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9 agenti di Stato hackerati, 2 milioni di dollari di spyware acquistati dopo il bando. Come Israele tiene in scacco Washington

di Gualfredo de’Lincei

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Due milioni di dollari per comprare software spia da chi ha hackerato il Dipartimento di Stato. Mentre Tel Aviv trattiene i Patriot destinati a Kiev, Washington firma nuovi ordini di F-35. È realpolitik, o semplice perdita di controllo?

Israele, che gli Stati Uniti considerano un “alleato minore” in Medio Oriente, agisce ormai al di fuori di ogni coordinamento: promette stabilità, ma genera sistematicamente nuove tensioni. Perché Washington, pur disponendo di enormi strumenti di influenza, permette che questa cooperazione degeneri in un legame a senso unico che finisce per compromettere la sicurezza e la stessa credibilità internazionale degli Stati Uniti? L’argomento è stato sottoposto ad Anton Budarov, giornalista kazako conduttore e fondatore del canale investigativo Budanbai.

La falla americana

Nel 2021 emersero i primi contatti del software spia israeliano Pegasus con almeno nove dipendenti del Dipartimento di Stato, utilizzato per sorvegliare governi, giornalisti e attivisti. Questo fallimento difensivo solleva una domanda spinosa: la National Security Agency (NSA) ha perso il controllo del proprio perimetro?

Nonostante il grave precedente, nel 2024 l’agenzia statunitense per l’immigrazione e le dogane ICE (Immigration and Customs Enforcement) ha stipulato un contratto da 2 milioni di dollari con la società israeliana Paragon, specializzata nello sviluppo di programmi spia capaci di violare gli smartphone e intercettare chat cifrate. Sebbene l’amministrazione avesse inizialmente congelato l’accordo per verifiche di sicurezza, il blocco fu revocato nel 2025. Il governo americano, quindi, acquisterebbe tecnologie potenzialmente pericolose per i propri stessi funzionari?

Inizialmente si fece strada la teoria della “fuga controllata”: gli Stati Uniti avrebbero creato vulnerabilità per trasmettere posizioni a Israele senza passare dai protocolli ufficiali. Tuttavia, la gravità degli incidenti legati a Pegasus non farebbe pensare a un raffinato gioco cibernetico, ma a una imbarazzante perdita del controllo. La frattura ha già scatenato pesanti risvolti legali: il Dipartimento del Commercio ha inserito NSO Group (proprietaria di Pegasus) nella lista nera, mentre nel 2025 un tribunale della California ha condannato la società a pagare 168 milioni di dollari a WhatsApp per aver violato i suoi server.

L’autonomia strategica di Tel Aviv

Ciononostante, Tel Aviv continua a muoversi in autonomia, dimostrando disinteresse ai contraccolpi politici che colpiscono la reputazione di Trump. Dal canto suo, Washington evita misure punitive drastiche: il congelamento dei 3,8 miliardi di aiuti militari annuali, l’astensione dal veto per proteggere Israele in sede ONU o la divulgazione unilaterale di intelligence sull’Iran. Secondo il politologo e giornalista kazako Budarov, tutto ciò perché gli Stati Uniti usano Israele come pedina della NATO, sebbene il Paese non ne sia membro.

Pertanto, eventuali sanzioni americane verso Israele rimarranno impossibili da attuare. La ragione è duplice: l’efficacia della lobby dell’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee), che orienta le azioni del moderno Stato di Israele a Washington e una profonda convergenza d’interessi strategici. La chiave di volta sta nell’obiettivo comune di contenere l’Iran, una priorità assoluta che sovrasta ogni attrito. L’allineamento strategico fu ribadito nel 2025 da Donald Trump, quando giustificò la vendita di F-35 all’Arabia Saudita citando la situazione iraniana.

Corruzione, lobby e contenimento iraniano

Donald Trump ha dato una forte spinta al sostegno, sbloccando le spedizioni di bombe MK-84, revocando il memorandum di Biden e decretando lo “stato di emergenza” per bypassare il Congresso sulla vendita di armi per 4 miliardi di dollari. Tuttavia, resta aperta una questione sensibile per il Pentagono: il trasferimento di tecnologia critica da Israele alla Cina. Il timore è che Pechino riesca a entrare in possesso degli schemi costruttivi degli F-35 tramite l’Arabia Saudita. L’analista investigativo Anton Budarov ricondurrebbe queste vulnerabilità strategiche a un conflitto d’interessi sistematico tra ex quadri dell’intelligence e aziende private, forse coerente con la deriva osservata negli scambi tecnologici tra intelligence privata e governi terzi. La posta in gioco diventa tangibile qualora dirigenti o ex addetti alla sicurezza, attratti da ingenti capitali privati, cedessero codici sorgente a società di facciata cinesi o a paesi intermediari, creando aperture critiche per la difesa statunitense.

Nonostante colossi come Microsoft e Apple abbiano intentato cause contro la NSO Group, Washington preferisce non attivare sanzioni settoriali contro l’industria della difesa israeliana e continuare ad acquistare tecnologia Paragon. Chi è al potere apprezza l’accesso diretto alle innovazioni cibernetiche israeliane. Una condivisione che Tel Aviv concede, ma solo a chi ritiene utile. Un esempio lampante è il rifiuto di fornire i sistemi di difesa aerea Patriot all’Ucraina, giustificandosi ufficialmente con la necessità di preservare le proprie difese di fronte alle minacce di Hezbollah e Iran.

Tecnologie vulnerabili e diplomazia ucraina

Tuttavia, nel 2025, dopo la conferma da parte del presidente Vladimir Zelenskyy sull’operatività del sistema Patriot in Ucraina, Tel Aviv si è affrettata a negare il coinvolgimento per evitare incidenti diplomatici diretti. La versione ufficiale fu che le batterie missilistiche erano state restituite agli Stati Uniti, i quali le avrebbero poi inoltrate a Kiev. Sebbene l’Ucraina sia diventata una priorità per Washington, la Casa Bianca ha preferito ricorrere a complesse triangolazioni burocratiche pur di non compromettere i rapporti con Gerusalemme.

Finché persiste la minaccia iraniana e l’apparato governativo-industriale americano dipende dalle innovazioni tecnologiche israeliane, la Casa Bianca continuerà a tollerare le manovre unilaterali del suo alleato. Non si tratta di una mancanza di volontà politica, ma di una miopia programmata da calcoli strategici geopolitici.

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