La revisione del processo a Stasi si farà. È certo
Diciannove anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, la vicenda giudiziaria di Alberto Stasi potrebbe tornare al punto di partenza. Non perché una sentenza definitiva sia improvvisamente venuta meno, ma perché nel frattempo sono comparsi nuovi elementi che la difesa ritiene abbastanza importanti da chiedere di riaprire il processo.
La richiesta di revisione è ormai l’obiettivo dichiarato degli avvocati di Stasi. E sul tavolo non c’è soltanto la nuova inchiesta su Andrea Sempio. Ci sono soprattutto reperti e tracce che, a distanza di anni, vengono riletti alla luce delle nuove tecniche investigative.
Il primo capitolo riguarda il DNA.
Sotto le unghie di Chiara Poggi era stata trovata una traccia genetica maschile. Per molto tempo quel materiale era stato considerato troppo degradato per arrivare a un’identificazione affidabile. Le analisi più recenti hanno invece evidenziato una compatibilità con la linea genetica maschile della famiglia Sempio.
È un dato che ha riacceso l’attenzione degli investigatori, ma che va maneggiato con prudenza. Una compatibilità genetica non significa automaticamente identificare l’autore dell’omicidio. La domanda, semmai, è un’altra: come è arrivato quel materiale sotto le unghie di Chiara e quale valore può avere oggi all’interno dell’intero quadro probatorio?
Poi c’è l’impronta 33, trovata sulla parete delle scale della villetta di via Pascoli, vicino al luogo in cui venne ritrovato il corpo di Chiara. Anche questa traccia è tornata al centro delle verifiche e, secondo la nuova impostazione investigativa, potrebbe essere collegata a Sempio.
Ancora una volta, però, il punto non è trasformare una traccia in una certezza. È capire se quell’impronta, considerata insieme agli altri elementi, possa modificare la ricostruzione del delitto.
E c’è un altro particolare che riguarda direttamente Stasi.
Una nuova analisi delle impronte avrebbe individuato una terza traccia riconducibile a lui sul dispenser del sapone, oltre alle due già conosciute. Si tratterebbe dell’impronta del mignolo della mano destra.
A prima vista potrebbe sembrare un elemento sfavorevole alla difesa. Ma proprio qui emerge la questione centrale: un’impronta sulla scena del crimine dimostra soltanto che una persona ha toccato quell’oggetto, oppure può essere utilizzata per ricostruire quando e in quale circostanza lo ha fatto?
La risposta non è affatto scontata.
C’è poi la controversa impronta della scarpa a pallini, attribuita a una Frau numero 42. Anche su questo reperto sono stati effettuati nuovi approfondimenti per capire meglio quanto sia realmente significativo e a chi possa essere ricondotto. Le valutazioni parlano di compatibilità: un termine molto diverso da un’identificazione certa.
È proprio questo il terreno sul quale la difesa di Stasi sta costruendo la richiesta di revisione.
Non basta infatti dire che esistono nuovi sospetti o che oggi qualcuno propone una ricostruzione diversa. Bisogna dimostrare che gli elementi nuovi siano realmente in grado di mettere in discussione la sentenza definitiva.
Ed è qui che il caso diventa particolarmente interessante.
Per quasi vent’anni le prove del delitto sono rimaste sostanzialmente ferme dentro una ricostruzione processuale ormai consolidata. Oggi alcuni di quegli stessi reperti vengono nuovamente esaminati, utilizzando tecniche e interpretazioni che all’epoca del processo non erano disponibili o non erano state utilizzate nello stesso modo.
Questo non significa che Alberto Stasi sia innocente. E non significa che Andrea Sempio sia l’assassino di Chiara Poggi. Significa che alcune domande rimaste aperte vengono nuovamente poste davanti alla magistratura.
La difesa vuole trasformare queste domande in una richiesta precisa: riaprire il processo.
Sarà poi la Corte a stabilire se gli elementi raccolti siano sufficienti per superare la soglia richiesta dalla legge e ammettere la revisione.
Una cosa, però, appare ormai certa: la vicenda giudiziaria di Alberto Stasi non è finita con la sentenza definitiva del 2015.
Dopo diciannove anni, nuove analisi, nuove letture delle tracce e una nuova inchiesta hanno riportato il caso Garlasco al centro dell’attenzione.
E adesso la parola passa nuovamente ai giudici.










