(REFERENDUM SUL TAGLIO

DEI PARLAMENTARI PERMETTENDO)
Uno stridore assordante, che fa da rumore di fondo alle convulsioni della politica italiana. È quello che suscita il confronto tra la determinazione di Angela Merkel di far accadere in Europa qualcosa di storico durante il semestre Ue con guida a Berlino che è appena iniziato, ultima occasione per la cancelliera tedesca per lasciare un impronta da grande statista prima che il suo ciclo politico finisca, e la pochezza del governo italiano, che è impegnato più a schivare che ad affrontare e risolvere i giganteschi problemi che l’Italia ha di fronte, tanto da suscitare serie preoccupazioni circa la nostra affidabilità e tenuta, proprio mentre il pachidermico Vecchio Continente finalmente tenta, dopo anni di immobilismo, di imboccare la via dell’integrazione a tutto tondo.

Roma da un lato tentenna sul Mes, quando è ormai chiaro che l’unica condizione per accedere a quelle risorse – oltre alla destinazione sanitaria, che ovviamente nessuno contesta – è politica, e attiene alla piena adesione al sentirsi pienamente partecipi dell’Europa, senza se e senza ma. Contemporaneamente poi non produce uno straccio di programma di riforme e investimenti strutturali che giustifichi l’arrivo di ingenti risorse provenienti dal Recovery Plan, di cui peraltro già ci lamentiamo, e non solo per i tempi dilatati su cui la critica è in buona misura fondata, ma soprattutto per il timore che in cambio di quei denari ci vengano dettati i compiti da fare a casa. Un atteggiamento che, oltre a giustificare la diffidenza dei paesi “italo-scettici”, ci impedisce di fare due cose fondamentali. La prima, appunto, di scriverci noi la lista delle cose da fare, anziché farcela imporre a forza. La seconda, di avanzare con credibilità proposte per far camminare il processo di integrazione europea.

Per esempio, l’ex ministro Corrado Passera ha lanciato dalle colonne del Financial Times l’idea, che mi trova convintamente concorde, di accompagnare la creazione di debito comunitario mutualizzato con la decisione di farlo spendere direttamente da Bruxelles. Il limite del Recovery, infatti, è proprio questo: non centralizza la spesa. Con due conseguenze negative: chi fin qui ha speso male (l’Italia) continuerà a farlo, innescando conflitti che sono letali per l’integrazione comunitaria; se si lascia la spesa ai singoli Stati non si creano tecnologie europee e imprese che siano campioni comunitari, il che ci rende deboli al cospetto di Usa, Cina e perfino Russia. Ecco perché la proposta di Passera andrebbe elaborata, anche affrontando i dubbi sollevati dal banchiere Fabrizio Viola, secondo il quale la convivenza tra una gestione federale europea e le economie nazionali dotate di sovranità sancite a livello costituzionale, sarebbe complicata non fosse altro perché rappresenterebbe un unicum nella storia. Per esempio, andrebbero codificate le modalità con cui allocare i nuovi investimenti a livello geografico, che comunque sarebbero obbligati ad interagire con quelli esistenti, valutando con attenzione gli impatti sull’occupazione, sulla distribuzione del reddito prodotto e sulle distanze tra i diversi livelli di produttività dei sistemi paese, che dovrebbero necessariamente diminuire se il meccanismo adottato si rivelasse virtuoso.

Insomma, l’Italia dovrebbe dire con chiarezza le seguenti cose: a) che aderisce al Mes e lo usa per dare una sistemata ad un servizio sanitario che nell’affrontare il Covid ha mostrato molti limiti anche laddove la narrazione lo voleva eccellente; b) che non intende proporre, sotto nessuna forma, alcuna mutualizzazione del debito esistente, onere che ciascun paese dovrà virtuosamente gestire con le proprie forze; c) che è favorevole al Recovery Fund per quanto possibile nella versione di nuovo debito comune, ma ritiene che non sia opportuno centralizzare la gestione del passivo senza un forte controllo della gestione dell’attivo, indicando le modalità per istituire a Bruxelles un soggetto istituzionale cui attribuire le capacità di spesa.

È ragionevole attendersi che una mossa del genere la faccia Giuseppe Conte e il suo tentennante governo? Francamente no. Da tempo ripetiamo in questa sede che sarebbe quanto mai opportuno un superamento di questa esperienza di governo e della maggioranza che lo sorregge, attraverso il sottrarsi da parte del Pd – e non solo per ragioni patriottiche, ma per tornaconto elettorale – alla innaturale sottomissione ai 5stelle. Ora, il dispiegarsi della vicenda europea, prima ancora che l’appuntamento con un’economia che in autunno farà esplodere tutte le sue criticità strutturali, già preesistenti al Covid e che la pandemia ha moltiplicato d’intensità, rompendo il velo di ipocrisia che le circondava, suggerisce di accelerare questo processo di cambiamento del quadro politico.

In quale direzione? Molti lettori mi hanno scritto dicendosi preoccupati di questa asserzione, in mancanza di un’alternativa. Capisco, anche se non condivido, la logica del “meglio un cattivo governo che nessun governo”. E mi rendo conto che realizzare una diversa maggioranza in questo Parlamento, ancorché tecnicamente possibile, risulti politicamente complicato, non fosse altro per le contraddizioni di Berlusconi, che non si decide non solo e non tanto a rompere con Salvini, quanto a fare da sponda ad un cambiamento degli equilibri dentro la Lega, e quelle del Pd, che è attraversato da un borbottio interno che da un lato fatica a tradursi in pensiero politico e strategia, e dall’altro a venire alla luce del sole anziché rimanere nascosto sotto il pelo dell’acqua.

Come ho detto più volte, sarebbe auspicabile che Pd e Forza Italia si parlassero apertamente – cosa che la mezza riabilitazione in atto del Berlusconi vessato dalla magistratura renderebbe possibile – creando le condizioni politiche per indurre tanto una spaccatura dei 5stelle quanto un cortocircuito di reazioni dentro la Lega e forse anche nel partito della Meloni, dove una personalità forte come Guido Crosetto non avrebbe problemi a sedersi al tavolo con Berlusconi e Zingaretti (o chi per lui). Ma in mancanza di questa condizione, e senza che dal Quirinale arrivino segnali di un’intenzione di prendere atto che “l’Italia è una democrazia parlamentare a guida presidenziale” – come suggerisce con efficacia il politologo Alessandro Campi – traendone tutte le relative conseguenze in termini di creazione delle condizioni per una soluzione di “emergenza nazionale”, non restano che le elezioni.

Non mi fa velo il fatto che “andare a votare” sia il chiodo fisso di Salvini, né coltivo la preoccupazione di un risultato già scontato a favore del centro-destra, vuoi perché, come ho già spiegato più volte, quella coalizione non esiste più e gli italiani sapranno distinguere tra un centro che si allea con la destra (vecchio schema) e una destra a due teste che raccatta quel che resta del voto moderato dato a Forza Italia per costruire una maggioranza in Parlamento, visto che gli esiti delle due circostanze sarebbero significativamente diversi, e vuoi perché il clima nel Paese è profondamente mutato e non credo che i sondaggi recenti ci rendano un quadro ben fuoco della realtà. L’Italia che si è sfogata nel 2018 attraverso il voto di protesta è la stessa che ha preso paura del Covid e delle sue conseguenze economiche, e ora desidera sopra ogni cosa la governabilità e sente il disperato bisogno di essere rassicurata con decisioni coraggiose.

Insomma, non ho la sfera di cristallo e molto conterà quanto accadrà da oggi al giorno delle elezioni, quale esso sia. Ma delle elezioni non bisogna avere paura, quanto invece prepararsi ad esse adeguatamente. In tre modi. Il primo lo andiamo ripetendo da tempo: occorre dar vita al “partito che non c’è”, secondo lo schema suggerito da Alessandro Barbano nel suo bel libro “La visione. Una proposta politica per cambiare l’Italia” (Mondadori) di cui ho parlato nel primo di una serie di speciali di War Room che vi terranno compagnia per tutta l’estate (https://youtu.be/VeNJph_auqc.): unire le culture liberale, socialista e popolare, che singolarmente intese non sono più in grado di dare risposte ai problemi complessi del nostro tempo, per affermare un riformismo non ideologico che sia capace di sanare la frattura che si è creata fra libertà e responsabilità, tra la complessità del reale e la sua rappresentazione banalizzata da un certo populismo politico e mediatico. Ne parleremo ancora, sempre partendo dal presupposto che prima vengono le idee e poi le leadership, non viceversa.

Il secondo modo per preparare il terreno alle elezioni, è quello di arrivarci con una legge elettorale che da un lato consenta il massimo della rappresentanza delle diversità, e quindi proporzionale, e dall’altro che preveda i dovuti correttivi per assicurare la governabilità: soglia di sbarramento (tra il 3% e il 5%) e sfiducia costruttiva. Come si vede è il sistema tedesco, che da sempre io considero quello meglio riuscito e più adatto all’Italia. Basterebbe copiarlo, senza inventarsi correttivi all’italiana. Oggi le condizioni politiche per avere una maggioranza che voti una proposta del genere, che per meglio riuscire non dovrebbe venire dal Governo ma nascere in Parlamento, ci sono tutte. Basterebbe un po’ di coraggio e determinazione.

In fine, il terzo modo per preparare il terreno alle elezioni è andare in massa a votare NO al referendum confermativo (dunque privo di quorum, vince chi ha un voto di più dell’altro) della legge che prevede il taglio di 345 tra deputati e senatori, per il quale si andrà alle urne il 20 e il 21 settembre, in una sorta di election day che accorpa anche le elezioni amministrative e regionali. Votare contro questo “taglio delle poltrone”, come viene demagogicamente definito dai suoi promotori – tutta gente che in questo momento ha più che mai attaccato il proprio fondoschiena allo scranno parlamentare su cui siedono – ha due ragioni politiche fondamentali che tagliano la testa a tutte le altre valutazioni: a) battere le forze populiste sul loro terreno e su un loro cavallo di battaglia, come premessa per batterle alle elezioni politiche; b) respingere quello che Massimo Cacciari ha definito “passo dopo passo l’attacco che viene portato avanti al ruolo delle assemblee rappresentative” mascherato dalla “più ignobile ipocrisia” che mischia il riflesso condizionato anti-casta e il risparmio derivante da minori esborsi per gli stipendi ai parlamentari. Trattato da “ente inutile” ormai da tempo, il Parlamento – che mai come durante il lockdown pandemico è stato vilipeso ed esautorato da ogni funzione – verrebbe così ulteriormente degradato a certificatore formale della volontà dell’esecutivo (o, peggio, del presidente del Consiglio, come si è visto con i Dpcm). Certo, non sfugge a Cacciari e neppure a me, che questo attacco alla democrazia parlamentare attecchisce in quanto le assemblee, e i loro regolamenti, non funzionano. Ma non è certo riducendo il numero degli eletti, e per di più con questo tipo di motivazioni, che si migliora la qualità della democrazia.

Tutti gli osservatori sembrano convinti che la maggioranza dei votanti al referendum sia già orientata ad approvare il taglio dei parlamentari. Questo è per me un motivo di speranza in più: anche nel giugno 1985 tutti davano per scontato l’esito opposto a quello che poi fu nel referendum sulla scala mobile, potrebbe succedere anche questa volta. Ma se dovessero prevalere i SI, deve essere chiaro che nuove elezioni politiche non sarebbero possibili sia prima che una nuova legge elettorale ridisegni i collegi elettorali per tenere conto del cambiamento del numero degli eletti, sia senza modifiche costituzionali riguardanti il superamento della base regionale per l’elezione dei senatori a favore di una base circoscrizionale e la riduzione da tre a due dei delegati regionali che partecipano di diritto alle elezioni del Presidente della Repubblica. Passaggi complessi e non brevi, che finirebbero per agganciarsi temporalmente al semestre bianco del presidente della Repubblica, che scatterà tra un anno esatto, a fine luglio 2021, impedendo lo scioglimento delle camere. Motivo in più per Pd e Leu per tornare al loro iniziale orientamento, quando votarono contro quella norma populista, e abbandonare la posizione filo grillina assunta obtorto collo pur di entrare nel Conte 2.

Se invece prevarrà il desiderio di usare il voto referendario come “assicurazione sulla vita” per l’attuale Parlamento, e soprattutto se gli italiani si lasceranno ingannare, immaginando di dare un voto per semplificare e risparmiare mentre in realtà darebbero un colpo mortale alla nostra democrazia rappresentativa, allora non potranno essere le elezioni la via di fuga dall’attuale situazione politica. In questo caso, salvo un miracolo di Mattarella, scordiamoci le misure coraggiose che la drammaticità della situazione richiede e soprattutto richiederà in autunno.

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