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Leone XIV parla del dolore come ne parlavo io venticinque fa

“Non dobbiamo spiritualizzare il dolore, riconducendolo superficialmente alla “volontà di Dio” o a qualche suo misterioso progetto, perché questo rischia di minimizzare quella sofferenza, di metterla a tacere, di ferire le persone.  Dio non vuole la sofferenza…”. Parole di Leone XIV.

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Il papa esprime oggi concetti da me espressi moti anni fa, sia nei miei libri a cominciare dal primo su Gemma Galgani (Kaos Editore 2001), ma in particolare nel libro “Sesso, diavolo e santità” (vedi il capitolo”Sacri errori”), sia in diversi articoli. Trascrivo un mio scritto apparso su “Italialaica” il 16 novembre 2010, col titolo “Il buio del venerdì e la luce della domenica”.

«Se, come dicono alcuni cristiani, il dolore è un bene in sé, perché dovremmo preoccuparci tanto dei fortunati che soffrono?
Per alcuni fedeli soffrire come Cristo in croce è una grazia di Dio. Giovanni Paolo II nella lettera apostolica “Salvifici doloris” (1984), scriveva: “Attraverso i secoli e le generazioni è stato costatato che nella sofferenza si nasconde una particolare forza che avvicina interiormente l’uomo a Cristo, una particolare grazia. Ad essa debbono la loro profonda conversione molti santi, come ad esempio San Francesco D’Assisi, ecc. Frutto di una tale conversione non è solo il fatto che l’uomo scopre il senso salvifico della sofferenza, ma soprattutto che nella sofferenza diventa un uomo completamente nuovo…Questa interiore maturità e grandezza spirituale nella sofferenza certamente sono frutto di una particolare conversione e cooperazione con la Grazia del Redentore crocifisso. E’ lui stesso ad agire nel vivo delle umane sofferenze per mezzo del suo Spirito di verità, per mezzo dello Spirito consolatore. E’ lui a trasformare, in un certo senso, la sostanza stessa della vita spirituale, indicando all’uomo sofferente un posto vicino a sé.”

Ora, esaltare la sofferenza, farne l’elogio, è irriguardoso verso tutti coloro che soffrono e non vorrebbero soffrire per niente. Una donna, a Lourdes, parlando a nome d’alcuni cristiani malati, ebbe a dire a Giovanni Paolo II: “Noi persone malate, più che essere aiutate dalle parole cristiane, vi troviamo spesso ragione di inasprirci, di rivoltarci. Quando si dice che ‘Dio prova coloro che ama’, noi sappiamo che è falso”.

Gesù nel Vangelo non esalta il dolore. Può essere anche vero ciò che il Pontefice scrive circa l’interiore maturità e grandezza spirituale cui alle volte si giunge attraverso la sofferenza, ma bisogna pur dire che è ben triste la condizione degli uomini, se per elevarsi spiritualmente sono costretti a soffrire!

Il Papa, inoltre, a parte il pericolo in cui incorre di irritare chi soffre, e di suscitare una sorta d’indifferenza verso il loro dolore, sembra dimenticare completamente il lato negativo della sofferenza. In moltissimi uomini che hanno sofferto, lo “Spirito di verità” non ha agito per nulla nel senso indicato dal Pontefice. Moltissimi uomini si abbrutiscono proprio a causa delle sofferenze. Non tutti coloro che soffrono diventano “uomini nuovi” in senso positivo. E bisogna anche dire che guerre e genocidi non avvengono solo per sete di potere e di ricchezze, ma  anche per assicurarsi una vita senza dolori, senza privazioni, stenti, fame.
Spesso la sofferenza è distruttiva non solo del fisico ma anche dello spirito. Quante persone a causa della sofferenza hanno perso la fede in Dio? E nulla dice Giovanni Paolo II riguardo  alla sofferenza dei bambini. Anche i bambini scoprono il senso salvifico della sofferenza? Anche i bambini giungono a interiore maturità e grandezza spirituale?

Ma se il dolore è un bene in sé, perché dovremmo preoccuparci tanto dei fortunati che soffrono?  Gesù parlò di necessità della sofferenza per sé ( Lc 17, 25), ma non per gli uomini. Anzi, cercò in ogni modo di evitare sofferenze inutili ai suoi apostoli, e la sua predicazione e i suoi miracoli miravano a togliere il dolore dal mondo. Si potrebbe obiettare: ma non fu Gesù a dire: “Se uno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”? Sì, ma la croce deve essere l’inevitabile conseguenza di un comportamento improntato a verità e giustizia; seguire il comandamento di Gesù dell’amore verso il prossimo, può comportare sofferenza e perfino la morte. I santi, i martiri, gli eroi, scelgono la via della verità e della giustizia, sapendo perfettamente che possono andare incontro a sofferenze, o anche rimetterci la vita. Ma quella della sofferenza, e anche della morte, deve essere l’unica via percorribile, altrimenti diventa una scelta egoistica, un sacrificio senza senso, un non-sacrificio: chi sceglie la via della sofferenza e della morte, al fine di diventare santo, martire, eroe, non sarà mai né santo, né martire, né eroe. Molti cristiani, ed in particolare alcuni santi, sono rimasti al buio del venerdì, dimenticando la luce della domenica. Hanno dimenticato che Gesù andò incontro alle donne che lo avevano cercato al sepolcro, e disse loro: «Rallegratevi!». Molti cristiani preferiscono continuare a piangere, nell’illusione di far piacere a Dio».
Renato Pierri

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