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VIOLENZA DI GENERE, PREVENZIONE, NON REPRESSIONE: EDUCARE, PROTEGGERE, GARANTIRE AUTONOMIA

La storia di Elena (nome di fantasia) mostra quanto sia necessario intervenire prima dell’escalation. Dopo la fine di una breve frequentazione, un ex partner ha iniziato a pedinarla e ad appostarsi sotto casa, mettendo in atto comportamenti che l’hanno fatta sentire costantemente in pericolo. Elena ha chiesto più volte l’intervento delle forze dell’ordine, che si sono prodigate raccogliendo le segnalazioni e attivando gli strumenti previsti. Ha ottenuto un ammonimento e presentato denuncia. Nonostante questo, ha continuato a sentirsi esposta e sola, fino a rivolgersi a Rifondazione Comunista Calabria per chiedere aiuto, perché percepiva di essere stata abbandonata dalle istituzioni.

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Di fronte alla sua richiesta di sostegno, abbiamo scelto di accompagnarla concretamente, indirizzandola verso il CAV cittadino, affinché potesse trovare ascolto, supporto e un percorso di tutela adeguato.

Il problema, dunque, non è puntare il dito contro chi, sul territorio, raccoglie le denunce e interviene nelle emergenze. Il nodo si trova anche nel passaggio successivo: una denuncia per comportamenti persecutori non determina automaticamente l’attivazione del cosiddetto Codice Rosso né, di per sé, una misura cautelare. Esistono procedure e strumenti di tutela che devono essere valutati e attivati dalle autorità competenti. È proprio in questo passaggio che possono crearsi tempi di attesa incompatibili con la rapidità con cui il rischio può evolvere.

Appostamenti e pedinamenti non possono essere considerati semplici strascichi di una relazione finita: sono condotte la cui gravità genera un clima di costante intimidazione e rischio, da riconoscere e affrontare con tempestività. Una denuncia deve essere l’inizio di un percorso di protezione, non lasciare la persona sola ad affrontare il periodo più delicato.

Prevenzione significa anche rafforzare i Centri antiviolenza e garantire alle donne autonomia economica e lavorativa. La precarietà, come nel caso di Elena, docente che da settembre a giugno è necessaria alla scuola pubblica e nei mesi estivi torna alla disoccupazione, può rendere più difficile costruire una vita indipendente e sicura.

Un Paese che vuole contrastare davvero la violenza deve investire nella scuola, nei servizi, nei Centri antiviolenza, nella sanità territoriale e nel lavoro stabile. Serve una rete sanitaria e territoriale capace di intercettare i comportamenti violenti e di controllo e di indirizzare chi manifesta condotte aggressive verso percorsi psicologici e specialistici qualificati.

Non possiamo continuare a chiedere alle donne di proteggersi da sole mentre la rete di tutela rischia di arrivare quando è troppo tardi.

Caterina Muraca, Responsabile questioni di genere Rifondazione Comunista Calabria

Angelica Perrone, Responsabile sanità Rifondazione Comunista Calabria

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