INTERVISTA A LORENZO GNATA
L’arte come motore di cambiamento: dare voce alle urgenze del presente tra impegno sociale ed ecologia.
Guardando indietro al tuo percorso – di cui ti chiediamo di ripercorrere i momenti più significativi – qual è stata la scintilla che ha acceso il tuo desiderio di fare arte?
Non c’è stata una vera e propria scintilla nel mio percorso, il desiderio si è acceso pian piano, alimentato nel tempo da incontri, esperienze, successi ed errori. Tutto è iniziato con un bambino amante del disegno che, grazie al costante sostegno di famiglia e docenti, ha deciso di iscriversi al Liceo Artistico e confermare la scelta con l’Accademia di Belle Arti di Torino. A fare da spartiacque
sulla scelta universitaria, è stata un’esperienza di formazione avvenuta ai tempi del liceo presso la Cittadellarte – Fondazione Pistoletto a Biella, un contesto vibrante nella scena artistica piemontese. A seguito di questa esperienza e grazie alle connessioni instaurate in quel periodo, sono stato invitato a ZonArte, un workshop alla Fondazione Merz che ha rappresentato la mia prima occasione espositiva professionale, confermando la mia strada. Un altro momento decisivo è stato sicuramente la scomparsa di mia nonna nel 2017: questo evento impattante si è trasformato in necessità espressiva, spingendomi a realizzare un suo ritratto in bianco e nero su sfondo giallo- verdastro, un colore livido e acido, che, proprio come un ematoma, raccontasse il dramma della malattia. Lì ho capito che l’arte poteva superare l’esercizio tecnico per farsi manifesto di tematiche profonde e mezzo di riflessione. Una presa di coscienza che ancora oggi tiene accesa la mia ricerca
Fin da questi esordi, non ti sei mai stancato di esplorare tecniche differenti: dai primi disegni alle realizzazioni odierne, come si è evoluta la tecnica nella tua ricerca?
La sperimentazione è una parte fondamentale del mio lavoro, fin dai primi passi che ho mosso in questo mondo – pensare che nel workshop ZonArte avevo elaborato un’opera di performance artistica. Ufficialmente, tutto ha avuto inizio con la pittura, che ho sempre considerato più in generale la radice dell’esperienza artistica. Ripercorrendo le varie tappe, il vero filo conduttore è sempre stato il tentativo di estrapolare la figura umana, di farla emergere attraverso consistenze ogni volta diverse. Il primo tentativo si è manifestato proprio nel ritratto di mia nonna che descrivevo precedentemente: una figura in bianco e nero immersa in uno sfondo livido, giallo-verdastro capace di dichiarare la sofferenza della figura stessa proprio come un ematoma espanso. Successivamente, spinto dal fascino per il fotogiornalismo mi sono accostato al mondo del collage. Lavoravo con ritagli di fotografia e li inserivo su quelle stesse campiture cromatiche livide, tonalità che è stata la mia cifra stilistica per parecchio tempo. Questo passaggio a un mezzo così ancorato alla realtà come la fotografia ha fatto evolvere
profondamente il mio rapporto con la pittura, tant’è che nel 2018, ho cominciato a destreggiarmi con la penna 3D. L’intento era quello di disegnare nell’aria, senza un rigido supporto, un po’ come il light painting di Picasso. Scontrandomi con l’impossibilità fisica di questo gesto, ho deciso di usare la penna come strumento in chiave grafica: questo mi ha permesso di mantenere l’essenza del disegno, seppur facendo assumere alle linee consistenze differenti, integrabili nello spazio proprio come sculture. Non dimenticherò mai la prima volta che, dopo aver ricalcato un mio disegno con la penna 3D, ho sollevato il filamento creatosi sulla lastra di vetro su cui stavo lavorando: staccando la figura dal suo supporto, avevo dato nuova vita al mio segno e per la prima volta, lo stavo toccando nella sua nuova consistenza. Nell’ultimo periodo ho realizzato queste figure lavorando con la penna 3D che estrude il filamento in PLA (PolyLactic Acid): attraverso questa tecnica ho potuto sfruttare il principio plastico e morbido della gomma siliconica per eliminare ogni rigidità e farle convivere con lo spazio circostante.
Data l’importanza della sperimentazione formale nel tuo lavoro, sorge spontaneo chiedersi come si articoli il binomio idea e tecnica nel tuo processo creativo. È la ricerca sui materiali a generare l’ispirazione o è quest’ultima a guidarti nella scelta dei mezzi espressivi?
È una domanda che mi pongo spesso toccando la questione dell’origine dell’opera d’arte. Riconosco che nella mia ricerca, soprattutto in questo periodo di maturazione, è quasi sempre il pensiero a guidare l’intero processo. Esiste una certa coerenza concettuale e riflessiva nelle mie opere e la tecnica si fa strumento al servizio di questa visione. Nonostante ciò, sperimento molto e la sperimentazione è inevitabilmente un corpo a corpo con la materia: si cerca di concretizzare un’intuizione, di far sì che quella intuizione prenda forma. Alle volte la materia oppone una resistenza fisica che bisogna accettare e di conseguenza la realizzazione di quella intuizione, così come l’avevo in origine nella mia testa, risulta impossibile. In questi casi è la materia a vincere e a farti cambiare percorso: ciò non comporta di schiavizzarsi alla tecnica facendo morire l’intuizione, quanto piuttosto diventa l’occasione di generarla in forme differenti, impensate. Questo dialogo tra pensiero e materia si fa ancora più intenso quando mi confronto con la dimensione del site-specific. In quel caso, il processo nasce da una necessità di ascolto: vado sul luogo, lo osservo, lo lascio parlare e lascio la mente elaborare, molto spesso disegnando sul momento. L’idea germoglia direttamente dal luogo, e la scelta di una determinata tecnica non è che la naturale, inevitabile conseguenza di quel dialogo invisibile che, ovviamente, si mantiene coerente con una mia sensibilità personale, differente da chiunque altro. Se la tecnica o uno specifico luogo possono direzionarti attraverso il limite, l’orizzonte rimane comunque ancorato a una coerenza riflessiva, una mia urgenza che ritorna e si riconferma.
Accanto all’esplorazione tecnica, le tue opere si distinguono per una poetica di stringente attualità e un forte impegno nel portare all’attenzione questioni sociali contemporanee. Come riesci a dare una forma tangibile a queste grandi questioni?
All’inizio del mio percorso l’arte era ripiegata su se stessa e, soprattutto nelle fasi di formazione, coincideva inevitabilmente con un esercizio per misurare le mie abilità creative. Con il tempo mi sono reso conto che rimanere sulla superficie stilistica non mi bastava più: ho sentito la necessità di
immergermi più in profondità, per riportare a galla e dare forma alle urgenze del nostro presente e fare dell’arte un catalizzatore per una riflessione interiore che potesse generare cambiamenti tangibili nella società. Una delle mie prime avventure connotate da un forte impegno sociale risale ai tempi del Liceo Artistico, quando avevo all’incirca 19 anni. Nella zona in cui sono cresciuto c’è un viadotto tangenziale,
non molto alto ma comunque abbastanza pericoloso da portare una quantità elevata di persone a sceglierlo come luogo per togliersi la vita. I casi erano veramente di una quantità esorbitante e i giornali si riempivano di bollettini. Per me era una situazione impossibile: come poteva fermarsi tutto a qualche ambulanza, a rallentamenti del traffico e due righe in una pagina? Ho deciso così di usare l’unica arma a mia disposizione: l’arte. Su quel ponte ho installato cinquanta sedie usate, posti vuoti simboli di quelle storie interrotte, che hanno trasformato la loro assenza in un’eloquente presenza per chi attraversava quei luoghi. Di notte, una piccola luce posizionata su ciascuna sedia, accendeva quell’architettura in una costellazione di speranza. L’opera ha scosso profondamente la comunità, portando a interventi reali di sensibilizzazione e all’apertura di sportelli di ascolto per tutte quelle persone che si trovano sole nella sofferenza. Lì ho compreso la mia vocazione: volere fare dell’arte un motore di cambiamento.
Negli ultimi tempi, oltre alle riflessioni sui disagi della società, ti sei avvicinato al tema ecologico, portando temi caldi nel dibattito contemporaneo: il ruolo dell’uomo nel cosmo, il rapporto con la natura, le connessioni multi-specie e il superamento dell’antropocentrismo. Come è nato questo recente interesse? Hai intenzione di svilupparlo nei tuoi prossimi lavori?
Nel recente periodo ho cercato di incorporare alle mie opere l’elemento vegetale, di elevarlo da sfondo a componente essenziale. C’è stato un evento in particolare, qualche anno fa, in cui ho percepito una profonda interconnessione con la dimensione naturale: era come se la natura stessa mi guardasse, tentando di comunicarmi qualcosa. Dopo questa esperienza panica a tutti gli effetti, sono entrato nel vivo del dibattito contemporaneo sul tema, studiando pensatori quali Bruno Latour e Donna Haraway: la loro capacità di portare il linguaggio antropocentrico ai propri confini per spingerlo verso nuove soglie generative, ha risvegliato in me il desiderio di far tendere anche la mia arte ad una prospettiva di questo tipo, in una fusione tra tecnica e natura, tra uomo e cosmo. Così come nelle opere a impatto “sociale”, anche in questo caso il mio obiettivo resta quello di fare dell’arte il motore per una rivoluzione interiore, il primo passo verso un cambiamento tangibile nella realtà. Sicuramente quello ecologico è un tema che non può essere ignorato e per questo ho intenzione di svilupparlo nei prossimi tempi, anche grazie a continue sperimentazioni tecniche.
Tenendo conto di questa spinta alla sperimentazione continua e alla natura ibrida di molte tue creazioni, dove posizioneresti la tua ricerca artistica nel frammentato scenario contemporaneo?
Nel panorama odierno è difficile parlare di vere e proprie “correnti” in cui far rientrare le proprie creazioni: viviamo in un’epoca frammentata in cui ogni artista restituisce una sfumatura singolare del reale attraverso il linguaggio che ritiene più pregnante, a testimonianza di un’urgenza interiore. Proprio per questo, non credo di potermi incasellare. Per lungo tempo ho pensato di essere un artista puramente concettuale, guidato dall’aspetto teorico. È stato un mio ex docente a farmi cambiare
prospettiva, notando come il mio lavoro, seppur fondato su una profonda riflessione, operi in realtà sulla percezione e assegni un ruolo decisivo alla materia. Aveva ragione: la mia è una continua sperimentazione tra codici e consistenze, alla ricerca di sempre nuove matericità. Pur affondando le radici nel disegno, le mie opere germogliano grazie all’interazione costante con altri media come fotografia e scultura.
Ora guardiamo al futuro: come pensi che evolverà la tua arte nei prossimi anni? Hai qualche progetto in mente? Credi che sarà sempre accompagnata da questo forte impegno sociale che l’ha caratterizzata fino ad ora?
Guardando indietro è evidente che la mia produzione artistica sia cambiata tanto nel corso del tempo, e credo che conoscerà numerose evoluzioni in futuro. L’impegno sociale e l’attenzione alle urgenze del presente rimarranno una costante imprescindibile: per me non si tratta solo di un tratto distintivo, ma di ciò che conferisce senso e necessità all’intero mio fare artistico. L’arte, per come la intendo, deve rimanere un’esperienza capace di scuotere le coscienze e innescare cambiamenti tangibili e sono certo che questa mia convinzione non muterà al mutare delle tecniche che deciderò di impiegare. Per quanto riguarda il futuro, la mia mente è costantemente in fermento. Sto attraversando un periodo denso di stimoli e pieno di soddisfazioni, con diverse tappe in via di definizione sia in Italia che all’estero. L’obiettivo per i prossimi anni è continuare a coltivare questa ambizione, portando la mia ricerca in contesti sempre nuovi e sfidanti.











