Garlasco. L’impronta 33 è una “nuova prova” per la revisione del processo a Stasi
A quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, un’impronta rimasta per anni sullo sfondo dell’inchiesta è tornata al centro della vicenda giudiziaria di Garlasco. È la numero 33, una traccia palmare individuata sulla parete delle scale della villetta di via Pascoli, proprio nella zona in fondo alla quale venne trovato il corpo della giovane. Oggi quella traccia è considerata uno degli elementi sui quali si concentra la nuova indagine della Procura di Pavia e potrebbe assumere un peso particolare anche nell’eventuale revisione del processo ad Alberto Stasi.
Il punto, però, è soprattutto giuridico. L’articolo 630 del codice di procedura penale consente di chiedere la revisione quando, dopo una condanna, emergono o vengono scoperte nuove prove che, da sole o insieme a quelle già valutate, possono dimostrare che il condannato deve essere prosciolto. La revisione, dunque, non è un semplice “nuovo processo” nel quale rileggere liberamente le prove già esaminate: occorre un elemento realmente nuovo e potenzialmente decisivo.
Ed è proprio qui che l’impronta 33 acquista interesse. Secondo la ricostruzione della Procura di Pavia, la traccia sarebbe riconducibile al palmo destro di Andrea Sempio, l’uomo oggi al centro della nuova inchiesta. L’attribuzione è stata contestata dalla difesa di Sempio, mentre i consulenti della difesa di Stasi hanno sostenuto che l’impronta meriti ulteriori approfondimenti, anche sotto il profilo della presenza di materiale biologico.
C’è poi un altro elemento importante: nel procedimento originario quella traccia non ebbe il peso che oggi le viene attribuito. L’impronta era stata repertata nel 2007, ma venne considerata priva di utilità investigativa e non fu trasformata in un elemento decisivo del processo che portò alla condanna definitiva di Stasi. Proprio questa diversa considerazione della traccia è oggi uno degli argomenti utilizzati per chiedere nuovi accertamenti.
La questione, tuttavia, non è automaticamente risolta. Il fatto che un elemento già esistesse all’epoca del processo non significa necessariamente che possa essere definito “nuova prova”. La giurisprudenza distingue infatti tra una prova realmente nuova e una semplice rivalutazione di materiale già conosciuto e valutato dal giudice. Sarà quindi decisivo stabilire quale sia l’effettiva novità dell’attuale accertamento e, soprattutto, quanto possa incidere sull’intero quadro probatorio.
Per la difesa di Stasi, però, l’impronta 33 rappresenta un tassello che può essere messo in relazione con gli altri elementi emersi nella nuova indagine. Non sarebbe quindi la singola impronta, isolatamente considerata, a determinare una revisione, ma la possibilità che essa contribuisca a modificare in maniera sostanziale la ricostruzione del delitto.
È questo, in definitiva, il nodo della vicenda: non stabilire oggi chi abbia lasciato quella traccia, ma capire se la sua nuova lettura sia sufficientemente significativa da riaprire, sul piano giudiziario, una sentenza ormai definitiva. La parola finale spetterà ai giudici.










