Advertisement

L’evoluzione del burnout: come il lavoro in Italia influisce sulla nostra salute

In Italia, il lavoro non è più solo un mezzo per realizzarsi o stare sicuri economicamente. Per molti è diventato una fonte costante di stress fisico e mentale. Sentirsi sempre stanchi e senza forze non è più un problema di pochi, ma una condizione comune in tutto il Paese.

I dati del Report AXA Mind Health 2026 confermano questa emergenza: solo il 15% degli italiani dichiara di stare davvero bene psicologicamente (il cosiddetto flourishing). L’Italia ha un indice di salute mentale di 60,3, inferiore alla media mondiale (61,8) e molto lontano da Paesi come la Svizzera, dove il 32% dei cittadini vive in equilibrio. La crisi del burnout nel nostro sistema lavorativo è ormai un problema strutturale che va affrontato seriamente.

Advertisement

Dallo stress alla crisi: sapere di stare male non basta senza tutele

A livello globale, il benessere psicologico è in calo: il 46% delle persone vive una fase di stagnazione (languishing) o di forte difficoltà (struggling), con un peggioramento di 6 punti rispetto al 2022. In Italia la situazione è ancora più complessa.

Anche se oggi parliamo di più di salute mentale, il benessere reale diminuisce. Questo succede per via del carico allostatico: lo stress accumulato nel tempo cambia il nostro corpo e la nostra mente. Capire di essere stressati non serve se non si cambiano le cause esterne, come i contratti precari, i ritmi troppo alti e l’inflazione che riduce gli stipendi.

L’essere sempre connessi peggiora le cose. Il confine tra lavoro e vita privata è sparito: gli italiani passano circa 5,1 ore al giorno sugli schermi oltre al lavoro. Il 75% di loro vive male questo tempo online, sentendo più ansia. Lo stress da lavoro aumenta perché siamo sempre reperibili, creando una pressione continua che toglie ogni spazio di riposo.

Burnout: un problema del sistema, non del singolo

I numeri della pressione in azienda

Il 56% dei lavoratori italiani soffre di stress professionale medio o grave. Le conseguenze sono chiare: il 72% soffre di insonnia, ansia, irritabilità e mancanza di motivazione.

Questo malessere rovina anche la vita sociale: molti si isolano o hanno problemi in famiglia. L’OMS definisce il burnout come un problema legato allo stress cronico sul lavoro. È la causa principale dell’aumento delle assenze, con costi enormi per le aziende e per lo Stato.

 

Il peso sui giovani lavoratori

C’è una forte differenza tra generazioni. Tra i giovani tra i 18 e i 24 anni, il 59% sta male psicologicamente, molto più della media nazionale. Gli under 35 hanno il doppio delle probabilità di soffrire di ansia e depressione rispetto ai più anziani. Non è fragilità, ma colpa di un mercato del lavoro fatto di precarietà e stipendi troppo bassi.

L’insicurezza porta a più malattie: il 38% dei giovanissimi ha preso giorni di stop per stress nell’ultimo anno, contro solo il 12% degli over 55. Questi congedi sono una reazione naturale a troppa pressione e poche tutele.

Cosa ferma gli italiani dal chiedere aiuto?

Ancora oggi, il 60% degli italiani non va dallo psicologo. La scusa principale non è il costo (33%) o il tempo (20%), ma il pensare di “non averne bisogno” (36%). È un limite culturale: ci sentiamo in colpa se ammettiamo di essere stanchi o vulnerabili.

Molti provano a usare l’Intelligenza Artificiale per stare meglio (63%), ma per il 28% questo ha peggiorato le cose. La tecnologia non può sostituire la terapia umana né risolvere i problemi organizzativi delle aziende.

In questo contesto, realtà come Serenis offrono un aiuto concreto con psicoterapeuti esperti, garantendo un supporto clinico che le macchine non possono dare.

Idee per cambiare il mondo del lavoro

Il burnout non è un fatto privato, ma un problema di salute pubblica. Un modello basato solo sul correre e sulla precarietà non funziona più.

Dobbiamo smettere di colpevolizzare il singolo e intervenire sulle leggi. Serve riorganizzare il lavoro, garantire il diritto alla disconnessione e offrire più supporto psicologico pubblico. Senza questi cambiamenti, i costi sociali del burnout colpiranno duramente tutto il Paese.

Oltre l’emergenza: verso una cultura della prevenzione

Affrontare il burnout richiede un cambio di paradigma che sposti l’attenzione dalla gestione della crisi alla prevenzione strutturale. In Italia, la cultura del “presenzialismo” e l’idea che la dedizione si misuri in ore trascorse in ufficio alimentano una spirale di esaurimento. Le aziende lungimiranti stanno iniziando a capire che il benessere psicologico non è un costo, ma un investimento sulla produttività e sulla retention dei talenti. Implementare programmi di welfare che includano l’accesso agevolato a percorsi terapeutici, come quelli offerti da Serenis, è un primo passo fondamentale, ma deve essere accompagnato da una revisione dei flussi di lavoro.

Una delle soluzioni più urgenti riguarda la formazione dei manager: leader empatici e preparati a riconoscere i segnali precoci di stress possono prevenire il cronicizzarsi del malessere. Parallelamente, a livello legislativo, è necessario un rafforzamento delle tutele per i lavoratori autonomi e precari, categorie spesso escluse dai benefit aziendali e più soggette all’ansia finanziaria. Promuovere la settimana corta o la flessibilità oraria non significa lavorare meno, ma lavorare meglio, restituendo alle persone il controllo sul proprio tempo e riducendo il carico allostatico che mina la salute fisica nel lungo periodo. Solo attraverso una sinergia tra istituzioni, imprese e professionisti della salute sarà possibile trasformare il sistema lavorativo italiano in un ambiente realmente sostenibile.

Informazione equidistante ed imparziale, che offre voce a tutte le fonti di informazione

Advertisement
Articolo precedenteCanottaggio – Ufficializzate le formazioni delle ventuno barche azzurre per gli Europei di Varese
Articolo successivo“San Benedetto in Festa”

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui