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Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profondo cordoglio per la morte di Lorena Isceri e ritiene che una vicenda di tale gravità debba sollecitare, oltre al necessario accertamento giudiziario, una riflessione sul modo in cui la società riconosce i segnali di una relazione che perde progressivamente i caratteri della libertà e assume quelli del controllo e della sopraffazione.

Secondo gli elementi finora emersi, Lorena sarebbe stata aggredita dall’ex compagno, privata della libertà e costretta nel bagagliaio di un’automobile, riuscendo durante il tragitto a chiedere soccorso. La ricostruzione definitiva dei fatti compete all’autorità giudiziaria e richiede prudenza rispetto a ogni circostanza ancora oggetto di accertamento.

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Particolarmente significativo, sul piano sociale ed educativo, è che una condizione di paura sarebbe stata presente già prima dell’aggressione senza tradursi in una denuncia. Tale circostanza non può essere letta attraverso il giudizio formulato dopo la tragedia. Tra la percezione del pericolo e la decisione di chiedere formalmente protezione può esistere una distanza complessa, fatta di timore, esitazione, legami affettivi precedenti e difficoltà nel riconoscere la gravità di comportamenti divenuti progressivamente invasivi.

È proprio dentro questa distanza che l’educazione può assumere una funzione preventiva. Occorre formare le giovani generazioni a comprendere che una relazione non attribuisce alcun potere sulla libertà dell’altro e che la sua conclusione non legittima insistenza, sorveglianza, intimidazione o pretesa di controllo. Il rispetto di una decisione affettiva, anche quando produce sofferenza, costituisce un limite che deve essere riconosciuto prima ancora che intervenga la norma penale.

La legislazione italiana ha rafforzato negli ultimi anni gli strumenti di prevenzione e protezione in materia di violenza domestica e di genere. La loro effettività dipende, tuttavia, anche dalla capacità sociale di riconoscere tempestivamente le situazioni di rischio e di rendere accessibili i canali istituzionali di tutela. La prevenzione non può iniziare soltanto quando la violenza è già in atto.

Alla scuola spetta, in questo quadro, una responsabilità educativa specifica. Non quella di sostituirsi alle famiglie, ai servizi o alle autorità competenti, ma di fornire strumenti culturali e giuridici che consentano di distinguere l’affetto dal possesso, il conflitto dalla coercizione, la difficoltà di una separazione dalla negazione dell’autonomia dell’altra persona. Educare significa anche insegnare a riconoscere il limite, ad accettare il rifiuto e a comprendere che nessun legame può trasformarsi in una pretesa di disponibilità permanente sull’altro.

La vicenda di Lorena richiama quindi una responsabilità che non riguarda soltanto il momento dell’emergenza. Una comunità capace di prevenire è una comunità nella quale la paura non viene minimizzata, il controllo non viene confuso con l’interesse affettivo e la richiesta di distanza non viene interpretata come una provocazione da contrastare.

Il CNDDU ritiene che questo sia il terreno sul quale scuola, famiglie e istituzioni debbano operare con maggiore continuità. La risposta educativa più seria a un fatto così grave non consiste nell’aggiungere parole alla tragedia, ma nel costruire, prima che essa si verifichi, la capacità di riconoscere quei comportamenti che negano progressivamente autonomia e libertà alla persona.

La tutela giuridica rimane indispensabile; la sfida educativa consiste nel creare le condizioni affinché vi si possa accedere quando esiste ancora il tempo per prevenire l’esito più grave.

Prof. Romano Pesavento

Presidente CNDDU

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