legando la memoria radiotelevisiva alla strenua difesa dei diritti dei più fragili.

Presidente De Pierro, partiamo dalle sue primissime sensazioni. Lei ha descritto il suo arrivo a Spoleto, in occasione del Festival dei Due Mondi, come un vero e proprio “bagno di cultura”. Che cosa ha provato esattamente passeggiando per le vie della città e come si sposa questa atmosfera con la linea d’azione del Suo movimento, Italia dei Diritti-De Pierro?

«Entrare a Spoleto durante i giorni del Festival significa letteralmente essere catapultati in un’altra dimensione. L’aria stessa che si respira è intrisa di arte, bellezza, contaminazione intellettuale; è un’atmosfera tangibile, vibrante. Per me, sia come giornalista che come leader dell’ Italia dei Diritti, è stata una boccata d’ossigeno. Il nostro movimento crede fermamente che la cultura non sia un lusso per pochi o un elemento decorativo, ma un diritto sociale fondamentale, l’ossatura su cui poggia la dignità di un popolo. Spoleto dimostra che quando la cultura viene messa al centro, la comunità fiorisce. Purtroppo, però, questa realtà oggi rappresenta un’eccezione felice, un presidio di resistenza, in un panorama nazionale che troppo spesso guarda altrove».

A questo proposito, durante il suo intervento al Salotto dei Due Mondi, gestito dal professor Luca Filipponi, lei ha lanciato una frecciata molto sferzante a una determinata parte della politica. Cosa rimprovera, nello specifico, alla gestione culturale odierna?

«Rimprovero una colpevole cecità, per restare in tema con le riflessioni della giornata. C’è una certa politica che relega sistematicamente la cultura agli ultimi punti della propria agenda, considerandola una voce di spesa sacrificabile o, peggio, un passatempo. È un errore strategico e sociale imperdonabile. Tagliare sulla cultura significa impoverire lo spirito critico dei cittadini, azzerare l’inclusione e desertificare i territori. Quando la politica abdica al suo ruolo di promotrice dei fermenti culturali, crea una società più fragile, più isolata e meno empatica. Noi con l’Italia dei Diritti ci battiamo per l’esatto contrario: la cultura deve essere l’architrave delle politiche sociali».

In questa trasferta spoletina lei è stato accompagnato da Ilaria Sartini, una figura poliedrica e di grande spessore, colonna del Teatro Patologico di Dario D’Ambrosi. Voi due avete ricevuto importanti riconoscimenti da parte del professor Filipponi. Che significato ha per lei questo premio e come valuta il lavoro della Sartini?

«Il riconoscimento consegnatoci dal professor Filipponi, che ringrazio ancora calorosamente per l’invito e per l’eccellente gestione del Salotto, è un onore che condivido con tutti coloro che lottano per i diritti civili attraverso l’espressione artistica. Aver avuto al mio fianco Ilaria Sartini è stato un valore aggiunto straordinario. Ilaria è una regista, attrice, scultrice e scenografa di immenso talento, ma soprattutto è una persona che l’arte la usa come uno strumento di riscatto sociale. Il suo lavoro al Teatro Patologico, una realtà meravigliosa che integra l’espressione teatrale con la disabilità psichica e fisica, è la dimostrazione plastica di ciò che intendo quando parlo di cultura inclusiva. Questo premio dà forza alla nostra battaglia comune: dimostra che l’impegno civile e il fermento artistico camminano sullo stesso binario».

Il filo conduttore del salotto letterario al Caffè del Sansi è stato dettato dalla poesia “Mi chiamo per nome” di Augusta Tomassini. Quella lettura ha toccato corde profonde, scatenando in Lei una serie di riflessioni e ricordi legati alla disabilità visiva. Qual è stato l’impatto di quella lirica sul suo intervento?

«La poesia di Augusta Tomassini è un’opera di una potenza devastante nella sua intima delicatezza. Dalle parole traspare una sofferenza profonda, ma anche una dignità e una lucidità straordinarie sulla propria condizione di disabilità visiva. Ascoltandola, sono stato letteralmente travolto da un flusso di ricordi, da un “amarcord” personale e professionale legato alla mia carriera. Quella poesia ha riaperto i cassetti dei miei file mnemonici, riportando a galla episodi vissuti in prima persona in cui l’arte, la radio e il sociale si sono fusi, dimostrandomi quanto sia sottile il confine tra ciò che vediamo e ciò che decidiamo di ignorare».

Il primo di questi ricordi la riporta agli anni ’90, a un suo successo discografico e a una telefonata in diretta radiofonica che non ha mai dimenticato. Ci racconta quell’episodio?

«Erano gli anni ’90, un periodo di grandissimo fermento per la mia carriera. Avevo pubblicato un disco che conteneva anche un inno dedicato alla Roma, un brano che andò benissimo e che all’epoca veniva diffuso persino sugli altoparlanti dello Stadio Olimpico. Durante il tour promozionale, giravo molte emittenti radiofoniche e televisive, in particolare quelle radio popolari dove il pubblico poteva telefonare in diretta senza filtri. Un giorno trasmettemmo una traccia del disco intitolata “Quello che non vedi”. Subito dopo, squillò il telefono: era una donna non vedente, profondamente commossa. Quel brano non parlava di cecità fisica, ma aveva una forte valenza metaforica. Raccontava di tutte quelle persone che noi non incrociamo nella nostra giornata tipo per strada, perché sono relegate dietro i muri di casa, invisibili, o bloccate in un letto d’ospedale a causa della malattia. Sentire l’emozione e la commozione di quella donna, che si era sentita finalmente “vista” e compresa da una canzone, è un’esperienza che porto dentro ancora oggi, vivida come se fosse accaduto ieri».

Lei ha diretto e condotto per dieci storici anni le trasmissioni di Radio Roma. Un’altra sua ospite fissa era l’attrice e regista Tiziana Sensi, nota al grande pubblico per Non è la Rai e Incantesimo. A Spoleto lei ha rievocato un suo esperimento teatrale pazzesco al Teatro Colosseo, ma ha anche lanciato un severo atto d’accusa contro la gestione degli spazi culturali a Roma. Ci spieghi meglio.

«Tiziana Sensi è una carissima amica e una professionista straordinaria. Oltre alla sua popolarità televisiva, ha sempre avuto un’anima sociale enorme. Creò un laboratorio teatrale pionieristico per non vedenti e ipovedenti e decise di mettere in scena lo spettacolo finale al Teatro Colosseo di Roma. Ricordo che, a un certo punto della rappresentazione, in sala e sul palco venne indotto un buio totale, assoluto, per circa dieci minuti. In quel lasso di tempo, venivano riprodotti in sottofondo i rumori tipici di una giornata quotidiana: il traffico, i passi, le voci. Il pubblico fu costretto, di colpo, a calarsi interamente nella percezione sensoriale di un non vedente. Fu un’esperienza incredibile».

E qui scatta il confronto impietoso tra Roma e Spoleto…

«Esattamente. Quel laboratorio andò in scena al Teatro Colosseo, un luogo che oggi, purtroppo, non esiste più. E qui c’è il mio profondo rammarico, unito a una forte denuncia: a Roma sono stati chiusi vergognosamente tantissimi teatri, presidi di cultura stroncati dall’indifferenza. Poi arrivi a Spoleto e scopri che, nonostante l’abissale differenza demografica con la Capitale, la città vanta ben cinque teatri attivi e curati. È un elogio doveroso a Spoleto, ma anche un monito a Roma: senza teatri, una città muore. Di quello spettacolo di Tiziana, ricordo che pochi giorni dopo avemmo ospite sulle nostre frequenze di Radio Roma la grandissima Sandra Milo, venuta a teatro insieme a Massimo Dapporto, Valentina Persia e altri. La Milo, con la sua straordinaria sensibilità, volle ringraziare pubblicamente Tiziana in diretta, esprimendo con le lacrime agli occhi le sensazioni fortissime e lo smarrimento provati in quei dieci minuti di oscurità. L’arte aveva abbattuto una barriera».

Rimanendo sulle frequenze di Radio Roma, lei ha citato anche le interviste a Francesca Alotta riguardanti Aleandro Baldi, un altro simbolo di come il talento possa sovrastare qualsiasi barriera fisica.

«Sì, Francesca Alotta fu nostra ospite varie volte. Con Aleandro Baldi aveva vinto Sanremo nel ’92 con “Non amarmi”. Nelle nostre chiacchierate, Francesca mi raccontava spesso della forza emotiva straordinaria di Aleandro. Ci confidava aneddoti meravigliosi sulla sua quotidianità, sulla sua totale autonomia e sulla sua capacità di imporsi nel panorama musicale con una grinta pazzesca, senza mai lasciare che la sua condizione di non vedente diventasse un limite o un pretesto per il pietismo. Anche quella era una lezione di vita che la radio trasmetteva ai nostri ascoltatori».

In conclusione del Suo intervento, Lei ha regalato al pubblico un ultimo, toccante ricordo legato a un gigante della cultura italiana, Arnoldo Foà, e a sua moglie Anna Procaccini. Un ricordo che unisce la poesia all’affetto personale.

«Arnoldo Foà è stato un gigante assoluto, un uomo di una cultura immensa a cui mi legava una profonda stima reciproca e una bellissima esperienza sia professionale che amicale. A Spoleto ho voluto ricordare una sua poesia, di cui sul momento non ricordavo il titolo esatto, ma il cui senso mi è rimasto scolpito nel cuore: Foà scriveva che nella vita avrebbe accettato di perdere tutto, ma non la vista. Un’affermazione potente, drammatica, che fa riflettere sul valore assoluto della percezione e della luce. Nel rievocare questo aneddoto, ho voluto rivolgere dal palco un saluto affettuoso e caloroso a sua moglie, Anna Procaccini, a cui mi lega un sentimento di profonda amicizia. Credo che ricordare Foà a Spoleto, in un salotto che parlava di inclusione e sensibilità, sia stato il modo perfetto per chiudere il cerchio: la cultura, alla fine, è esattamente questo. È memoria, è empatia, è la capacità di guardare il mondo con gli occhi dell’altro, anche quando quegli occhi non possono vedere».

 

Informazione equidistante ed imparziale, che offre voce a tutte le fonti di informazione

Advertisement
Articolo precedenteSAN BENEDETTO DEL TRONTO, SFORZINI (Centro Studi Rinascimento Nazionale)
Articolo successivoMassafra. Nomina componenti Giunta Comunale

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui