Fittizie verità ed evoluzione, comunicazione ed epistemologia

di lorenzo merlo ekarrrt – 230121

Chiamiamo materia ciò di cui percepiamo consistenza. Già con l’aria si fa fatica, poi ci si fida della scienza e confermiamo che anche lei rientra nella categoria. Immersi in una consapevolezza circoscritta dalla concezione del tempo lineare e dalle tre dimensioni, riteniamo di avanzare nella conoscenza della realtà a colpi di misurazione della materia, sostenuti dall’autorevolezza delle leggi della meccanica classica. Tuttavia, basterebbe avere coscienza che quelle leggi non sono altro che narrazioni di evidenze che la scienza per prima non fa corrispondere al vero, per riconoscere il fondo assiomatico-fideistico sul quale abbiamo eretto convinzioni, odi e amori. Un fondamentalismo autoreferenziale che gode del supporto della più raffinata razionalità e obiettività. In esso, lo sappiamo, risiede la verità.

Qualcuno prende le distanze da questa piatta narrazione del mondo. Piatta in quanto si può dire che si esprima su un piano, con regole condivise e confini delimitati. Un campo perciò, al pari di quello di calcio o di qualunque altro gioco. Ognuno dei quali, lo possono riconoscere tutti, è a sua volta autoreferenziale. E chi non ci sta, chi non dispone dell’opportuna astrazione, avrà facili cadute nel sostenere che il suo gioco è più giusto e bello del nostro. E lo sosterrà con enfasi, come chi sa di essere nel giusto, di essere obiettivo. Lo abbiamo visto tutti, tutti i giorni ne vediamo la rappresentazione.

È un’eventualità che può coinvolgere chiunque. Nonostante si sia tutti diversi, l’inciampo ha un comune, identico contesto: la riduzione del mondo a quanto stiamo traguardando attraverso il mirino dei nostri interessi. Come il cacciatore afferma il suo essere definitivamente cacciatore premendo il grilletto, così noi identicamente realizziamo, sostenendo la nostra posizione, la verità che vediamo nel mirino. Difendendola. L’infinito che resta fuori dal punto di mira non ci riguarda, non serve alla causa. Di più, esso non è presente in noi, ovvero, non esiste. Ma esiste ed è traguardato con pari riduzione da un altro che, a sua volta, non esiterà a toglierci legittimità, a rifiutarci pari dignità, a riconoscere la reciprocità dei campi di gioco.

La tremolante candela di cui disponiamo illumina per noi un piccolo globo della misterica oscurità. L’arroganza egoica, così spesso scambiata per autorevolezza, ne trae una storia che diviene la leggenda della conoscenza.

Dimentichi di tanta miseria ne combiniamo di ogni. E quando succede di avvedersene, per via di un altro campo di gioco, quello morale, non abbiamo difficoltà a cadere nuovamente, a vivere la pena del senso di colpa. Un’altra presunta verità, che ci pare giusta, inconfutabile, insopprimibile, sebbene questa volta non suffragata dalla scienza ma dalla logica della morale cattolica.

La giostra egoica ed egocentrica dei campi autoreferenziali genera la storia piccola e grande. Ma, nonostante questa evidenza – che da sola sarebbe sufficiente per un’autocritica diffusa nei confronti del sistema concettuale in cui siamo immersi – ne perpetuiamo il ciclo riproduttivo, sordi alla sua ridondanza, ciechi alla sua identicità, esaltati dalla tecnologia, presa per progresso, inetti a riconoscere la separazione crescente dalla natura e da noi stessi.

Senza avvedercene, perpetuiamo una ricerca di verità che effettivamente certamente troveremo, come altre volte abbiamo trovato, ma valida solo ed esclusivamente entro il campo nel quale stiamo giocando. Allora, è totalmente vero che la palla in rete marca un punto per la squadra che l’ha segnato. Come è totalmente illusorio credere che quel punto sia buono anche in altri campi. Un’illusione imposta dall’inconsapevolezza che la realtà è nella relazione e che ognuna di queste genera un suo campo, la cui sola quantità attendibile è infinita.

Ci muoviamo come sassi nella corrente, ma raccontiamo conoscenza e rispetto. Eppure, per un cambio di registro, si tratta di compiere banali osservazioni. Banali ma evolutive, visto che implicano la liberazione dall’impero dell’io. Ma la resistenza narcisa è di scorza diamantina. È così lontana dall’aggiornare se stessa riconoscendo ciò che anche quella parte di fisica meccanica detta relatività, gli avrebbe reso evidente. “[…] non esiste una traiettoria in sé, ma soltanto una traiettoria rispetto a un particolare corpo di riferimento”. Parole di Einstein (1). Per il momento carta straccia buona per il macero, buttata nello stesso cassone dove anche tutta la rivoluzione sociale emergente dalla successiva fisica quantistica è stata gettata dal narciso che è in noi.

È una corsa a testa bassa che impedisce l’ascolto, che non permette di distinguere tra chi vuole giocare la partita e conosce le regole, chi si trova lì per caso, chi vorrebbe cambiare gioco. Impossibile realizzare un senso comune senza un polo che orienti tutti i differenti campi individuali, tutte le mire. E ancora non basterebbe, siamo espressioni della vita non definibili secondo il campo di gioco della logica, della razionalità, del piccolo globo luminoso della nostra scienza. In caso di leader il trambusto tende a ridursi; in caso contrario, a crescere. In ogni caso la storia si ripeterà.

E si ripete, almeno finché l’ascolto non subentra, finché l’egemonia dell’intelligenza non è più sotto il dominio dell’affermazione di sé. Così, come è un processo personale emanciparsi dall’importanza personale, altrettanto – in quanto ad esso implicito – lo è modificare la storia, liberarsi dal suo ciclo dal mozzo egoico.

Dire ascolto è anche dire compassione, è riconoscere i campi sui quali gli individui giocano la loro partita di sopravvivenza. In questa, sia essa superficiale come una disputa per difendere le proprie convinzioni, o profonda ed esistenziale, esprimiamo la visione del mondo che, con tutti i sui laccioli, determina le nostre giocate. Come deus ex machina traumi, affetti, formazione, cultura muovono le leve di noi stessi, lasciandoci vivere nel cosiddetto buon senso di credere di essere liberi nel scegliere e giusti nella nostra razionalità. Arrivare alla consapevolezza, alla ragione d’essere di quei lacci e laccioli è una abbeverata lungo il percorso dell’evoluzione.

Riconoscere i nostri e altrui campi di residenza – e resistenza – fondamentale o estemporanea, alza il rischio di avviare un percorso che porta ad ammettere l’autoreferenzialità della concezione della realtà che abbiamo appreso, che riproduciamo. Allora, la via verso altre dimensioni, oltre alle solite tre nella quale avevamo rinchiuso l’infinito e oltre al tempo lineare come processo verso il futuro, è avviata.

Porta a riconoscere come sogno – legittimo ma strumentale e arbitrario – quanto credevamo reale; cogliere in che termini generiamo la realtà che crediamo oggettiva; a percepire il tempo come un sentimento e a vederne il suo relativo oscillare; a cessare di credere che comunicare sia un fatto razionale; a meravigliarsi d’essersi comportati come se l’esperienza fosse trasmissibile; a sentire l’energia che ci compone e, soprattutto, alla consapevolezza che quando questa viene strozzata entro i nostri saperi misurativi e le nostre parziali verità, uccidiamo la conoscenza, la bellezza, la salute, la vita. Proprio quella che con vanto d’esperto – a suon di consigli e consulenze – andavamo in giro a raccontare agli altri quale e dove fosse, a dir loro come stessero davvero le cose.

Così la materia non è più come pensavamo fosse, ma è come pensiamo sia. Ovvero, il mondo che credevamo di poter visitare come una stanza aperta, perde la sua natura oggettiva. È diventato chiaro che esso non esiste senza di noi, che è il pensiero, generato da sentimenti ed emozioni, a costruirlo.

I campi di gioco sono innumerevoli e orientati secondo altrettante innumerevoli necessità, si muovono a ritmo stocastico e sugli altrettanto infiniti assi, sono vicini e lontani, sopra e sotto, aggregati e radi, raccolti in insiemi mutevoli e volatili, sensibilmente differenziati nell’istante e nel tempo, distribuiti nel grande volume del mistero. Comportarsi come se fossero irreggimentati è egocentrico e genera la storia delle fittizie verità del campetto del nostro gioco.

Note

1 – Relatività: esposizione divulgativa, Torino, Boringhieri, 1967, p. 51.

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