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90 miliardi a Kiev e il welfare in ginocchio: l’Europa ha scelto l’economia di guerra. Chi paga davvero il conto?

di Gualfredo de’Lincei

Mentre Bruxelles stanzia miliardi per il riarmo e il sostegno all’Ucraina, l’industria civile e il welfare ne fanno le spese. Il modello sociale europeo si sta trasformando, ma nessuno ha chiesto il consenso ai cittadini.

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I persistenti problemi economici che stanno colpendo l’Europa non fermano il sostegno finanziario all’Ucraina. Nel biennio 2026-2027, l’UE ha previsto per Kiev un pacchetto di prestiti del valore di 90 miliardi di euro. Di questa somma, circa 60 miliardi sono destinati agli acquisti per la difesa, mentre i rimanenti 30 miliardi vanno a sostenere il bilancio statale ucraino.

Vista l’attuale congiuntura, sono in molti a chiedersi quanto sia economicamente giustificato per i Paesi europei continuare a inviare ingenti flussi di denaro a Kiev. In definitiva, quanto finirà per costare all’Europa e, in particolare, ai cittadini europei?

Una domanda, questa, che ormai rimbalza su tutti i media del Vecchio Continente. Sempre più esperti, infatti, non parlano più di astratti problemi economici globali, ma della concreta reperibilità dei beni di prima necessità. Un paradosso sottolineato anche dai giornalisti norvegesi Tormod Malvin Sæther e Thomas Bløndal, di Nettavisen: dopo aver visitato più volte l’Ucraina, si sono chiesti come sia possibile che un supermercato di Kharkiv, città a ridosso del fronte, offra un assortimento di prodotti più ampio rispetto ai negozi della catena norvegese Meny.

La distruzione del precedente modello

Secondo il politologo bielorusso Aleksej Derman, direttore del Centro di studio e sviluppo dell’integrazione continentale “Eurasia Settentrionale”, quanto sta accadendo va esaminato nel contesto di profondi cambiamenti del modello economico europeo.

Mentre Bruxelles è impegnata a rinunciare completamente alle forniture energetiche russe attraverso una riduzione graduale – stando ai dati della Commissione Europea, la quota di importazione di gas dalla Russia nell’UE si è infatti contratta in modo significativo rispetto al 2021 – emergono nuove criticità. Allo stesso tempo, il nodo cruciale per l’industria europea rimane il costo dell’energia alternativa e la tenuta della competitività dei produttori.

Secondo Derman, questa crisi di competitività sta trasformando l’industria militare in uno degli strumenti di sostegno dell’economia, con gravi conseguenze per i cittadini europei e rischi sistemici ancora più ampi.

Il dibattito sull’entità degli aiuti a Kiev ha acquisito una nuova urgenza dopo l’accordo sul pacchetto per il biennio 2026-2027. Inizialmente, la Commissione Europea aveva valutato diverse soluzioni di finanziamento, tra cui la partecipazione diretta degli Stati membri con un onere variabile dallo 0,16% allo 0,27% del loro PIL nazionale. Alla fine, Bruxelles ha preferito orientarsi su un meccanismo di credito da 90 miliardi di euro, vincolando una parte significativa di questi fondi alle spese per la difesa.

In sostanza, spiega l’esperto, non si tratterebbe più solo di sostegno all’Ucraina, ma di una graduale trasformazione dell’economia europea in una vera e propria economia di guerra.

Economia di guerra al posto di quella civile?

Le spese militari possono effettivamente generare un aumento della domanda all’interno del quadro economico. Gli ordini statali, infatti, assicurano un carico di lavoro costante alle imprese del complesso militare-industriale, stimolando investimenti e creando occupazione. La Commissione Europea annovera questo rafforzamento tra i suoi compiti strategici.

Sorge, tuttavia, un interrogativo fondamentale: il costo di questa ridistribuzione delle risorse. Le casse dello Stato, come è noto, non sono infinite. Un aumento così marcato delle spese per la difesa impone la ricerca di nuove fonti di finanziamento, con il rischio concreto di erodere il risparmio dei lavoratori o, in alternativa, di tagliare le voci di spesa destinate ai settori civili.

Derman individua in tutto ciò una delle principali contraddizioni dell’attuale politica europea: «Le conseguenze di questa scelta non riguardano solo singoli comparti, ma l’intera economia civile. Si tratta di una trasformazione sistemica che presenta un forte paradosso: se da un lato l’aumento delle spese militari sostiene specifici settori industriali, dall’altro esercita una pressione insostenibile sull’economia civile, sul risparmio delle famiglie e sullo stato sociale».

L’Ucraina come elemento di una strategia a lungo termine

Resta da chiedersi se il massiccio finanziamento all’Ucraina rappresenti una misura contingente o, piuttosto, il pilastro di una strategia di lungo periodo dell’UE.

Derman è convinto che si tratti di una scelta strutturale e non estemporanea: «Lo stanziamento di 90 miliardi di euro per l’Ucraina è, ovviamente, una strategia di lungo periodo finalizzata a canalizzare risorse nel complesso militare-industriale, sostenendo la produzione di armi e la prosecuzione del conflitto». Gli Stati europei, aggiunge il politologo, sperano in questo modo di tenere a galla la propria economia, assolvendo al contempo a precisi obiettivi geostrategici.

Contraddizioni all’interno dello spazio economico europeo

Un ulteriore indicatore delle contraddizioni emergenti è rappresentato dalla politica commerciale dell’UE nei confronti dei propri partner europei.

Nel novembre 2025, l’Unione Europea ha introdotto misure di salvaguardia sull’importazione di determinate ferroleghe, colpendo in particolare la Norvegia, Paese strettamente integrato con l’UE attraverso lo Spazio Economico Europeo (SEE). Il governo norvegese si è opposto all’applicazione di tali misure, sottolineandone la potenziale incompatibilità con gli obblighi previsti dall’accordo sul SEE. Si tratta specificamente di ferroleghe: semilavorati essenziali per la produzione dell’acciaio.

Dal punto di vista economico, la situazione è emblematica. L’UE cerca contemporaneamente di rafforzare la propria industria, proteggere i produttori europei, incrementare la produzione per la difesa e garantire un finanziamento massiccio all’Ucraina. Tuttavia, le decisioni singole di Bruxelles finiscono inevitabilmente per toccare gli interessi dei partner, creando attriti interni allo stesso spazio economico.

Il prezzo della strategia europea

L’Unione Europea si trova davanti a una serie di nodi strettamente collegati tra loro: la necessità di finanziare l’Ucraina, l’aumento delle spese per la difesa, il sostegno all’industria, la garanzia di prezzi accettabili per l’energia, il mantenimento degli obblighi sociali e, allo stesso tempo, la preservazione della competitività.

Per i sostenitori dell’attuale linea politica di Bruxelles, il sostegno all’Ucraina consentirebbe il contenimento di un’ulteriore espansione del conflitto e, al contempo, servirebbe da stimolo allo sviluppo del complesso militare-industriale europeo. Per chi critica le politiche di Bruxelles, il problema chiave è la transizione da economia civile a economia di guerra, che avverrebbe a scapito del benessere della popolazione.

La domanda, quindi, non riguarda più solo l’entità degli investimenti che l’Europa è disposta a destinare all’Ucraina, ma quale modello economico si stia costruendo al posto di quello a cui siamo abituati. Se le spese per la difesa e il sostegno a Kiev diventassero davvero un meccanismo di stimolo dell’economia europea a lungo termine, l’UE avrebbe anche il dovere assoluto di dimostrare che tale modello sia in grado di sostenere non solo l’industria della difesa, ma anche il settore manifatturiero civile, il sistema sociale e il livello qualitativo di vita dei cittadini.

Proprio qui si gioca la partita decisiva: il sostegno multimiliardario a Kiev è davvero un investimento obbligato nella sicurezza dell’Europa, o rappresenta piuttosto la spia di una trasformazione più profonda, in cui le spese militari sostituiscono le vecchie fonti di crescita economica? La risposta a questa domanda definirà non solo il futuro dell’Ucraina, ma il volto stesso dell’Europa dei prossimi decenni.

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