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Andrea Sempio deve incontrare il prof. Catanesi: è nel suo stesso interesse. Doppio errore della difesa che potrebbe rimpiangere amaramente

La decisione di Andrea Sempio di non incontrare il professor Roberto Catanesi, consulente della Procura di Pavia, apre un interrogativo che va oltre lo scontro tra accusa e difesa: se davvero esistesse una condizione psichica capace di incidere sulla sua capacità di intendere e di volere al momento dei fatti, non sarebbe forse proprio Sempio il primo ad avere interesse a farla emergere? Non e’ un vero e proprio assist alla difesa? Non e’ questa una possibilita’ offerta su un piatto d’argento visto che questo e’ un processo indiziario?

Catanesi, docente di Psicopatologia forense all’Università di Bari, è stato incaricato dalla Procura di valutare l’eventuale presenza di condizioni patologiche in grado di incidere sulla capacità di intendere e di volere di Sempio, oltre all’eventuale pericolosità sociale.

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Nei giorni scorsi il professore ha chiesto di incontrare personalmente Sempio per completare il proprio lavoro. La risposta della difesa, però, è stata negativa. I legali hanno ribadito che il loro assistito non intende sottoporsi all’esame e che una valutazione della personalità, separata dall’accertamento dei fatti, rischierebbe di spostare l’attenzione dal terreno delle prove a quello della psicologia dell’indagato.

Ma proprio qui si trova il nodo. Una perizia psichiatrica non equivale a una dichiarazione di colpevolezza. E, soprattutto, non significa automaticamente che una persona possa “uscire dal processo”. Il diritto penale italiano distingue infatti la capacità di intendere e di volere al momento del fatto dalla capacità di partecipare coscientemente al processo.

L’articolo 88 del codice penale stabilisce che non è imputabile chi, a causa di un’infermità, si trovava al momento del fatto in una condizione tale da escludere la capacità di intendere o di volere. L’articolo 89 prevede invece il cosiddetto vizio parziale di mente: se la capacità era grandemente scemata, ma non completamente esclusa, il reato resta contestabile, con una diminuzione della pena.

È una distinzione decisiva. Se Catanesi accertasse una patologia realmente esistente e soprattutto il suo concreto rapporto con il comportamento contestato, quella conclusione potrebbe assumere un peso rilevante sul piano dell’imputabilità. Ma non basterebbe dimostrare una fragilità caratteriale, una stranezza, un’ossessione o un comportamento considerato singolare. Occorrerebbe dimostrare un’infermità capace di incidere concretamente sulle facoltà psichiche nel momento preciso in cui il fatto sarebbe stato commesso.

Diverso è il caso dell’incapacità di partecipare coscientemente al processo, disciplinata dall’articolo 70 del codice di procedura penale: riguarda una condizione mentale sopravvenuta che impedisca all’imputato di comprendere e affrontare consapevolmente il procedimento. Non è dunque la stessa cosa della capacità esistente al momento del delitto.

Per questo l’incontro con Catanesi potrebbe, paradossalmente, essere nell’interesse dello stesso Sempio. Se non esiste alcuna patologia, l’esame potrebbe contribuire a escludere proprio quella prospettiva. Se invece esistesse una condizione clinicamente rilevante, sarebbe necessario capire se e quanto abbia inciso sulla capacità di intendere e di volere.

La partita, dunque, non si può vincere o perdere sulla base di un’impressione. Né una perizia psichiatrica può trasformarsi in una scorciatoia per stabilire chi sia l’autore del delitto di Garlasco. Prima vengono i fatti, le prove e il loro riscontro. Ma, proprio per questo, se la questione psichiatrica è entrata nell’inchiesta, affrontarla fino in fondo potrebbe essere nell’interesse di tutti, compreso quello di Andrea Sempio.

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