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La signoria sulla propria vita e gli errori della Chiesa

“La questione del fine vita si determina considerando con onestà intellettuale “il fine” della vita: è cioè il fine, inteso come scopo, a disciplinare la fine, intesa come cessazione. E qual è il fine della vita? Ognuno lo determina da sé. Per alcuni le sofferenze non costituiscono un motivo per andarsene, ma al contrario le ritengono occasione di purificazione, di espiazione, di sacrificio. Sono sentimenti nobili, e se qualcuno pensasse che lo Stato non debba investire risorse e posti letto per permettere a chi lo desidera di vivere cosi la propria fine, sarebbe da condannare in quanto irrispettoso della libertà. Lo stesso, però, vale per chi volesse costringere a questa accettazione della sofferenza anche chi non vi rintraccia nessun disegno e nessuno scopo e intende solo farla cessare”. Così scrive tra l’altro, sulla sua pagina Facebook Vito Mancuso.

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D’accordissimo su tutto l’articolo, tranne quando il teologo afferma che ritenere le sofferenze occasione di purificazione, di espiazione, di sacrificio, sia un nobile sentimento. Una vera sciocchezza. Non si tratta di un nobile sentimento. Forse Mancuso ha pensato che coloro che vogliono soffrire e non ricorrere alla dolce morte siano tutti feroci banditi che nella vita ne hanno combinate di cotte e di crude. Altrimenti che cosa mai dovrebbero espiare? E che cosa c’entra il sacrificio?

Oggi, in realtà, solo un babbeo può avere idee del genere. Di norma le persone che non vogliono ricorrere alla dolce morte sono sulla stessa posizione della Chiesa, la stessa posizione di Giovanni Paolo II che scriveva nella Evangelium vitae: “La vita e la morte dell’uomo sono […]nelle mani di Dio, in suo potere […]. Egli solo può dire: «Sono io che do la morte e faccio vivere»”. Posizione sbagliatisssima.

Il fatto che il creato compresa la vita umana dipenda da Dio, non significa assolutamente che questo potere sia continuamente in atto, vale a dire che sia Dio a “decidere” di dare la vita e la morte ad ogni individuo.  Un’altra affermazione sbagliata, ripetuta da molti riguardo al fine vita, è la seguente: “Nessuno è padrone della propria vita e tanto meno di quella altrui”. Affermazione di effetto, che appare incontestabile soprattutto da un punto di vista religioso. In realtà è confutabile. Non è del tutto vero che non siamo padroni della nostra vita. Il Signore una sorta di limitata signoria su di essa ce l’ha concessa: possiamo, ad esempio, sacrificarla a favore del prossimo, possiamo “darla per gli amici” (cfr Gv 15, 13); inoltre abbiamo la possibilità di allungarla, ricorrendo anche a mezzi artificiali (medicine, operazioni chirurgiche, trapianti, ecc), e ciò fa supporre che, in casi particolarissimi, sia lecito anche abbreviarla. Per il Signore non sembra tanto importante quanto si vive, ma come si vive: se nel bene o nel male. La vita, quella terrena, possiamo anche perderla (cf Mt 10,39); necessario è non sprecarla. La vita in questo mondo non ha valore assoluto (cf Gv 12,25). La seconda parte dell’affermazione, invece, è verissima.  Ma se non siamo padroni della vita altrui,  come possiamo arrogarci il diritto di negare agli altri la signoria sulla propria vita? Chi vieta agli altri d’essere padrone della propria vita, si fa padrone della vita altrui.
Renato Pierri

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